Dove sono io – terza e ultima parte

[Prima parte, seconda parte]

Una frase che non riesco a dimenticare: «Si alzò lentamente come disimplicandosi dalla terra». È di Michele Mari, e non so dire perché ma mi pare racchiuda il senso di tutta la letteratura possibile.

Per una serie di coincidenze che sarebbe superfluo raccontare, nei mesi successivi alla telefonata con Simone mi ritrovai in un più di un’occasione nella città di M***. In ognuna di queste occasioni ho pensato di chiamarlo e di fissare un incontro, e ogni volta non l’ho fatto: da una parte c’era Laura che, con le sue solite motivazioni tentava, devo dire con successo, di convincermi a desistere. Dall’altra parte, Simone, come ho già scritto, per mesi e mesi non si faceva vivo né per mail né per telefono: il mio interesse per lui e la sua storia, di conseguenza, andava e veniva a ondate e, forse per una sorta di esorcismo, ogni volta che mi ritrovavo su un treno o in macchina diretto verso la città di M*** la voglia di contattarlo e di stare ad ascoltarlo era al nadir. Eppure giravo per la città di M*** guardandomi intorno, come aspettandomi di essere riconosciuto e apostrofato dalla sua voce. Nel risvolto di copertina del Demone, pensavo, c’è la mia foto, e altre mie foto girano in rete: non è così difficile riconoscermi se si ha qualche interesse nel farlo. Mi sentivo anche, per dirla fino in fondo, colpevole nei confronti di Simone: immaginavo un uomo solo (non so perché, ma l’ho sempre immaginato solo – come poi si è rivelato essere nella realtà), sopraffatto da una biografia insostenibile, colpevole, più grande di lui; lo immaginavo pieno di ira e di attesa e di speranza tradita per via di un cenno che io continuavo a non fargli. E mentre lui si consumava perché l’unica voce che aveva trovato per la sua storia – la mia – faceva di tutto per ignorarlo, io giravo per le vie di M*** in compagnia di amici, tiravo tardi, andavo a vedere il mare e al ristorante.
Ma c’è un’altra motivazione, più profonda e viscerale, e che non ho detto mai a nessuno (per lungo tempo nemmeno a me stesso). Non è piaggeria, e nemmeno captatio benevolentiae se faccio questa premessa prima di dire che io evitavo di contattare Simone e di chiedergli un incontro perché, altrimenti, temevo che non sarei mai riuscito a liberarmi del Demone. Ho realizzato pienamente questa cosa – di cui parlerò tra poche righe – solo quest’estate, ad Agrigento, dove ero stato invitato da degli amici a presentare il libro. Io, allora, avevo già incontrato Simone, l’avevo ascoltato e avevo, per così dire, chiuso quel capitolo della mia vita: e tuttavia ci volle, perché io finalmente riuscissi a confessare tutto a me stesso, una domanda brutale fattami da un ragazzo. Dario (si chiama così anche lui) mi aveva fatto una breve intervista per la tv locale che aveva ripreso l’incontro; finito il servizio si avvicinò di nuovo a me e
«Posso farti un’altra domanda?» disse, «Te la faccio per me, non per la tv».
«Altroché» risposi. Io quella sera ero felice, tutto era andato bene, le ragazze portavano i sandali e mi sentivo pieno del mondo. Ero dunque pronto a sentirmi chiedere: «Quanto tempo ci hai messo a liberartene? A liberarti di un libro così, di una voce così?».
Non mi ricordo che cosa ti ho risposto, Dario. Ma so che quella sera di festa io non ero ancora sicuro – a così tanti anni di distanza dall’elaborazione del libro e a undici mesi dalla sua pubblicazione – di essermi liberato di Marat, e della palestra, e di Ivan e Petja, e di Pope Alan e padre Aleksej e delle mamme e dell’orrore di quei tre giorni lontani. Quello che so è che, allora, io, benché non lo potessi sapere, ero preparato a ricevere quella domanda e a rispondere serenamente. Solo pochi mesi prima, non so come avrei reagito.

