Si tratta della prima, lunghissima parte di una specie di saggio che sto scrivendo e che vorrebbe, tra le altre cose, essere una dichiarazione di poetica. Non fraintendetemi: lo faccio più per chiarire certe idee a me stesso che altro e perché, effettivamente, a volte quando uno scrive un libro può succedere che gli capitino cose quantomeno bizzarre. Vorrei che, al di là di quella specie di racconto zoppo che innerva il tutto, il saggio arrivasse a toccare temi per me cruciali: il realismo, la verità, il diritto di prendere parola (io lo chiamo e lo chiamerò la “presa di voce”), il rapporto tra finzione e realtà, la costruzione di mondi, forse l’autofiction. Tutto quello che ho scritto finora è qua sotto: non so quando riuscirò ad andare avanti, ma credo e spero di farlo presto. Tutti i fatti raccontati sono veri: naturalmente, per renderli leggibili ho dovuto scriverli e, quindi, ho dato loro una forma. Ma non ci sono abbellimenti, tutto è nudo come dev’essere.

Poco meno di due mesi dopo aver pubblicato il mio romanzo ispirato ai fatti di Beslan, nell’autunno del 2011 ricevetti, al mio account personale di posta elettronica, una mail molto breve e piuttosto strana sia per il linguaggio sgrammaticato che per la furia con cui sembrava essere stata scritta. Non conoscevo il mittente – che del resto si firmava solo con il nome di battesimo e rimaneva parzialmente ignoto; il mio indirizzo di posta elettronica, in ogni caso, è facilmente rintracciabile da chiunque capiti sul mio sito o su uno dei social network a cui sono iscritto. La riporto fedelmente, omettendo soltanto il numero di cellulare che precedeva i saluti e modificando, per evidenti ragioni, il nome del mittente:

buongiorno andrea ho appena letto il tuo libro demone a baslan mi farebbe piacere poterti parlare dato che non hai scritto la vera verita dei tragici fatti ora tu ti chiederai come posso affermarlo e abbastanza semplice capirlo io ero presente e sono testimone dei fatti unico occidentale ti lascio il mio numero di telefono e sarebbe interessante poterne parlare ciao simone

Il nome utente da cui la mail mi veniva spedita era simone.ossetia, ed era proprio questa la cosa maggiormente inquietante: l’Ossezia del Nord è, com’è noto, lo Stato dove si trova Beslan e dove aveva avuto luogo la strage. Misi subito in Google i pochi elementi che avevo a disposizione: un certo Simone, nel settembre 2004, era stato a Beslan e aveva in qualche modo assistito al sequestro della scuola numero 1. Possibile che nessun giornale dell’epoca avesse riportato la notizia? Possibile che lui, Simone, al ritorno non avesse rilasciato nemmeno un’intervista, se pur a un quotidiano locale? Del resto, in Italia della strage di Beslan si era parlato, e molto, e nessuna delle fonti da cui avevo attinto per preparare il libro aveva fatto riferimento alla presenza di nostri connazionali in loco durante i tre giorni del sequestro. Ma tutto si perde, e ciò che non è fondamentale si dimentica: era perciò perfettamente verosimile che un italiano che, per qualche motivo che ancora non conoscevo, si fosse trovato in quei giorni nel Caucaso, avesse avuto modo di avvicinarsi alla scuola e di mischiarsi con la massa di giornalisti, militari e civili disperati che si accalcava intorno all’istituto.
Girai la mail di simone.ossetia a qualche amico: una delle cose che ho scoperto del mondo della letteratura è che è pieno di mistificatori e di figure borderline che le ruotano attorno e che giocano a prendere in giro gli scrittori. Ma nessuna delle persone a cui feci leggere la mail aveva idea di chi potesse essere Simone né, soprattutto, aveva sentito di qualcuno che fosse particolarmente interessato a mettersi in contatto con me per i contenuti del mio libro. Così, alcune ore dopo aver ricevuto la prima mail, risposi a Simone con un messaggio piuttosto interlocutorio. Questo:

Caro Simone,

fermo restando che il Demone è un romanzo e non una cronaca, sarei molto curioso di fare due chiacchiere e di capire dove sono uscito fuori strada (involontariamente, eh: sui tre giorni ho usato tutta la documentazione che sono riuscito a reperire e ho cercato di essere scrupoloso).
Mi piacerebbe però discuterne sapendo prima chi sei e – curiosità – come mai eri a beslan in quei giorni.

