Icona

L’ultimo pezzo del diario pubblico di Pordenonelegge

Nelle case dei contadini ortodossi c’era e forse c’è ancora l’angolo rosso: il punto della casa dove si celebra il culto delle icone sacre. Solitamente, visto che il punto sta proprio all’incrocio tra due pareti, vi si appende trasversalmente un’icona – che crea in questo modo una quinta parete nella stanza. Il pittore suprematista Kazimir Malevich, quando dipinse il suo celebre Quadrato nero su fondo bianco, volle che fosse appeso, in una mostra, come un’icona, in un’ideale angolo rosso museale: la pittura, come i cristi iconizzati, apriva alla quinta dimensione, spaccava la stanza introducendo un altro lato, un’altra prospettiva.
La mia idea con i pezzi che ho scritto fin qui, su Kabobo prima e Maradona poi, era legata a questo modo di vedere le cose: a loro modo, le figure che ho raccontato sono entrambi dei simboli – figure emblematiche e portatrici di una visione altra del mondo per come lo conosciamo. Kabobo e il suo piccone rappresentano e si fanno paradigmi di un’idea di male assoluto, irrazionale e incontrollabile; Maradona è l’icona di un uomo tutto pubblico, tutto esterno, tutto politico: in qualche modo, è un individuo collettivo.
Io credo che il compito della letteratura sia proprio quello di andare a cercare per il mondo questi paradigmi, questi simboli dell’uomo, e raccontarli. Quando non se ne trova – ma è difficile – allora bisogna inventarseli: nascono così i Raskol’nikov, i don Chisciotte, gli Achab. Per quanto riguarda me, di solito trovo le mie icone nel mondo reale e tento di portarle dalla parte della letteratura.
Così come il quinto angolo aggiunge una dimensione, un oltre, e regala una nuova prospettiva alla stanza, la letteratura ha secondo me il compito (per chi crede che debba averne uno) di organizzare una visione laterale del mondo, raccontando qualcosa da un punto di vista che prima non c’era, non era così. Aggiungere una quinta dimensione cognitiva, estetica e politica al mondo per come lo conosciamo; guardarlo, in un certo senso, dall’angolo: questo è, secondo me, il grande potere dei libri.

Messi-privato/Maradona-pubblico

Questo è il secondo pezzo che ho scritto per il diario pubblico di Pordenolegge.

