È una vecchia recensione del primo libro di uno dei miei miti giovanili, Giovanni Lindo Ferretti, scritta quando sia io che lui eravamo ormai disillusi. Ha in alcuni momenti il tono del fan che si sente tradito, ma rileggendola oggi la trovo molto più ironica di quello che può sembrare a una prima lettura.

Confesso di aver creduto per qualche tempo che il titolo del libro di Giovanni Lindo Ferretti, Reduce, fosse in inglese. L’ho visto in libreria e non ho pensato nemmeno per un secondo all’italiano, chissà perché. Riduci, diminuisci, era un tocco pop che mi piaceva molto e che allo stesso tempo dava il peso di quello che Ferretti era ed è diventato: una personalità in minore, che ha smesso da anni di urlare e di avere la cresta e di essere corrosivo ma che comunque, memore del suo passato, mantiene un legame con il pop e con il suo pubblico e gli concede un titolo che potrebbe essere quello di un disco. In qualche modo, poi, Reduce – in inglese – faceva il paio nella mia testa con Co.dex, il nome dell’album che Ferretti ha pubblicato qualche anno fa. Codex è una parola latina, ma io ho sempre creduto che avesse, impressa sulla copertina, un non so che di moderno – sarà per quel punto -, di dinamico e di punk. Co.dex. Reduce.
Invece no. Ferretti ha chiamato il suo libro Reduce, in italiano: una parola che evoca sempre qualcosa di tragico, di funesto. Però l’ho comprato lo stesso, e l’ho letto, perché i CCCP e i CSI sono stati una tappa fondamentale della mia formazione (considero tuttora Linea gotica il capolavoro assoluto della discografia italiana); l’ho comprato perché quando da adolescente cantavo in un gruppo le canzoni che facevamo erano la brutta copia delle loro, perché erano filosovietici, perché avevano inventato un modo di porsi e di suonare, perché amavano Berlino. C’è stato un momento, dalle mie parti, in cui Ferretti era considerato una specie di guru, e in cui tutto quello che diceva e faceva diventava il perno delle nostre discussioni e delle nostre accensioni. Leggere il libro di Ferretti doveva essere per me fare in un certo senso i conti con gli anni Novanta, con il mio passato, con quello che ero da ragazzino e che in parte sono rimasto. Dopo anni di silenzio, la persona che è stato il punto di riferimento delle mie adolescenza e giovinezza si mette a scrivere, parla, e io in qualche modo mi devo la lettura delle cose che scrive perché è un’occasione anche per me, forse, di fare il punto della situazione.
In ogni caso, non appena ho capito la lingua usata per il titolo, mi sono posto una domanda: Reduce da che? Dal filosovietismo? Dalla RozzEmilia? Da qualche scossone personale (e sappiamo ne ha avuti tanti)? Secondo quanto è lo stesso Ferretti a suggerire, egli si sente reduce da questo:

«Cantante dei CCCP – Fedeli alla linea
in regressione genetica tornavo a casa,
la mia, dei miei, nel natio borgo
dove era vissuta sempre la mia gente.
La disgrazia unita al boom economico,
miracolo italiano in dopoguerra,
ci avevano traslocato in città.
Gli adulti a lavorare, guadagnare col pane
il companatico e il risparmio.
I bimbi a crescere, studiare,
farsi ammaliare nelle città in grande mutamento.
Tutti ad ammodernare il mondo,
con zelo, ognuno il suo, negli anni ’60 e ’70.
Reduce da cotanto immane sforzo,
confuso e stanco,
di troppe cose già a noia
e d’altre che rifuggono il conto,
mi fermo, a rimirar il cammino e d’intorno». (p. 15)