a presto
andrea

Il giorno dopo arrivò la risposta, i cui toni erano se possibile ancora più enigmatici di quelli della prima lettera:

buongiorno andrea ho appena letto la tua e mail che mi hai inviato srebbe bello poterne parlare e scusami ma io ti vedo come un figlio sono un paracadutista ed ero nel caucaso per lavoro non sempre semplice ma va svolto con sicurezza e tranquillita nel mio primo messaggio ti ho lasciato il mio numero di cellulare quando avrai tempo chiamami e forse ci conosceremo ciao simone

C’è sempre un momento, quando si dialoga a distanza con uno sconosciuto, in cui ci si chiede che cosa abbia mai fatto in modo che tu e lui abbiate potuto entrare in contatto, che cos’è quel filo invisibile che porta una persona – nel mio caso, un sedicente paracadutista con trascorsi nel Caucaso – a cercare di interagire con un’altra che, per inciso, nel caso in questione è quanto di più distante possa esistere da lei. Cominciai ad analizzare i testi delle mail che Simone mi aveva inviato, e lo dico subito: non riuscivo a capire come fosse possibile che una persona che non usa la punteggiatura, che non conosce gli accenti e che in poche righe commette una mole così grande di errori avesse potuto leggere dall’inizio alla fine Il demone a Beslan. Il Demone non è un libro complicato, non è scritto per esempio in una lingua sperimentale, e tuttavia ha bisogno, visti il tema e la struttura, di un lettore esperto, di qualcuno che abbia confidenza con il linguaggio della letteratura.
Sono convinto da sempre, da ben prima di cominciare a pubblicare che, quando scrive, uno scrittore non debba tenere conto del suo pubblico potenziale. Non ho un tipo di lettore di riferimento, non c’è una categoria di persone a cui mi rivolgo: so bene qual è il tipo di pubblico che poi, se lo fa, va in libreria e sfoglia i miei libri, ma questo non mi influenza mai quando sono seduto al tavolo di lavoro; i motivi fondamentali di questa visione delle cose sono due: il primo, è che sono convinto che uno scrittore che scrive tenendo presente un tipo di interlocutore esclude giocoforza tutti gli altri e, in qualche modo, si preclude implicitamente la possibilità di fare qualcosa di diverso rispetto al suo libro precedente. Se cerco un pubblico, cerco quel tipo di persone, di lettori, che vogliono riconoscere, nel testo di un dato autore, una voce, ma che sono pronti allo stesso tempo ad essere stupiti e a lasciare che le proprie certezze siano minate da ciò che legge. Soprattutto – e questo è il secondo motivo – ho cominciato a scrivere il Demone, che è il mio terzo romanzo, prima di aver pubblicato il primo: quando, cioè, io non avevo pubblico nemmeno a livello potenziale. Come facevo a tarare una narrazione su un pubblico che non c’era? Perché avrei dovuto farlo se, per quanto ne sapevo e visti i rifiuti a cui stava andando incontro il mio primo libro, il romanzo su Beslan avrebbe potuto rimanere chiuso in un cassetto per sempre?
Ma sto divagando. Quello che volevo dire è in realtà molto semplice: tra tutti i miei possibili lettori, un parà sgrammaticato non era mai stato preso in considerazione. Soprattutto, non era mai stato preso in considerazione un parà che, scrivendo, dice a uno sconosciuto di cui ha letto il libro che lo vede «come un figlio». Confesso che, per un certo tempo, ho provato nei confronti di Simone un senso di tenerezza: dopotutto, il fatto che lui mi considerasse un figlio era dovuto al Demone, e in qualche modo gliene ero grato.
Per qualche giorno, ho discusso con la mia compagna perché lei non voleva che lo chiamassi né, tantomeno, che ci andassi a parlare. Le discussioni vertevano sul fatto che, secondo lei, chiamandolo avrei dimostrato di darmi troppa importanza. Ribattevo che se il mio libro aveva in qualche modo smosso una figura che, almeno nel nostro immaginario, ha tutto fuorché un lato sentimentale, era giusto che mi facessi vivo con lei. Lei obiettava che era appunto un’idea come questa che mostrava come io dessi troppa importanza a me e al mio libro. Inoltre, diceva, se uno è stato davvero a Beslan e ha visto delle cose che l’opinione pubblica – e dunque anche tu – non conosce, non è possibile che se ne sia stato zitto per oltre sette anni e salti fuori soltanto adesso.
«Adesso però c’è il Demone» dicevo io.
«E allora?»
«E allora probabilmente il fatto di aver visto che un italiano ha scritto un romanzo su quei fatti gli ha smosso qualcosa, gli ha fatto venire voglia di parlarne».
«E tutti i giornalisti che Beslan l’hanno vista e raccontata in diretta? Perché non si è rivolto a loro?»
«Perché una cosa è un giornalista…».
«Come dicevo, ti dai troppa importanza».
«Ma mi spieghi qual è il problema? Mi spieghi perché non può essere verosimile che uno legga un libro in cui vede che non tutto è stato raccontato come si deve e decida di contattarne l’autore?»
«Perché se fosse così i libri avrebbero ancora un’importanza che invece non hanno» diceva lei, «e perché questo qui è un parà: se ha fatto delle missioni, come mi pare di capire, magari ha anche qualcuno sulla coscienza».
«Sulla coscienza?»
«Un parà non va nel Caucaso a costruire un ospedale».
«La stai mettendo giù dura, mi pare».
«Non la sto mettendo giù dura. Sei tu che ti sei convinto che sia tutto vero e che questo non sia uno che ti sta prendendo in giro o che, peggio, ha letto il tuo libro e ce l’ha con te per qualche motivo…».
«Adesso sei tu che mi stai dando troppa importanza: e poi, insomma, forse può saltar fuori qualcosa per la L***».
«Per la L***?»
«Beh, l’incontro che abbiamo avuto, la proposta di scrivere un libro che abbia a che fare con il rapporto tra la realtà e la letteratura, tra la fiction, la letterarietà e il mondo… cosa c’è di meglio di questa cosa che sta capitando? Uno, metti anche che sia un matto, che però legge un libro e lo mescola alla propria vita e contatta l’autore per dirgli che ci sono delle cose da correggere…».
«Non voglio che lo chiami e non voglio che vai da lui. E poi, insomma, non sai neanche dove abita».