Tecnicamente, è Messi il più grande calciatore di tutti i tempi. Non solo per quello che ha vinto e vincerà, ma anche perché, se lo paragono ai giganti del calcio (Pelé, Di Stefano, Puskàs, Eusébio, Cruijff e così via), Messi è l’unico le cui azioni hanno bisogno di essere riviste al ralenti affinché si capisca davvero che cosa ha fatto sul campo. È l’unico, insomma, che ha bisogno di essere capito e studiato, mentre la bellezza del gesto tecnico di un Pelé o di un Cruijff è subito del tutto evidente, manifesta. C’è una componente nascosta, in ciò che fa Messi, qualcosa di talmente veloce e perfetto che lo rende non immediato: Messi va ogni volta svelato, scoperto a poco a poco. In questo, per me, sta il fascino di vederlo giocare.
Tuttavia Messi scompare al cospetto dell’uomo a cui viene costantemente accostato: Diego Armando Maradona. Si tratta di una scomparsa che non ha strettamente a che fare con il livello tecnico e sportivo: Messi scompare davanti a Maradona perché Maradona è un uomo tutto pubblico, tutto esterno. Maradona si è dato all’Argentina e al mondo, non ha tenuto quasi niente per sé. Nella notte tra martedì e mercoledì scorso, è tornato a Buenos Aires dopo molti mesi di assenza: ci è andato per conoscere l’ultimo dei suoi figli, Diego Fernando (molti dei figli che ha sparsi per il mondo si chiamano quasi come lui). Diego Fernando ha tre mesi e non sa di essere il figlio, che verosimilmente verrà presto dimenticato, di una delle più grandi icone del Novecento. Maradona è tornato a casa e all’aeroporto Ezeiza ha preso a sassate la folla di giornalisti che lo assaliva – adesso, a quasi 20 anni dal suo rovinoso ritiro. L’aeroporto era preso in ostaggio da centinaia, forse migliaia di tifosi che erano venuti per vederlo, per pregarlo (in Argentina esiste anche una Chiesa a lui dedicata) e lui, come gli succede spesso, ha dato di matto, se l’è presa con tutti, è diventato violento.
La parabola personale di Messi – perché anche lui, come tutti i grandi, ha comunque una storia – è nota: i problemi all’ipofisi quando era ragazzino, le cure ormonali pagate dal Barcellona, l’esplosione di un talento senza precedenti. La sua storia è una storia medica: Messi è una sorta di bruco trasformatosi in farfalla. Ma si tratta di una storia tutta privata, personale, che non ha nulla di universale. Il suo senso dell’understatement, poi, la timidezza che lo accompagna, lo rendono una sorta di genio schivo, un individuo appartato che in nessun caso avrà mai la forza di accendere un popolo.Invece, dicevo, Maradona è tutto pubblico. Non ci sono aspetti della sua vita, comprese le estreme debolezze, di cui noi non siamo informati. La sua vita è tutta sulla pubblica piazza, sempre. La sua parabola personale è la parabola del suo popolo colto individuo per individuo: Maradona fin da piccolo – salvo che per il talento – coincide con la vita delle periferie di Buenos Aires e del mondo, se ne fa bandiera e simbolo. La droga, la fede, l’amicizia con Fidel Castro, le lacrime che versa ogni volta che pensa alle figlie, la consapevolezza di aver dissipato, almeno in parte, un grande talento e un grande potere, l’obesità, i guai con il fisco e con la legge, la memoria della povertà, la violenza: Maradona racchiude e lascia esplodere tutti i pregi e i difetti di un genio venuto su dal nulla, li porta alle estreme conseguenze, li mette sulla pubblica piazza e li offre al mondo come simbolo di qualcosa di enorme e dissoluto, di irraggiungibile e iconico. Egli è, prima di ogni altra cosa, un simbolo: un uomo che, curioso di vedere e allo stesso tempo mostrare agli altri il proprio sangue, si è tagliato la pelle e ne ha donato un frammento a ciascuno di noi.
È per questo che è lui il più grande di sempre: perché, in ultima analisi, Maradona è politico.

Il Demone a Milano

Per chi vuole, sabato prossimo, 18 maggio, farò una lettura di alcune pagine del Demone nella nuova (e splendida) sede della Libreria del mondo offeso, in via Cesariano 7. Forse, ma dico forse, leggerò pure qualcosa di nuovo, ma ci voglio pensare su. L’incontro, che comincia alle 18.30, è all’interno di un ciclo di letture su cui trovate informazioni qui.

Un Raskol’nikov della fame

Con questo articolo comincia la settimana in cui tengo un diario sul sito del festival Pordenonelegge. Devo fare due pezzi legati all’attualità e uno, l’ultimo, in cui trovo una parola significativa e la commento. Il primo pezzo è una specie di ritratto immaginato di Kabobo, l’uomo che, sabato scorso, ha ucciso tre persone con un piccone a Milano.

