Non pensavo di aver conservato questo pezzo, che ho scritto di getto nel gennaio del 2005. Non so perché ci abbia pensato, in questi giorni. O forse sì, forse lo so. Racconta di una notte di Capodanno a Berlino e della morte di mio nonno, avvenuta mentre giravo per la capitale tedesca senza gli occhiali.

Hanno transennato tutta la zona attorno alla Brandeburger Tor, hanno cominciato a farlo intorno alle dieci, quando, facendo un conto veloce, hanno pensato che nella zona della Porta, nel Tiergarten, si fosse già radunato il milione di persone previsto. Noi arriviamo dall’Unter den Linden verso le dieci e mezza, pensando di essere in tempo per trovare un pertugio tra le transenne e raggiungere il cuore di Berlino entro la mezzanotte. Niente. I miliziani scendono dalle loro camionette mentre la città ha già cominciato a esplodere, a sparare nell’aria con quelle loro pistolette di plastica usa e getta, con i loro fischioni, con i loro fuochetti artificiali che fanno concorrenza alle più tristi feste di paese della Bassa: ci dicono che non si può accedere direttamente alla Porta, che bisogna girare attorno all’isolato, provare a sfondare gli sbarramenti dall’altra parte. Pioviggina. Cominciamo a camminare conformandoci al flusso della folla rimasta fuori, da questa parte degli sbarramenti, svoltiamo dietro la sagoma titanica di un hotel, lanciamo lo sguardo oltre un’altra fila di transenne. Altri miliziani ci dicono che bisogna circumnavigare il cantiere del memoriale dell’Olocausto, provare a dirigersi verso il Tiergarten, vedere se c’è un pertugio attraverso la via che collega il Reichstag con Potsdamer Platz, cuore della modernità berlinese ed europea. Ricominciamo a camminare, qualcuno mi lancia un raudo vicino ai piedi, faccio appena in tempo a balzare un metro più in là sul porfido bagnato. Da Potsdamer non si passa, una donna in divisa parla in un megafono e dice che l’accesso alla Porta e alla sua zona è chiuso per motivi di sicurezza, ci spiega che è inutile continuare a girare per Berlino cercando una via d’accesso. Cercatevi un altro posto per festeggiare.

Tu ti eri già alzato, in quel momento, per prendere le acciughe dall’armadio della cucina, quello in fondo vicino alla finestra, avevi già incastrato il tuo corpo pericolante tra il lavello e il piano dove di solito ti fermavi a tagliare le tue larghe fette di salame, dove ti preparavi il tè e dove, quando c’eri tu, non ci poteva essere nessun altro. Avevi già chiuso l’antina, avevi il tubetto tra le mani per condirci l’insalata, e avevi già appoggiato la fronte alle piastrelle bianche ed eri rimasto immobile. Chissà che cosa è successo. La nonna ti aveva già trovato così, immobile, addossato alla parete verticale, e ti aveva già visto scivolare lentamente verso terra, incastrato a quel modo tra il lavello e il piano della cucina, ti aveva già abbracciato da dietro, aveva accompagnato il tuo corpo pesante, ferito a Milano nel ’44 da un colpo di pistola o di fucile, non mi ricordo, sparato nel mucchio da un soldato tedesco. Ti aveva già fatto sdraiare per terra, con quella tua gamba disarticolata nella cucina stretta, chissà dove ha trovato la forza, aveva già chiamato la vicina, il papà, la zia che stava a Genova e che era già salita in macchina per correre in tuo aiuto.

Andiamo verso Potsdamer, mancano tre quarti d’ora alla mezzanotte. Speriamo che succeda qualcosa, tra il centro Sony e la Filmhaus e le gru e tutto il vetro e l’orologio, e c’è un tizio che a quest’ora è ancora in ufficio, rinchiuso dentro un palazzo su un della piazza. Berlino è sbarrata, invalicabile, gelosa della sua festa, e da tutte le parti piovono fuochi, rumori assordanti; si cammina per larghi tratti sopra le salme di cartone dei fuochi già scoppiati, lanciati contro i vetri dei grattacieli, sotto le macchine, tra le gambe della gente. Mi tiro il cappello il più possibile sulle orecchie, anche se stasera fa un caldo sorprendente, e Qui non succede niente, diciamo, proviamo a puntare verso Alexander Platz. Infiliamo la metro di corsa, scendiamo varie rampe di scale, saliamo sopra il primo treno e in un quarto d’ora siamo in quello che fino a pochi anni fa era il centro della parte est, “il più grande parco giochi del sovietismo nell’Europa Centrale”, mi era venuto di dire la prima volta che vi ero stato. La piazza ora è completamente deserta, avvolta da quella pioggerellina nebbiosa che ci insudicia i cappotti. Transitano due punkabbestia coi loro cani, e non si vede nemmeno la cima della Torre, perché la Torre ha bucato le nuvole e ci si è fatta avvolgere. In tutta fretta ci ributtiamo verso Potsdamer, le bottiglie all’interno delle giacche, un vago sapore di fumo nella bocca e la voglia di non brindare in metropolitana.

