Circa due mesi fa, senza provare dolore, ho messo da parte (non abbandonato: messo da parte) un progetto su cui lavoravo, in modo a dire il vero discontinuo, da un paio d’anni. L’ho messo da parte così, di colpo, dopo aver messo il punto sulla prima delle cinque parti che avrebbero dovuto costituire il romanzo. L’ho messo da parte serenamente anche perché, nel frattempo, per una via traversa e bizzarra sono stato “chiamato” da un altro libro, per il quale mi sono messo immediatamente a studiare e che – stavolta sì – occupa quotidianamente la gran parte dei miei pensieri benché al momento non ne abbia scritta ancora una riga. Le circa 20.000 parole del progetto messo da parte contengono passi che mi piacciono molto, passi interlocutori e passi su cui, come sempre succede, avrei dovuto tornare in un secondo momento: il problema, al di là di una certa resa e di un certo passo che non sempre sono riuscito a ottenere, risiede però nel fatto che, in poche parole, mentre scrivevo non riuscivo ad amare i personaggi e la vicenda. Chiunque siano i personaggi di una storia, chiunque sia il narratore, affinché il libro che uno ha in mente venga scritto c’è bisogno in ultima analisi di un’unica, vitale condizione: che l’autore ami incondizionatamente le figure che fa girare sulla pagina. Queste figure possono essere di qualunque tipo e possono essere perfino eticamente riprovevoli: ma tu, se vuoi scriverle, devi amarle.

Era il mio “romanzo sull’Italia”. È una definizione pomposa e stupida, lo so: ma io avevo e ho in mente, attraverso questo libro che spero maturi in qualche angolo remoto della mia testa e finalmente, un giorno non lontano, si faccia scrivere, avevo in mente, dicevo, di raccontare il mio Paese.  Non sono riuscito a farlo, e più mi inoltro nel libro nuovo, più valuto delle proposte che mi vengono fatte e, ascoltandomi, capisco cosa mi fa fremere e cosa no, più mi rendo conto che dal mio punto di vista, per il momento, l’Italia è un Paese che non si può raccontare. Mi manca qualcosa, o forse c’è semplicemente qualcosa che non capisco. Molti degli scrittori italiani che amo, da Volponi a Malaparte, da Moresco a Sciascia passando per una serie pressoché infinita di scrittori (Arpino, Piovene, D’Arzo, Fenoglio, Parise, Morante e così via) sono riusciti a farlo, ciascuno a suo modo. Io no. C’è qualcosa che mi frena, che mi fa perdere interesse quando si tratta di scrivere qualcosa che abbia a che fare con l’Italia. Forse è solo immaturità: a volte mi domando se non conosca troppo poco del mio Paese, se ci sia qualcosa che mi sfugge.

Oppure, forse, le cose stanno diversamente: tra la commedia e la tragedia ho sempre scelto la tragedia. Nella vita quotidiana, nei discorsi che faccio, nei messaggi e nelle mail che scrivo, possiedo un’ironia, un sarcasmo e un cinismo che perdo totalmente quando scrivo o anche solo quando progetto un libro: allora divento terribilmente serio, cupo. Nei miei libri tutte queste cose, questo tocco, non ci sono. L’Italia è un Paese tragico, ma non solo: è un Paese amaro e io questa amarezza (quell’amarezza, per intenderci, che aveva Monicelli) quando scrivo non la possiedo. Non so veicolarla. Mi sembra di riuscire a ragionare sul bene, sul male, sulla colpa, sulla religione, sulla redenzione, sulla vita e sulla morte solo quando guardo fuori dai patri confini. È una visione molto limitata, lo so: i romanzi non sono una questione di geografia. Ma appena tento di immergermi nella nostra storia o nella memoria del nostro popolo io mi esaurisco. A volte mi sembra che il nostro Paese e la sua storia manchino di grandezza – quella grandezza che, però, D’Arrigo è riuscito a scovare. Manca forse anche il suo contraltare apparente, lo sfacelo – quello che ha per esempio l’Austria di Roth e di Bernhard. O forse non manca, ma è declinato in modo tale da non arrivarmi.

Pensieri del genere non andrebbero resi pubblici. Sono materia per un carteggio privato. Ma tutto ciò che è privato prima o poi diventa pubblico, e io in questo momento ho voglia, per così dire, di aprire le finestre e riordinare gli armadi.