Ho chiamato Simone al telefono un pomeriggio, nascondendo il mio numero di cellulare. Al quinto o sesto squillo, una voce corrosa dal fumo ha risposto in modo brusco e io, per un attimo, sono stato attraversato dal dubbio se dargli del tu o del lei. Gli ho detto chi ero e lui è rimasto in silenzio:
«Andrea» ha detto poi, con un sospiro.
Non riporto tutta la telefonata: vi basterà sapere che è stata lunga e faticosa, e che per tutto il tempo Laura, la mia compagna, è rimasta seduta sul letto ad ascoltare quello che dicevo mentre passeggiavo per la camera. Io non sono mai stato dentro a un carcere, ma nella vita mi è capitato un paio di volte di incontrare chi ci è stato e vi ha scontato qualche tipo di pena. La cosa che più mi è rimasta in mente, di questi incontri, è la voce di queste persone: profonda, roca, e in cui si riconosce un’attenzione a esprimere un concetto con il minor numero di parole possibile. Ci sono poi, mi è parso di notare, degli intercalari che contraddistinguono l’eloquio di queste voci: uno è «stai tranquillo», ripetuto come una specie di mantra. Va da sé che continuare a ripetere a una persona di stare tranquilla è il modo migliore per metterla in agitazione, e che questo è l’effetto preciso che ottenne Simone durante quella prima telefonata di presentazione: mi disse di stare tranquillo, in ventitre minuti di telefonata, almeno cinquanta volte. Simone dice «Stai tranquillo» con la stessa incidenza con cui io dico «cazzo», e a volte anche con lo stesso significato. Il ritornello della tranquillità, la voce roca, il tono basso e grave: sono per me tutte spie di una persona che ha, come si dice, avuto una vita difficile, che ha attraversato la disperazione e il dolore – quello che ha subito e quello che, magari suo malgrado, ha creato.
Non mi volle dire il suo cognome. Disse:
«Saprai tutto quando verrai qui, a M***».
«Abbi pazienza» risposi, «Mettiti nei miei panni: io non so chi sei, non so nemmeno come ti chiami».
«Andrea, io ho 58 anni. Tu sei come un figlio mio. Devi stare tranquillo. Il mio cognome non è importante, qui, adesso, per telefono. Appena puoi, vieni qui, ti racconto tutto, ti faccio vedere le foto, stai tranquillo. Non c’è problema».
Camminavo su e giù per la stanza con il telefono all’orecchio. Dal letto, Laura mi faceva dei gesti perché voleva sapere che cosa Simone mi stesse dicendo. “Chiedigli il cognome, insisti.” suggeriva, “Dobbiamo sapere chi è.”
«Come ci vengo io, a M***?» domandai invece.
«Di dove sei? Dove abiti?»
«Sto a Bologna».
«Non è lontano, Andrea. È bella Bologna, ci sono stato. M*** e Bologna non sono lontani. Tu sei come un figlio mio. Ho letto il tuo libro, io non sono uno che legge tanto, ma mi è piaciuto come scrivi. Sta’ tranquillo».
«Io non posso stare tranquillo se non so chi sei e che cosa vuoi».
«Non hai detto tutta la verità, ma l’hai cercata. Io ero là e posso dirti come sono andate davvero le cose. Vieni quando vuoi, io sono qui e non mi muovo».
«Ma com’è possibile che hai letto il mio libro?» azzardai.
«L’ho visto nella vetrina di una libreria. Io ero là, a Beslan. Nel tuo libro c’è Beslan nel titolo e l’ho comprato. Mi piace come scrivi».
«Ma perché eri là?»
Simone sospirò. Non era seccato, era il sospiro di chi ripensa a qualcosa che non vorrebbe ricordare:
«Non parliamone per telefono. Ci sono delle cose… io ero là. Io ero un paracadutista, capisci cosa voglio dire?»
«Non lo so. Mi devi scusare, ma mettiti un po’ nei miei panni. Io non so chi sei, e tu non mi vuoi dire il tuo cognome».
«A cosa ti serve sapere il mio cognome?»
«Simone, tu sai molte cose di me: sai come mi chiamo per intero, per esempio. E che ho scritto un libro su Beslan che dici di aver letto. Tu per me sei un indirizzo mail posticcio e una voce in una cornetta».
«Ma io non ti voglio fare del male» disse, «Devi stare tranquillo. Tu hai scritto delle cose, e io ero là mentre succedevano le cose che hai raccontato. Tu sei stato a Beslan?»
«No».
«Ecco. Io sì, e forse ti può interessare quello che ho da dirti e da mostrarti. Ti può interessare?»
«Certo che sì. A me però non risulta che ci fossero dei parà a Beslan, nel 2004».
«Ci sono delle cose che non si sanno. Non eravamo in missione, non eravamo là per quello. Non si può parlarne così, per telefono».
E poi:
«Io sono entrato nella scuola» disse.
«Sei entrato nella scuola?»
«Il primo giorno».
«Cosa? Ma non è possibile!»
«Ti devi fidare di me. Io sono un paracadutista e sono entrato nella scuola, a Beslan. Dobbiamo parlare, devi venire qui, a M***. Ti voglio raccontare molte cose, ci sono tante cose che non sai e che devi sapere».
Poi ho un vuoto. Non mi ricordo più come continuò la conversazione e come arrivammo all’ultima domanda che gli feci – con una leggerezza e un tono che tuttora mi stupiscono:
«Hai ucciso?»
Simone sospirò di nuovo.
«Ti ho detto che ci sono delle cose di cui è meglio non parlare per telefono. Chiamami quando vuoi, io sono qui. Ti aspetto».