Con ogni probabilità si chiama Kabobo Mada o Madam, o perlomeno è in questi modi che il suo nome viene trascritto più frequentemente sui giornali. Per questo diario mi è stato assegnato il periodo che va dall’11 al 20 maggio, e all’alba dell’11 maggio, sabato, Kabobo è sceso per strada a Milano tenendo in mano un piccone. Esistono delle immagini, prese con delle telecamere a circuito chiuso, che lo ritraggono mentre vaga per la città semideserta con il piccone in spalla, come se fosse un minatore qualunque in una città che miniere non ne ha mai avute. Con quel piccone, Kabobo in poco meno di un’ora ha assalito a sangue freddo sei persone, ferendone cinque e uccidendone una. Ha vagato per Milano indisturbato, quasi astratto, percorrendo vie e attraversando parchi. Ha assalito un uomo appena sceso dall’autobus – uno scende dall’autobus e si trova davanti un essere silenzioso con in mano un piccone che lo assale –, ha rincorso e colpito alla testa un ragazzo su un marciapiede, ha ucciso un tizio che, per via dell’insonnia, era sceso al bar a fare colazione ed era seduto a un tavolino all’esterno. Mentre Kabobo lo massacrava, i proprietari del bar hanno abbassato la saracinesca. Nessuno, in quell’ora in cui Kabobo ha compiuto la sua strage, ha chiamato la polizia o i carabinieri: Milano è rimasta a guardare il suo carnefice nero mentre questi compiva i suoi sacrifici, i suoi gesti folli.
C’è un famoso racconto di Sartre, Erostrato, in cui un uomo, per rimanere nella storia, uccide sei persone a caso a Parigi. Altri, in altri libri, hanno ucciso per dimostrare a se stessi e al mondo di essere dei Napoleone o che l’assassinio è un’arte. Kabobo, invece, non si sa perché abbia ucciso. Probabilmente non bisogna ricercare nessun significato nel fatto che avesse in mano un piccone: un piccone, quando sei povero, è la prima cosa che ti capita sotto mano. Ma tutti lo descrivono come calmo, quasi freddo, durante l’interrogatorio che è seguito al suo arresto: l’interprete che gli hanno assegnato fa fatica a capirlo, perché Kabobo parla una lingua sua, un inglese impastato con un po’ di italiano e qualche idioma tribale. Non cerca scuse, non piange, non si lamenta, è apparentemente disinteressato a ciò che è capitato a sei persone che giravano per Milano all’alba di sabato 11 maggio. Ripete come un mantra un’unica frase, «Ho fame», e, mentre la scandisce, non sembra un folle.
Ha ucciso ma non gli importa: nella sua testa, probabilmente, l’ucciso è lui. La letteratura ha sempre messo in scena assassini idealisti, filosofi, figure nere che hanno un rapporto diretto con il trascendente. Una delle poche eccezioni, forse, è il Chigurh di McCarthy – che uccide per uccidere e a cui lo scrittore americano ha messo un nome ferocemente caricaturale. Anche Kabobo, forse, ha ucciso per uccidere, ma tutto questo sembra non contare: nella sua testa, lui è un uomo che non dorme, che non ha un lavoro e un posto dove vivere. È uno che ha fame e che a un certo punto, in modo confuso, ha deciso che questa sua fame gli avrebbe dato il diritto di prendere in mano un piccone. C’è un che di consolante, se ci penso, in un assassino idealista: con un Raskol’nikov uno immagina di potersi trovare attorno a un tavolo, di poter parlare di letteratura, di politica, di poter persino discutere – a patto di non far caso al fatto che è un assassino – delle ragioni che l’hanno portato a casa della vecchia. È un omicida, ma un omicida colto, civile, che ha ucciso una volta per un motivo (per quanto astratto), e nessuno si sente in pericolo al suo cospetto. Egli ha ucciso, ma lo ha fatto per una ragione: se si è convinti di essere al di là di questa ragione, in sua presenza ci si sente al sicuro. Così è, in un certo senso, perfino con un Erostrato: il suo è un atto unico, micidiale ma unico. Così è per tutti coloro che hanno compiuto un gesto finale ma motivato – per quanto in modo allucinato. Kabobo, invece, è incontrollabile come la fame che prova. Come Chigurh è l’incarnazione di un male che è assoluto in quanto astratto, indifferente e privo di cause: non c’è vendetta, in lui, non c’è un’idea, non c’è nemmeno una lingua attraverso cui egli possa tentare un’elaborazione. È solo qualcosa di deliberato e violento, di imprevedibile e orrendo. Eccolo, il male definitivo: la violenza come fatto in sé, come qualcosa che viene compiuta a caso ed è completamente gratuita e diretta contro persone del tutto inconsapevoli.