Molti anni fa, quando ero ancora uno studente e avevo nel cassetto un romanzo lunghissimo e sconclusionato che non pubblicherò mai, avevo scritto un appunto – che avevo intitolato, fingendo di essere la Yourcenar, La carcere. Dice così:

Ma si scrive per ingabbiarsi, per incarcerarsi. Scrivere non è un atto di libertà, di espressione, ma, semmai, di prigionia, di impressione. Ci si incarcera all’interno della parola, delle parole. Si è prigionieri di quello che si è scritto. Provo a immaginare di scrivere qualcosa di profondamente autobiografico, il racconto di una sofferenza, ad esempio, o di un episodio che in qualche modo mi ha cambiato: scrivo per liberarmene, si direbbe. Invece no: scrivo per chiudermi in esso, per non uscirne più, per non poterne più parlare se non attraverso le parole che io ho usato per descriverlo.

Sono ancora convinto di questa cosa: si scrive per fissare il mondo attraverso le parole, per inchiodarlo lì. Non ha senso scrivere di una cosa e poi saperne parlare con parole che sono altre rispetto a quelle che si è usate. A questa forma di prigionia (che è la cosa più bella e più grande che può capitare a uno che scrive) se ne deve però aggiungere un’altra, che io all’epoca non avevo provato e non potevo immaginare: l’estrema fatica che si fa, a livello intellettuale, estetico e morale, per andare a toccare un’altra isola, un’altra storia. A lungo, dopo il Demone, non ho scritto: ero pieno di quel libro, mi bastava; soprattutto, ogni volta che avevo un’idea, che provavo a cominciare qualcosa, mi rendevo conto che potevo raccontarla solo con la voce di Marat. Ma la voce di Marat ha senso solo all’interno del Demone. Ciò che non è il Demone ha bisogno di un’altra voce, di un’altra esperienza, e solo ora che è passato così tanto tempo, dopo che ho letto e ho scritto e ho vissuto e ho immaginato, posso dire che la voce di Marat – che è parte di me e non se ne andrà mai – non è più un fantasma che mi scorre nella penna. Se n’è andata: è lì, su uno scaffale, ci posso tornare quando voglio ma non mi fa più male.
Ecco, all’epoca in cui evitavo Simone, la voce di Marat c’era ancora. Forse stava cominciando ad andarsene, ma sapevo che era lì ad attendermi ogni volta che giravo un angolo. L’idea di rientrare in quella storia, di ripercorrere quei tre giorni, e di sentirmi dire che le cose non erano andate come io avevo scritto mi spaventava. Mi attraeva e mi spaventava. Perso tra questi due poli – l’attrazione e la paura – preferivo non pensarci e andare avanti facendo finta di niente.

(Io più nudo di così, credo, non lo sono mai stato).

Ma sapevo che il momento sarebbe arrivato. Ho passato il ponte del Primo maggio dello scorso anno nella città di M*** con Laura e una coppia di amici. Sono andato a M***, quella volta, senza quasi pensare a Simone. Ma la prima sera, poco prima di cena, senza dir niente a nessuno (tutti nella casa sapevano di questa storia) ho preso il telefono e l’ho chiamato. Non so spiegare perché l’ho fatto: forse perché da tempo non pensavo granché a lui e, nel frattempo, l’ombra di Marat cominciava a declinare e io mi sentivo un uomo in via di liberazione. Simone mi ha risposto con la sua voce di prigioniero ed erano mesi che non ci sentivamo. Ho percepito chiaramente, dall’altra parte della cornetta, un singulto d’emozione mentre dicevo d’un fiato:
«Simone ciao, sono Andrea Tarabbia e sono a M***. Mi piacerebbe incontrarti».
Ci siamo accordati per la mattina dopo. Io e Laura abbiamo passato una notte agitata. Lei, soprattutto, ha dormito poco: per non lasciarmi solo, mi aveva convinto a portarla con me.