Nel corso della conversazione, Simone mi aveva raccontato alcuni particolari della sua vita che potevano aiutarmi, se non a rintracciarlo, perlomeno a capire un po’ più approfonditamente chi fosse: per esempio, disse che era stato molte volte nel Caucaso, che conosceva bene Vladikavkaz, la capitale dell’Ossezia del Nord; parlava un buon russo: ogni parola di quella lingua che gli avevo sentito pronunciare era scandita correttamente, e gli accenti – che tanti problemi danno a chi studia quella lingua, la cui accentazione è mobile e indefinita – cadevano sempre sulla sillaba corretta: dissi a Laura che quel poco mi aveva raccontato mi pareva verosimile proprio perché Simone pronunciava correttamente il russo.
«Non può averlo studiato, non mi sembra il tipo di persona che studia una lingua. Mi sembra più verosimile che l’abbia imparata là».
«Magari è sposato e sua moglie è russa, o ucraina».
«O magari sta dicendo la verità» dissi.
Soprattutto, Simone mi aveva raccontato di essere stato ferito nel 2007, e che per questo era andato in congedo anticipato.
«Mi hanno ferito alla testa» disse, «a Vladikavkaz. È per questo che a volte faccio fatica a parlare. Ho dei vuoti di memoria, ci sono dei periodi della mia vita che mi sembra di non aver vissuto. Ma quello che è successo a Beslan non me lo dimentico, sta’ tranquillo. E poi ho le foto, i documenti. Devi venire a casa mia».
Paracadutista in congedo, anni 58, missioni di qualche natura svolte nel Caucaso, ferito. Questi erano i dati che possedevo.