Viene da chiedersi: cioè?
Il Reduce che mi aspettavo io, quello in inglese, non avrebbe scritto una pagina come questa. Non era l’esordio che mi aspettavo.
Il problema è che si capisce subito che Reduce è un non-libro che sta a metà tra tutto, che non ha quella direzione precisa e cosciente che Ferretti ha sempre dato alle sue cose. Spesso, leggendo, è difficile tenere le fila del discorso; infatti non è un’autobiografia, ma un po’ sì; non è un libro di viaggi, ma i viaggi e gli spostamenti scandiscono l’andamento dei capitoli; non è un libro-confessione, ma è fortemente personale; non è un libro “spirituale”, ma è concepito come una sorta di breviario. È un libro scritto senza un disegno, senza un piano, e francamente credo che anche il suo autore avrebbe qualche difficoltà a spiegarne l’argomento e il fuoco. Ferretti l’ha scritto come scriveva i testi delle sue canzoni, anzi, usando spesso e volentieri dei versi di brani dei CCCP e dei CSI per rimpolpare le frasi. Come era nelle canzoni, la scrittura di Ferretti è un atto d’amore nei confronti dell’aggettivazione e una dichiarazione di guerra (da qui forse un’ulteriore motivazione del titolo italiano) all’articolo determinativo. Il libro è pieno di elogi della parola, del suo potere e della sua bellezza:

«È un’arma la parola, un’arma il tono, il ritmo. Forma e sostanza [Forma e sostanza] preziosa. Deve essere forte anche quando leggera quando si fa sinuosa. Un rapimento, un’estasi [Mi ami?] che brucia e fa silenzio intorno. Far fiorire il deserto, fuori, dove acqua evapora». (pp. 116-117)

Ho messo tra parentesi quadre i titoli delle canzoni da cui sono prese frasi ed espressioni. Eppure, nonostante questi continui rimandi ai suoi testi, Ferretti, solido costruttore di concept album tesi e dritti come un colpo di fucile, si perde tra le parole che egli stesso elogia, e dà vita a una prosa confusa, che vuole essere lirica e raramente ci riesce. Inoltre non parla, mai, dei CCCP e dei CSI. Anche quando racconta il viaggio in Mongolia, premessa concettuale all’ultimo disco dei CSI, l’autore è attento a nascondere il fatto che i due mesi passati tra Ulan Bataar e il Gobi sono stati spesi in compagnia di Massimo Zamboni (suo amico e compagno di lavoro per due decenni) e che tra i mongoli è stato concepito T.R.E. Reduce si apre con i ricordi di un’infanzia spesa sugli Appennini tosco-emiliani e poi, salvo qualche riferimento veloce e privo di commenti, si tuffa nella seconda metà degli anni Novanta, cioè nel periodo post CSI e post Zamboni. Chi non conosce la biografia di Ferretti e legge il libro, quasi non si accorge che l’opera è costruita attorno a un enorme buco nero che inghiotte e oblia almeno tre lustri di dischi, di punk, di politica, di canzoni e di Italia. In Reduce non esistono gli anni Ottanta (di cui Ferretti e Zamboni furono tra i padri) e una buona fetta dei Novanta.
In una parola, Reduce taglia fuori con un colpo di spugna me.
A questo punto è legittimo che io ponga di nuovo la domanda: Reduce da che? Tutti i reduci parlano di quello che è stato, della cosa nei confronti della quale si sentono e sono reduci. Ferretti no, o almeno non fino in fondo. Questo era e doveva essere un libro dovuto, dovuto alle migliaia di persone per le quali Ferretti e Zamboni hanno contato qualcosa, era l’occasione per fare il punto della situazione presente e il bilancio di quella passata, e questo era, inoltre, ciò che il titolo italiano prometteva. Ne è venuta fuori un’operazione di riduzione, di cernita e di scarto, dove a essere scartato è tutto quanto Ferretti (e con lui noi) è stato in un periodo della vita che ha il diritto di rinnegare ma non di dimenticare. Invece, soprattutto dopo il capitolo dedicato a Israele e alle visite al Santo Sepolcro, Reduce diventa sempre più una sorta di predica moraleggiante, ultracattolica e conservatrice:

«Ben triste il tempo che riduce la vita a colpa, espiazione, eterno lutto. Più facile vivere tra gli sciocchi che tra i fustigatori. È che, a ben vedere, sono gli sciocchi che preparano il tempo dei fustigatori e i fustigatori allevano gli sciocchi. I doveri fondamentali dell’uomo stanno scolpiti sulle tavole della Legge mosaica. Stanno nel cuore di ogni essere umano. (…) L’amore verso il Creatore, la creazione, le creature, sarebbe la soluzione».(p. 99)