Un passo a cui ritorno ogni volta, e da sempre, con un’emozione che non provo da nessun’altra parte: «La vidi ritirarsi con un tuffo, abbassarsi e piegare verso i vetri: si mise a correre lungo l’interno della cornice: le spruzzai un altro getto di veleno: si fermò, abbassò le ali e la testa, tornò indietro e per un attimo sospese qualsiasi movimento: contrasse ripetutamente la sacca del ventre, cercò di nettarsi le zampe anteriori, provò le ali, insieme e una per una, avanzò, indietreggiò, cadde all’indietro, restò ferma qualche secondo, sbalordita, perduta all’improvviso la virtù del volo: la gravità che l’affliggeva la spaventò con una violenza che riempì la stanza». I protagonisti del brano sono un’ape molesta e il DDT. È Paolo Volponi, il più appartato dei nostri giganti.

La mattina dopo, domenica 29 aprile 2012 alle 11, io Laura e Simone avevamo appuntamento nel dehor di un caffè della via centrale di M***, quella che dalla chiesa principale declina verso la piazza centrale. Sotto una pioggia torrenziale ci siamo diretti all’incontro. Ero rimasto d’accordo con Simone che l’avrei chiamato non appena fossi stato davanti alla chiesa e ci saremmo fatti un cenno da lontano per riconoscersi. Arrivati alla chiesa, ho preso il telefono e ho immediatamente sentito squillare il cellulare nella tasca di un tizio che ci stava vicino, un quarantenne ben vestito e dai modi borghesi. Mentre il quarantenne cercava di rispondere, ho chiuso la chiamata e mi sono avvicinato a lui chiedendo: «Simone?»
Quello ha fatto sì con la testa e gli ho allungato la mano. Solo che il suo telefono continuava a squillare. Il primo Simone che abbiamo incontrato, insomma, non era quello vero. Nel frattempo, il mio cellulare ha cominciato a trillare e, mentre mi scusavo con il quarantenne, un tizio dall’aria stralunata, con un marsupio e alcune sporte di carta, il cappellino con la visiera rossa e una giacca impermeabile chiara buttata sulle spalle con la noncuranza di chi viene aiutato a vestirsi ci faceva dei cenni da una ventina di metri di distanza.

Dell’incontro, durato quasi tre ore, ricordo molti particolari: che eravamo all’aperto, e che Simone avrà fumato almeno un pacchetto di sigarette; che ricevette quattro o cinque telefonate “d’affari”; che un torrente d’acqua scivolava furibondo nelle scanalature del porfido della via e formava delle piccole pozze sotto il nostro tavolino di metallo, per cui dovevamo tutti tenere le borse e i piedi sollevati; che Simone non si tolse mai il cappellino tranne una volta, per farci vedere la forma spaccata del suo cranio rasato: un solco lungo alcuni centimetri gli piaga il lobo destro e crea una specie di depressione, suggerendo l’idea che Simone abbia due teste, come il padre priore degli Esordi di Antonio Moresco. È una ferita, dice, che si è procurato nel Caucaso nel 2007: è stato aggredito a Vladikavkaz da un gruppo di persone, ma non ha voluto spiegarci il motivo dell’aggressione. Da allora, però, dopo alcuni mesi d’ospedale in Caucaso prima, a M*** poi – mesi in cui dice di aver lottato contro la morte – è in congedo definitivo. Gli hanno trovato un posto come portiere all’ospedale («ospedale civile», dice lui) di M***, e non sta sempre bene: soffre di emicranie continue e, soprattutto, ha dei vuoti di memoria, e non parla bene (dal vivo infatti trascina alcune consonanti e fatica a pronunciare certe parole).