La casa editrice con cui ho pubblicato il mio libro d’esordio, La calligrafia come arte della guerra, è di M***. Io però a M*** non c’ero mai stato davvero. Con la maggior parte dei piccoli editori si lavora via internet e per telefono, ormai: il contratto ti viene mandato a casa via posta e tu lo devi rispedire firmato; se non si vive vicini ci si incontra di persona solo in occasione di presentazioni, fiere, saloni, incontri pubblici. Tuttavia, ero e sono in ottimi rapporti con tutte le persone della casa editrice con cui ho avuto a che fare, soprattutto con l’editor Dario Rossi. Telefonai a Dario e gli raccontai la storia di Simone. Ci scherzammo un po’ su e mi feci promettere che, con le scarsissime informazioni che gli avevo dato, avrebbe fatto un tentativo di capire chi fosse quello che ormai era diventato, nei discorsi con gli amici, “il parà”.
«Dopotutto» dissi, «Se a M*** avete un ex parà ferito nel Caucaso ci sarà pure qualcuno che lo sa!»
Nei giorni successivi, Dario chiese informazioni a un amico che lavora al Comune di M*** e a un altro, che invece fa il paracadutista. Nessuno, senza il cognome, riuscì a fornirgli qualche notizia su Simone.
Nel frattempo, tramite una conoscente che lavora per una compagnia telefonica – la stessa compagnia a cui è abbonato Simone – provai a capire se era possibile risalire all’identità del parà tramite il numero di cellulare. Ma la legge sulla privacy, mi spiegò la conoscente, non consente più di divulgare i dati sensibili degli abbonati, a meno che non ci sia una denuncia e che la richiesta non arrivi direttamente dalle forze dell’ordine. Naturalmente, non avevo nessun motivo per denunciare Simone: benché avesse (e abbia) il mio numero e la mia mail, in tutti questi mesi Simone non mi ha mai più cercato. Ha sempre e soltanto risposto alle mie sollecitazioni.
Questa era per me un’altra possibile prova della sua autenticità e della piena verosimiglianza del suo racconto:
«Se fosse un matto» dicevo a Laura, «o uno che vuole perseguitare uno scrittore o un mistificatore o un troll, mi romperebbe le scatole di continuo. Invece tace. Tace e aspetta come quelli che sanno».