A questo si accompagna un retorico elogio della vita campestre, della lontananza dalla tecnologia, dalla dimensione urbana e dalla modernità («All’idea del nuovo si è intrecciata l’idea di totalità come moderna categoria dell’umano. L’uomo totale, padrone assoluto di tutto, proteso senza limiti tende all’onnipotenza. Politica, economia, scienza anche in ordine inverso sono le tre idolatrie del moderno».) che tra le righe parrebbe voler riecheggiare alcune posizioni pasoliniane, ma che si riduce – di nuovo, forse allora il titolo è davvero in inglese – a scene in cui Ferretti racconta di quanto ami andare a cavallo senza sella, o rifugiarsi sulle Alpi Apuane, o contemplare le albe campestri. E poi, elogi smaccati agli ultimi papi:

«Dio benedica sua Santità Benedetto XVI che ancora Cardinale scrisse, per me illuminante, Liturgia, e prego lo Spirito Santo che lo fortifichi e lo sostenga». (p. 78)

«Benedetto, benedicimi, Ti benedico. Dire bene, pensare bene, fare bene». (p. 101)

Antimoderno, conservatore, un po’ bigotto. Lo sapevo, non posso certo prendermela per questo. Però credevo, anzi, pretendevo, che Ferretti me ne spiegasse almeno le ragioni, le cause. Invece non solo non lo fa, ma si nasconde, e parlando di quello in cui crede riesce, sorprendentemente, a non parlare di sé, della propria storia e dei propri mutamenti. Fino a quella che a me sembra la grande contraddizione nel suo pensiero. Questa:

«L’idea di totalità ci sta ammazzando. La pretesa di totalità è sempre arrogante che, sulla terra, si esplicano solo parzialità e in una gerarchia costruita sulla tradizione, sul giudizio, sulla geografia e sulla storia: c’è il meglio, c’è il peggio. È meglio ciò che tende ad armonizzare le esigenze del singolo e quelle della collettività. È peggio ciò che idolatra uno dei due. (…) È l’Infinito, l’Indefinibile, che ci salva. (…) Alla totalità stanno le Cerimonie, esibizione di qualsiasi tipo e forma di umana potenza. Dalla parata militare allo spettacolo di beneficenza». (pp. 100-101)

La vita di Giovanni Lindo Ferretti, per come io la conosco e per come lui non l’ha raccontata nel libro, è stata ed è un imponente tentativo di rispondere alla domanda che dai Karamazov in poi tutti ci siamo più o meno coscientemente posti: «A chi genufletterci?». Ferretti è per me, da sempre e oggi ancora di più, l’icona dell’uomo alla ricerca dell’assoluto, di quella totalità totemica e cerimoniosa alla quale affidarsi con tutte le forze: Ferretti si butta nel cattolicesimo con lo stesso oltranzismo con cui, decenni fa, si era buttato nel sovietismo e con la stessa forza usa un mezzo artistico per promulgare il proprio credo senza accettare un contraddittorio (accettare un contraddittorio poteva essere parlare della sua vita a Berlino negli anni Settanta, delle tournée in Unione Sovietica o dell’appoggio al regime cinese). Alla parata militare e allo spettacolo di beneficenza si può aggiungere una funzione liturgica, a mio parere. È un’altra messa in forma del potere, magari di carattere diverso ma sempre potere. La vita di Ferretti sotto il cattolicesimo per come lui stesso la descrive, con le genuflessioni, le preghiere continue, la sessualità chiamata “vizio”, con quel senso mistico e monacale del ritorno alla terra e il naturale sospetto nei confronti del nuovo, non è meno totalizzata di quanto lo fosse ai tempi di Affinità e divergenze… Ecco dove, allora, secondo me il Reduce, italiano o inglese poco importa,fallisce: nel non accorgersi, o nel rifiutare di farlo, che quella di oggi non è altro che una nuova e parimenti radicale declinazione di un principio vitale e innegabile: la volontà di genuflettersi, di avere qualche cosa che sta sopra a cui riferirsi e a cui demandare. Che si tratti di Brežnev o di Benedetto non è che contingenza.