Voglio dire subito che, non appena vidi Simone salutarmi da lontano, non appena vidi com’era vestito e l’aria svagata dei suoi occhi, io smisi di avere paura di lui, di provare agitazione. Diventai come divento di solito davanti alle persone che deludono le mie attese: bonariamente disinteressato. Ma lui ci disse di aver imparato il russo in venti giorni. Prima del 2007, disse, io avevo una mente veloce, e conoscevo molte lingue di cui oggi ricordo solo alcune cose. Nel corso del nostro incontro, pronunciò più volte alcune parole russe, e le pronunciò perfettamente. Ma il suo discorso – di fatto un specie di monologo durato per tutto il tempo in cui rimanemmo seduti al tavolino nel dehor – fu sconclusionato, pieno di salti logici e temporali, di cose che diceva di non ricordarsi bene o che non voleva raccontare fino in fondo. Era stato, nel corso della sua vita di paracadutista, membro di un non meglio precisato battaglione di forze speciali, e aveva girato il mondo, e aveva fatto molte missioni sulle quali era costretto a serbare il segreto. Nei ristoranti degli alberghi, disse, c’è una regola: bisogna farsi assegnare dal cameriere sempre lo stesso tavolo, quello posto in un angolo in fondo alla stanza, e bisogna sedersi sempre con le spalle al muro. In questo modo, disse, si può tenere sotto controllo la sala e, man mano che i giorni passano, si imparano i movimenti dei camerieri, del personale dell’albergo, dei clienti: se guardi un posto per molti giorni dalla stessa angolazione impari a conoscerlo, diventa tuo e, in caso di pericolo, sei in grado di notare prima degli altri qualche mutazione nel comportamento delle persone, qualche irregolarità nel normale svolgimento delle giornate. Quando il tuo lavoro ti porta a frequentare i luoghi pericolosi del mondo, devi per forza comportarti così, perché devi proteggere te stesso e devi registrare il maggior numero di informazioni possibile su ciò che ti sta intorno. Simone, nella sua vita immaginata, è sempre in guerra. Così, in Egitto, al Cairo, disse, ho capito prima degli altri che nell’albergo dove risiedevo sarebbe presto successo qualcosa: quando la bomba contenuta nel borsone di un cliente che stavo tenendo d’occhio da qualche giorno esplose, una mattina a colazione, io avevo già fatto in tempo a correre fuori portando con me una comitiva di turisti italiani che non si era accorta di nulla.

