Amour di Michael Haneke mi ha colpito meno di quanto mi aspettassi: e tutto questo non perché non sia un bel film, ma perché, mentre lo vedevo, non riuscivo a non pensare che io, benché in maniera se si vuole indiretta, le cose che racconta le ho vissute in prima persona. Forse si tratta di un paradosso, perché, di solito, quando si vede o si legge di qualcosa che in qualche modo si ha attraversato le emozioni e i ricordi si scatenano e la visione o la lettura diventano insostenibili. Ecco, io pensavo che, per me, Amour sarebbe stato un film insostenibile, e invece non è stato così. La freddezza tipica di Haneke, che è una freddezza studiata, calcolata per far emergere ancora di più il dolore (un po’ come faceva Dürrenmatt, pur con tutte le differenze del caso), e che mi aveva straziato in altri suoi film, questa volta è rimasta sullo sfondo, non mi ha parlato.

Nei suoi quindici anni di schiavitù, quando la nonna faceva camminare il nonno per la sala da pranzo e il corridoio sorreggendolo per un’ascella, con il piede destro spingeva in avanti il tallone della sua gamba paralizzata: come la Anne del film, anche lui aveva avuto un ictus (perdendo immediatamente l’uso della parola: dal 1990 al 2005 le uniche cose che io ho sentito dire da mio nonno sono state dei versi, Din-din – un suono onomatopeico atroce e grottesco con cui intendeva dire qualunque cosa –, Mama – con cui chiamava tutte le persone da cui voleva ricevere aiuto – e, a volte ma non negli ultimi anni, semplicemente No) ed era paralizzato completamente dalla parte destra del corpo. Ecco, la Anne del film, quando ancora fa i suoi esercizi per camminare, cammina nel modo sbagliato: fa un balzello in avanti con la gamba paralizzata e poi trascina la gamba buona. È una scena che, stavolta sì, mi è stata insopportabile, ma insopportabile perché sbagliata.

Nel 1990 avevo dodici anni e il nonno era una delle persone che amavo di più: l’ho perduto all’improvviso, trovandomi di fronte un essere privo di qualsiasi possibilità di interazione e insegnamento, che nei primi anni sapeva ancora commuoversi e ridere se gli si diceva qualcosa di spiritoso ma che piano piano si è ridotto a un automa, un individuo chiuso nel suo pannolone e nel suo mutismo e nella sua morte-in-vita. Questo ancora oggi, a otto anni dalla sua morte, è per me inaccettabile. La mia vaga ipocondria, il sentimento della morte che mi porto dietro vengono dalla malattia del nonno e, se ci penso, in forma mascherata, il nonno e la sua malattia, la sua infermità e il suo mutismo e la parte destra del corpo gonfia per l’inattività, danno forma a tutti i miei libri, sono il filtro attraverso cui guardo il mondo. Da quindici anni mi dico che prima o poi dovrò affrontare apertamente la malattia del nonno, il sacrificio terribile della nonna – che si è logorata nel corpo e, ancora oggi, nei confronti di lui prova un senso di colpa difficile da capire –, la stanchezza e il dolore della mamma, il fatto che, bene o male, tutta la vita della mia famiglia (ovviamente questo vale meno per me e per mia sorella, che eravamo i nipoti) ha ruotato per quindici anni attorno al sasso che si è formato nel cervello del nonno e ai suoi bisogni e alla speranza inconfessata – che io confesso perché allora ero giovane e non avevo responsabilità dirette – che una morte pietosa ce lo portasse via.

Ecco, ognuno ha un buco nero, forse, nella propria biografia. Il mio, o uno dei miei (ce n’è almeno un altro, se ci penso, e anch’esso ha a che fare con la malattia), è questo. Confesso che ho sperato che Amour parlasse per me, che mi togliesse il peso di dover un giorno prendere la penna per rendere giustizia al mio buco nero. Invece Anne cammina nel modo sbagliato, e all’inizio non perde nemmeno la parola. E Georges la accudisce senza sensi di colpa, senza rabbia, senza crollare perché pensa agli anni che l’ictus ha rubato alla loro vecchiaia, senza, soprattutto, la paura di non accudire come il malato vorrebbe, senza sentirsi inadeguato. Addirittura, alla fine, ha pietà di lei. È quasi più automa lui della moglie, se ci penso, e tutto questo è falso ed è intollerabile: la nonna è una donna forte, che ha risolto in una pratica quotidiana ed energica il senso di inadeguatezza che provava di fronte ai bisogni del nonno, di fronte alla grandiosità e all’incomprensibilità e alla profonda ingiustizia della malattia. «Non è giusto ma è così» dicevano le sue braccia mentre lavavano il nonno o lo sollevavano dal letto; allo stesso tempo, dicevano: «Non sono in grado di fare questo, non sono adatta a questo ruolo, altri lo sarebbero, io invece non ne sono capace: tu ti meriti di più, devo fare di più per te e non sono in grado di farlo perciò perdonami e, se puoi, continua a stare insieme a me». Questo, un giorno, vorrei riuscire a dire. Con questo, nonni, un giorno vorrei rendervi giustizia.