Anche quest’anno sono stato adottato

È successo a Torino, grazie al Liceo Einstein e al Salone del Libro. Ne parlo un po’ qui: http://bookblog.salonelibro.it/adottaunoscrittore/andrea-tarabbia-racconta-la-sua-adozione-al-liceo-einstein-di-torino/

“A me piace raccontare ai ragazzi che cos’è il mondo dei libri: a volte mi rendo conto che, per molti di loro, i libri e tutto ciò che in qualche modo c’entra con la letteratura sono qualcosa di sconosciuto, percepito come lontano. Studiano Dante, Petrarca, Machiavelli, e pensano che uno scrittore sia una statua in una piazza, qualcuno che fa scendere le parole dall’alto. Così mi piace mostrarmi per quello che sono, una persona normale che fa una vita normale e che, ogni tanto, accende il computer e scrive una storia. Non c’è nulla di sacrale nell’essere scrittori”

Qui, invece, c’è il podcast dell’intervista che mi hanno fatto gli studenti del liceo Alfieri per Microfonando.

I conti con il padre

Quella che segue è una recensione di Geologia di un padre, lo strano oggetto letterario che Valerio Magrelli ha da poco pubblicato per Einaudi. L’ho scritta per L’Indice.

magrelliSi vede che a un certo punto bisogna fare i conti col padre. Li aveva fatti circa un anno fa Edoardo Albinati in Vita e morte di un ingegnere, sobrio quanto potente resoconto (scritto nel 1991 ma pubblicato solo ora) di una malattia e di una dipartita redatto a ridosso della scomparsa del genitore e li fa ora, in modo diverso e difficilmente classificabile, Valerio Magrelli con questa Geologia per il padre Giacinto. Diviso in 83 capitoli (ma sarebbe meglio dire frammenti, e su questo torneremo) che corrispondono agli anni che Giacinto aveva al momento della morte, avvenuta nel 2004, il libro è figlio di una disordinata messe di appunti che Magrelli ha raccolto intorno alla figura paterna nella decina d’anni che separano il momento della morte da questa pubblicazione. Introdotta da una serie di disegni autografi di Giacinto, che hanno il vago respiro del mito, e chiusa da una breve silloge di poesie del figlio, questa Geologia prova a mettere ordine nel mucchio di fogli sparsi, di rimandi e memorie fulminanti che hanno caratterizzato l’elaborazione del lutto e la memoria di chi non c’è più. E lo fa non solo attraverso ricordi personali, considerazioni sparse, episodi dell’infanzia dell’autore e della vecchiaia del padre-personaggio, ma anche attraverso citazioni di altri, da Testori a Hugo, da Breton a Stevenson. Ne viene un ritratto dai toni ora accesi ora sommessi ed elegiaci, da cui emerge, anzitutto, la figura ingombrante di un genitore amato e insieme temuto: disordinato, talentuoso, a tratti arruffone, melomane dilettante, Giacinto è stato per Valerio – e per certi versi lo è ancora – una sorta di zenit, una figura di riferimento che Magrelli figlio è stato capace di avvicinare completamente solo a partire dal momento in cui un ictus lo ha reso docile, meno iroso e schermato: «Se mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione, non è, ritengo, per morbosità. […] il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto» scrive infatti Valerio nel frammento 44. Ed è proprio questa fragilità che umanizza e avvicina una figura enigmatica, capace di estrema dolcezza e di improvvise virate in territori bruschi, inospitali, che tengono chiunque gli sia accanto alla debita distanza.

