IL-48-cover-febbraio_258Sul numero di IL in edicola da oggi c’è una mia piccola riflessione sui romanzi scritti dai cantanti, sull’aura e su quello che non ci possiamo permettere

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mentre gli scrittori lottano per uscire dalle terze pagine, i personaggi dello spettacolo scrivono per entrarci. I libri di Godano o Sangiorgi, buoni o meno che siano, usano un italiano colto, lirico e a tratti iperletterario; Capossela riempie la sua prosa di riferimenti a Céline e ai suoi amori di carta. Si tratta, in pratica, di libri che uno scrittore non si può permettere, pena l’accusa di culturalismo e citazionismo e la condanna, nel migliore dei casi, a un box di qualche riga nella famigerata pagina della cultura. Evidentemente, però, una certa idea di letterarietà rimane e ha ancora senso: i libri hanno mantenuto, in modo vago e fumoso, la propria aura. Il problema è che solo i cantanti hanno gli strumenti per poterla utilizzare.