Il punto fondamentale attorno a cui ruotavano la mia fascinazione e il mio interesse per la vicenda di Simone era questo: mentre lavoravo a Il demone a Beslan ero perfettamente consapevole di trovarmi di fronte a un materiale documentario non ancora elaborato, fatto di video, di comunicati ufficiali, di articoli scritti a caldo; leggevo dei libri dove si davano notizie che una certa stampa smentiva o aveva smentito, ma di cui non potevo non tenere conto anche perché spesso erano l’unica fonte disponibile; avevo letto e ascoltato testimonianze di persone che restituivano – come è giusto e prezioso che sia – l’aspetto umano della vicenda prima di quello politico o di intelligence. Soprattutto, l’ho già scritto, io a Beslan non ci sono mai stato, e non sono russo, e non sono osseto. Pertanto, almeno in apparenza, non ho niente a che fare con i fatti di quei giorni del 2004. Infine, avevo deciso di dare la voce a un uomo spaventoso, che era stato nell’abisso del male e non ne era uscito e sul quale, per di più, non avevo molte informazioni. Quest’uomo, almeno in parte, io me l’ero inventato. Dov’era, nel sistema che stavo edificando, la verità? Che cosa avrei scritto e come? Che cosa avrei fatto dire al mio narratore?
Per rispondere almeno in parte a queste domande, ho tentato di giocare la partita sul piano della letteratura tout court. Stavo creando un personaggio “storico” che è il doppio letterario di un uomo che è insieme “storico” e vivo. Dovevo per forza spostare i piani, uscire dalla realtà fin da subito (nella prima riga del libro gli metto in mano una forca, che terrà attaccata alla cintura fino alla fine) e, sulla base comunque di una certa mole di documentazione, vedermela da un’altra parte. Mentre scrivevo, mi ripetevo continuamente una specie di mantra, che credo di aver rispettato solo in parte: «Non la verità storica in senso stretto, ma quella umana». È una frase quasi priva di senso, ma credevo e credo che fosse l’unico modo che avevo per mettermi di traverso in questa storia più grande di me, e provare a raccontarla. È per questo che il libro è pieno di voci che continuamente tentano di spostare il baricentro della storia (e della verità): perché, nonostante i documenti, la verità non ce l’ho, e solo la letteratura mi consentiva di restituire una visione tridimensionale dei fatti, e degli esseri umani.

Arturo Mazzarella, che insegna Letteratura e arti visive a Roma Tre, ha scritto un libro intitolato Politiche dell’irrealtà in cui, parlando di Sciascia, a un certo punto dice che scrivere è anche «trasformare ogni evento in un racconto, in una storia che, se interpretata con piglio spregiudicato e ribelle agli stereotipi, può evidenziare aspetti poco noti [la verità umana], particolari fino ad allora sfuggiti». E, ancora: «tra i fatti e la loro proiezione fantasmatica è impossibile rintracciare una linea di demarcazione netta. Non a caso alla fine dell’indagine riguardante la scomparsa di Majorana troviamo due termini legati in un solo nodo: “rispondenti o no a fatti reali e verificabili”, i diversi “fantasmi di fatti” adombrati non possono “non avere un significato”». Ecco, benché tra me e Sciascia ci sia una grande distanza, io nel Demone avevo lavorato sui “fantasmi di fatti”, provando a riempire con la letteratura le parti cave e oscure della realtà, e ora mi si presentava la possibilità di rivivere tutto attraverso gli occhi di un (ancorché sedicente) testimone.
In un appunto che ho preso questo autunno, mentre ragionavo su questo e su altri temi, trovo scritto:

In un caso che devo ancora verificare [si tratta della storia di Simone], poi, una certa realtà, grazie alla finzione del libro, potrebbe entrare prepotentemente nel mio ordine delle cose, ma è ancora troppo presto per parlarne, e forse non sarà mai il momento. Si tratta però di un aspetto – ne parla per esempio Carrère in La vita come un romanzo russo – ineludibile: la finzione che smuove delle cose nel mondo “vero”, e il mondo vero che entra di prepotenza nella finzione cambiando le carte in tavola.

Di questo parlerò tra poco. Voglio chiudere questa prima parte della storia di Simone dicendo che, almeno in parte, l’attrazione che provavo per lui e la sua storia era dovuta anche a un altro fatto, che esula dal Demone, dalla tragedia di Beslan e dal rapporto tra realtà, finzione e verità: mentre scrivo queste pagine, infatti, il lavoro preparatorio per il romanzo nuovo, dopo quasi due anni, sta giungendo al termine; ho già scritto l’attacco, e ho più o meno chiari tutti i personaggi, le voci, gran parte della vicenda. È un romanzo che, in maniera un po’ laterale, parlerà della destra estrema, extraparlamentare*. Una delle prime cose che mi disse Laura su Simone, mentre discutevamo se fosse il caso o no di contattarlo e di andarlo a trovare, fu che, qualunque cosa avesse fatto e chiunque fosse nella realtà, un uomo che si presentava come si era presentato lui non poteva che essere fascista.
Simone era di M*** (come quelli di Transeuropa), diceva di essere stato a Beslan e con ogni probabilità era fascista: in lui, se si escludono i temi e i motivi del romanzo breve Marialuce, avrei potuto guardare come allo specchio la personificazione della mia parabola narrativa fin qui.

* Si tratta di un progetto che ho momentaneamente accantonato.