Hitler non è morto nel 1945, disse, ma ci sono prove che sia andato a vivere in Argentina. E così il dottor Morte: pensano tutti che sia finito in Brasile, ma in realtà ha lavorato per anni negli Stati Uniti al servizio della CIA. O la volta, disse, che catturammo Bokassa nella giungla a metà degli anni Novanta (Voi?!? Gli italiani?, chiesi, fingendo di seguirlo e di credergli. Sì, disse, tu non puoi sapere come funzionano davvero queste cose, è molto complicato, ma gli italiani hanno partecipato a moltissime missioni speciali di cui non si deve sapere nulla): si era rifugiato in una capanna in mezzo agli alberi, a molti giorni di cammino nella foresta. C’erano con lui i suoi fedelissimi e alcune donne. E c’era, nelle cantine… Andrea, io non ho mai visto una cosa del genere… Lui è stato accusato di cannibalismo e l’hanno scagionato, ma quello che ho visto io non lo puoi immaginare. Così lo catturammo, avevamo l’ordine di caricarlo su un aereo di portarlo in Europa, perché fosse giudicato dal tribunale dell’Aja. Legato mani e piedi, incappucciato, nel piccolo aeroporto di Bangui, lo caricammo sull’aereo, ma all’improvviso vedemmo sulla pista migliaia di persone, persone comuni, che si avvicinavano a noi urlando, e sai perché?, perché lo reclamavano, lo volevano per loro. A quelli laggiù non gliene frega niente della legge e dei tribunali internazionali, niente. Loro volevano Bokassa, volevano giudicarlo a modo loro. Ma noi non potevamo consegnarlo, ci aspettavano all’Aja. La gente aveva dei portavoce e ci mettemmo a parlare con loro. Accanto a noi Bokassa, legato e incappucciato, era fermo, come morto, forse non capiva quello che stava succedendo. Intanto la gente aveva circondato l’aereo, e più il tempo passava più si faceva minacciosa e noi avevamo cominciato a capire che non ce la saremmo cavata se non l’avessimo consegnato. Così ci siamo consultati. Quello era una belva, Andrea, un assassino e un cannibale, e a noi faceva schifo. I portavoce tentavano di tenere calma la gente, ma quella urlava, spingeva, molti erano armati e in quei posti lì la vita umana – anche la nostra – non ha nessun valore. Così abbiamo deciso: abbiamo detto ai portavoce che avremmo consegnato Bokassa a patto che la gente liberasse la pista e ci permettesse di decollare immediatamente. L’abbiamo lasciato lì, legato e incappucciato, sulla pista, e mentre decollavamo abbiamo visto come è morto. Bokassa non è morto d’infarto, Andrea, Bokassa è stato smembrato e divorato dal suo popolo sulla pista dell’aeroporto di Bangui.
Io e Laura ci guardiamo, il fiume d’acqua che scende dalla chiesa fino alla piazza e il rumore della pioggia che frusta la copertura del dehor.
«Dimmi di Beslan» dico. Simone prende una pausa, si accende un’altra sigaretta, si tocca la testa. Beslan, dice, Tu sei stato bravo, hai scritto un bel libro, ma ci sono delle cose che non potevi sapere, che non sono state dette né scritte da nessuna parte… i morti, per esempio, tu lo sai quanti sono i morti di Beslan?
«Sono più di trecento» dico, «Trecentotrenta, poco più».
Scuote la testa e guarda in un punto imprecisato tra il tavolo e me. Sono ottocento, Andrea, è stata una strage senza precedenti, sono più di ottocento. Io ero là, li ho visti e lo so. Sono stato nel Caucaso per molti anni, ho fatto missioni dalla fine degli anni Novanta fino a quando mi hanno ferito. Quando abbiamo ricevuto la notizia del sequestro della scuola eravamo a Vladikavkaz. Era il due settembre, gli ostaggi erano già rinchiusi da 24 ore. Con un amico di là – sapevamo che non potevamo recarci sul posto come esercito italiano, ma che avremmo dovuto arrivarci come privati cittadini – siamo saliti su una jeep civile e siamo partiti immediatamente. Eravamo in due, solo due: io italiano e lui osseto. Sua moglie è