Tutto il libro è giocato, oltre che sul filo del ricordo famigliare, sul tema del confronto tra i due Magrelli: «Il suo ultimo compleanno. Piange ripetendo: “Guarda come mi sono ridotto!” – perché il linguaggio era ormai a brandelli. In compenso, tre anni prima, lo aveva festeggiato davanti a amici e parenti con un discorso che si concludeva così: “Io sono pieno d’odio per il mondo”. Ecco da cosa sto scappando. Ormai sono contagiato, lo so bene, ma non voglio ripetere il suo errore, e soprattutto non voglio trasmetterlo ai miei figli». Eppure, quello che potrebbe essere il solito libro di ricordi sul padre, con la descrizione dei conflitti e delle distanze, è ben altro: è un’archeologia, in senso, verrebbe da dire, sia foucaultiano che letterale, dei rapporti umani e famigliari, dell’origine e l’evoluzione di un affetto che si fa via via origine ed evoluzione del mondo. La morte di Giacinto è infatti, da una parte, l’occasione per il figlio (che è padre a sua volta) di aprire l’album dei ricordi e di avviare un’indagine (mi si passi il termine) sulla storia genealogica del suo ceppo famigliare, ricostruendone per quanto possibile, anche attraverso i nomi dei propri antenati e parenti, la storia e le connessioni; dall’altra, e qui in qualche modo si spiega il perché della geologia del titolo, Magrelli, attraverso la ricerca, in Ciociaria, delle proprie origini, collega l’esistenza del padre, il suo essere lontano e inarrivabile, con i resti millenari di un uomo – l’uomo di Pofi – la cui identità ci viene svelata subito, in epigrafe: «[…] potrebbe toccare proprio a Pofi di dare un contributo decisivo alla migliore conoscenza dei caratteri morfologici [corsivo nostro] dei tipi umani vissuti prima dei neandertaliani […]». Giacinto è dunque un pre-uomo, colui che c’è sempre stato: ogni padre non è che il Primo Uomo per un figlio, ed è in questo solco che l’operazione di scavo (di nuovo l’archeologia, di nuovo la geologia) operata dai frammenti del libro va alla ricerca del segreto che la morte del genitore ha portato con sé ma, allo stesso tempo, ha contribuito a far comprendere: «Eccolo, l’Uomo di Pofi: era mio padre! È lui che sto cercando, mentre mi limito a studiare da lontano la sua culla preistorica. È nella notte della mia infanzia, tra 400,000 e 300,000 anni fa, che si annida il mio diretto progenitore, con armi, vasellame, ossa, rituali. L’Uomo di Pofi, ossia il POFANTROPO!». E ancora: «Che c’entro, io, con quell’uomo depresso, Giove furente, Saturno pofantropico? […]. È proprio come se il mio amore per lui avesse a che fare con un’origine remota, con una differenza insanabile».

Questo, in termini generali, mi pare il senso di Geologia di un padre. All’archeologia, come dicevo, si accompagna anche una linea tematica più semplice e mappata: perché il pofantropo malato è un uomo che si mostra sempre più debole, che si spegne e che, per la prima volta, ha bisogno dell’aiuto del figlio. Questa debolezza – che Giacinto rifiuta e combatte finché può – offre il destro a Magrelli per ripensare i momenti della loro vita in comune in cui la cattedrale delle certezze rappresentata dal padre ha cominciato a scricchiolare: penso all’episodio, per esempio, in cui il padre si vergogna davanti a un collega perché deve fingere di conoscere l’inglese; ma penso soprattutto alla considerazione che apre il frammento 67: «Uno dei grandi dolori che dovetti affrontare, fu quando compresi di averlo superato, nei gusti, nelle competenze, nelle informazioni. È la cosa più bella che possa accadere a un genitore o a un maestro, certo, ed egli sapeva apprezzarla. Però, almeno all’inizio, […] non c’era più nessuno a ripararmi, adesso ero io a dovermi prendere cura di qualcuno». Il padre diventa figlio, in qualche modo, e Magrelli l’aveva già capito nel frammento 16, quando scriveva: «Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato».

Un’ultima considerazione sulla Nota che chiude il volume. Magrelli scrive che la Geologia costituisce l’ultimo movimento di una quadrilogia iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne: secondo una pratica sperimentata di riscrittura (di cui ci sono esempi anche all’interno del testo), il libro riprende e recupera brani degli altri movimenti e li rimette in moto inserendoli in un nuovo contesto. È un processo che l’autore chiama di autotrasfusione: ogni romanzo di Magrelli è dunque in qualche modo figlio del precedente, e lo è fino alla trasposizione di interi passaggi. Non sono molti i libri italiani la cui forma è, in qualche modo, lo specchio del contenuto: la Geologia è la storia di una filiazione, di un rapporto profondo che, una volta spezzato, viene ricostruito fino all’origine; la forma e la struttura con cui questo tema viene sviluppato sono a loro volta figlie di tutto ciò che Magrelli ha scritto e pensato e pubblicato prima del suo ultimo libro: a livello di stile c’è dunque, in tutta l’opera di Magrelli, una continuità estrema, una sorta di paternità circolare di cui, giustamente, Geologia di un padre viene segnalato come il punto culminante.