georgiana e fa i migliori chačapuri che abbia mai mangiato. Li conosci, i chačapuri? Sì, dico, sono la focacce georgiane al formaggio. Li ho mangiati qualche volta a Mosca. Ah, ma a Mosca sono un’altra cosa, tu dovresti provare quelli che si fanno nel Caucaso! Dopo, prima di andar via, ti do la ricetta, così magari (guarda Laura) lei te li fa. Fa una pausa, fuma. Beslan, dice, Io Andrea non ho mai visto una cosa come quella che è successa a Beslan, ancora adesso mi sveglio di notte pensando a quei bambini, mi sogno le urla dei loro parenti fuori dalla palestra. È stata una cosa terribile, la peggiore che mi sia mai capitata. Si ferma di nuovo, respira. La voce se è possibile gli è diventata ancora più bassa, tumulare. Si riprende all’improvviso: le autorità quando siamo arrivati erano tutte già fuori, c’erano i militari, i politici, e nessuno sapeva cosa fare. Quelli da dentro minacciavano di ammazzare tutti, e c’era panico, la gente piangeva. C’erano dei parenti dei prigionieri che erano armati e volevano fare irruzione, farsi giustizia privata, far fuori tutti quelli incappucciati. Le autorità non sapevano come comportarsi, dovevano tenere a bada la gente disperata e furente all’esterno e dovevano capire come parlare coi terroristi senza che questi facessero male agli ostaggi. Così, Andrea, visto che nessuno faceva niente, ci ho parlato io. Tu?, dico, trattenendomi per non ridere. Io, io, dice, grave. Il mio amico osseto voleva fermarmi, diceva che ero pazzo, che lui ha una moglie e un figlio a casa e che non voleva riportarmi a Vladikavkaz morto. Ma io non ho nessuno, Andrea: ho solo una sorella che mi è stata vicino quando mi hanno aggredito nel 2007, ma per il  resto non ho nessuno a casa che mi aspetti, non ho moglie, non ho figli. Sono andato dal capo della polizia di Beslan e gli ho chiesto di farmi parlare con loro. Gli ho spiegato chi ero, e che il fatto di essere italiano poteva essere per i terroristi una garanzia che non li volevo fregare, che ero disinteressato e che parlavo solo in nome degli ostaggi. Il capo della polizia non sapeva che pesci prendere e si è lasciato convincere. Mi sono tolto la maglia, e mi sono avvicinato a torso nudo all’ingresso della scuola; tenevo le braccia spalancate per far vedere che non ero armato e che non avevo cattive intenzioni. Io in quel momento non pensavo a niente, a niente, solo a parlare con loro e convincerli a rilasciare almeno qualcuno. Dalle finestre mi hanno puntato il fucile e mi hanno detto di fermarmi o avrebbero sparato. Ma io sono un paracadutista, Andrea, e i paracadutisti non si fermano davanti a un fucile puntato. Ho continuato a camminare piano dicendo che volevo solo parlare con il loro capo. Io, Andrea, ho parlato con Marat! (Si emoziona, si confonde, mescola la realtà dei fatti di Beslan con la parte fittizia contenuta nel mio libro). Ci ho parlato! E l’ho convinto a rilasciare gli ostaggi. Me ne stavo lì, mezzo nudo davanti all’ingresso, disarmato, e lui mi ha ascoltato. Gli ho detto che se non rilasciavano qualcuno, che se non facevano qualcosa di buono il mondo li avrebbe odiati e non li avrebbe ascoltati, e loro hanno rilasciato dei bambini, pochi minuti dopo hanno fatto uscire… quanti, quanti bambini hanno fatto uscire quel giorno? Ventisei, dico io. Ecco, io ho liberato ventisei persone.
Tu questo lo devi raccontare, Andrea, dobbiamo vederci molte volte e devi starmi ad ascoltare. Io non sono capace di scrivere un libro, tu sì. Devi scrivere la mia storia perché il mondo non sa la verità su molte cose. Dobbiamo lavorare insieme, scrivere insieme. Cioè: io racconto e tu scrivi, perché tu sei capace e io no. Io, capisci, ho bisogno di raccontare questa storia perché il mondo la deve sapere e perché è vera. Lo farai, Andrea? Lo faremo? Lavoreremo insieme?

Ce ne siamo andati dal dehor alluvionato che quasi non pioveva più. Prima di stringerci la mano, Simone si è vuotato le tasche rovesciandone il contenuto sul tavolino di metallo, ha cercato nel portafogli e nel marsupio: non trovava la ricetta dei chačapuri. Eppure ce l’ho sempre con me, ripeteva. Io e Laura l’abbiamo osservato compiere questa operazione con un imbarazzo sempre crescente. Comunque non importa, ha detto poi, ce l’avrò da qualche parte a casa, te la mando via mail.

Ho trovato una nota che Ernesto Aloia ha intitolato Fiction o non fiction? Falso problema, la non fiction non esiste. In essa, Aloia scrive:

Sulla pagina non esistono cose vere. Anche tralasciando per evitare il rischio di efferatezza teorica ogni messa in questione del significato comunemente accordato alla parola “realtà”, è evidente che nel momento in cui essa viene traslata in quella successione di segni di diversa natura che costituiscono una narrazione, essa cessa di esistere, o quantomeno di essere visibile. Quello che permane è solo il testo, e “l’aderenza alla realtà” non è una sua qualità intrinseca quanto piuttosto una modalità dell’interazione tra il testo e il lettore. Il testo è non finto se viene percepito come tale dal lettore, non se il suo contenuto è rappresentato da avvenimenti non finti. E il raggiungimento di questo risultato passa – paradosso dei paradossi – attraverso l’applicazione di un codice di regole espressive che, guarda caso, è proprio quello che i romanzieri hanno messo a punto nei due secoli durante i quali il pacte réaliste è stato in vigore.

E ancora:

Prima di Gomorra, i misfatti della camorra in Campania erano già stati raccontati in migliaia di pagine di saggistica e di cronaca – perché allora essi sono diventati davvero credibili per i più solo dopo il bestseller di Saviano? Paradossalmente, proprio per la natura anfibia del testo, che rifiuta di abbandonare l’arsenale tecnico della narrativa di fiction (e, dal punto di vista editoriale/commerciale, viene addirittura etichettato come “romanzo”). Dal punto di vista narratologico, l’adozione di prospettive e punti di vista impraticabili da una scrittura saggistica ha moltiplicato l’impatto emotivo del suo contenuto e amplificato l’effetto di realtà. […] Per questo, a mio avviso, il concetto stesso di non fiction, e il diverso statuto di realtà attribuito alla scrittura che si pretende non di invenzione, sono frutti di un equivoco: sulla pagina tutto è falso, e tutto è vero nel modo in cui sono vere le storie raccontate nei romanzi, cioè solo in quanto propongono al lettore un approccio percettivo-descrittivo conforme a quello che nel corso degli ultimi due secoli si è costituito come codice espressivo del realismo.

Ciò che ho scritto nel Demone a Beslan è più vero di quanto il mio lettore più bizzarro mi ha raccontato. Dove sta la verità quando si scrive una storia basata su un fatto realmente accaduto? Qual è il suo gradiente di realtà? Qual è il punto che separa la fantasia di uno scrittore – che seleziona, aggiunge e modifica elementi allo scopo però di restituire una verosimiglianza – dalla follia?

Il giorno dopo il nostro incontro con Simone, alle 19.04, ricevetti da lui una mail come al solito priva di oggetto. Questo è il testo:

khachapuri   ingredienti  per la pasta  350 gr di farina o manitoba 250 gr di yogurt bianco 25 gr di burro morbido 1 cucchiaino abbondante di sale 1 cucchiaino abbondante di miele un panetto di lievito di birra latte q.b.   per il ripieno parmigiano a scaglie mozzarella stracchino olio extravergine d oliva q.b. origano q.b.  in una ciotola unire farina e sale il burro a pezzetti lo yogurt.sciogliere il lievito nel latte assieme al cucchiaino di miele e incorporarlo agli altri ingredienti . impastare fino ad ottenere una massa morbida e lasciare lievitare almeno per un paio d ore fino al raddoppio.dividere l impasto in due parti.stendere la prima meta su una teglia rivestita di carta da forno cospargere la superficie con le scaglie di grana aggiungendo poi la mozzarella e lo stracchino. stendere l altra parte di pasta e ricoprire il ripieno avendo cura di richiudere bene i bordi.creare delle piccole incavature con i polpastrelli spennellare di olio evo e cospargere con l origano.infornare a 190 gradi per circa 25 minutifino a che la superficie  risulti d orata    questa e la ricetta che ho ottenuto da una ragazza russa provaci e fammi sapere ciao saluta la ragazza a presto simone

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