In quel momento ti avevano già ricoverato, ti avevano già fatto quella Tac da cui non è risultato assolutamente nulla, ti avevano già trasportato, immobile e come morto, in neurologia, per cominciare a monitorarti. Dalle varie parti della regione, avevano già cominciato ad abbandonare le loro feste i tuoi figli, le loro mogli ed ex mogli, erano già cominciati i primi giri di telefonate, i messaggini, ti avevano già intubato, avevano forse già iniziato ad estrarti quell’acqua che d’improvviso ti aveva gonfiato i polmoni. Era già iniziato quel tuo coma breve e rumoroso, con quel respiro ingrossato dall’età, dal liquido e dalla postura rigida a tenere svegli i tuoi compagni di stanza e la zia e il papà.

Ma io, per carità, non amo brindare, non bevo alcol, e i brindisi mi sembrano tutti prese per il culo; preferisco provare a vedere se, adesso che i festeggiamenti ufficiali sono finiti e che comincia il concerto e che qualcuno sta allontanandosi dalla zona al di là dei divisori metallici, hanno aperto le transenne. Entriamo nella fanghiglia del Tiergarten, tagliamo Berlino da Sud a Nord puntando verso la Porta di Brandeburgo. Ci troviamo velocemente nel centro della folla, pressati, sudati, in mezzo ai fari puntati sulle statue, alle file per i cessi chimici, alle canzoni tedesche, trasportati a piene mani e pieni corpi dal flusso che avanza verso il palco montato a ridosso della Porta, dalla parte del Reichstag. Ci teniamo d’occhio l’un l’altro, nessuno ha voglia di rimanere da solo, ci lasciamo sollevare e guidare dalla folla ululante, mentre la Porta si avvicina e la temperatura è soffocante. Ora siamo nel centro di Berlino, a pochi metri dal palco; chissà perché abbiamo voluto finire così sotto agli amplificatori, forse è perché sono più di due ore che percorriamo la città in lungo e in largo e ci sembra di dover stare almeno un quarto d’ora nel centro esatto del suono per sentirci ripagati di tutto il camminare. Nella zona dove ci troviamo qualcuno comincia a pogare; veniamo trascinati nel mezzo del movimento, tiriamo spallate e le riceviamo, fregandocene di seguire o meno il ritmo. In breve la cerchia di poganti attorno a noi si ingrossa, viene trascinata nel vortice qualche ragazza, io ricevo da dietro una manata sulla tempia destra che mi fa volare in terra gli occhiali, mi rende d’un colpo Berlino una città sfocata, senza contorni definiti, con le luci elettriche che si confondono e si compenetrano l’un l’altra e un’unica espressione beota sui volti delle persone che mi stanno attorno. Ci mettiamo a cercare gli occhiali, tentiamo di far luce in terra con gli accendini, spostiamo le gambe delle persone, infiliamo le teste sotto le gonne, le dita nei tombini, tra le transenne. Niente. Gli occhiali non ci sono e se anche ci fossero, a questo punto, sarebbe inutile provare a recuperarli.

Oh, tu eri cieco da un occhio da cinquant’anni. Non si è mai capito quale malattia ti avesse colpito, allora non c’era la strumentazione necessaria e, più tardi, non hai mai pensato di provare a curarti ti sei pensato mezzocieco e così sei rimasto fino alla fine. Da bambino ti guardavo, impressionato, quella pallina azzurra al centro dell’iride, quell’umore che continuamente velava la superficie dell’occhio, e mi chiedevo perché, se da quella parte non ci vedevi, continuavi comunque a muovere gli occhi all’unisono, come fosse possibile che quell’occhio morto fosse ugualmente in movimento, alla ricerca di qualche oggetto su cui posizionare lo sguardo. E mi mettevo alla tua destra, dal lato cieco, e ti facevo dei segni, provavo a richiamare nel silenzio la tua attenzione, come a voler stimolare qualcosa. Ovviamente non mi vedevi, per il tuo lato destro io non esistevo. Esistevo di fronte, a sinistra, lungo certe diagonali doppie. Giravo per casa con un occhio chiuso per provare a capire come facessi tu a vedere le cose. Mentre io, a Berlino, perdevo i contorni delle cose, il papà e la zia si davano il cambio per la notte, i medici della rianimazione provavano un’altra volta a farti tornare cosciente, e un prete passeggiava nel corridoio, fuori dalla tua porta.

Poi dormiamo qualche ora, nell’alba buia di Berlino. Ci alziamo, puliamo la casa, andiamo a vedere la Berlino liberty ricostruita, Prenzlauerberg con i suoi caffè e la vita bohémienne che c’era negli anni Venti e che da Hitler in poi ha smesso di esserci, con tutti i bombardamenti e le cortine e i Muri e le fughe. La Guerra Mondiale, il ’45, il ’61. Incrociamo una pittrice francese, una splendida quarantenne che vive di traduzioni e di vendite di quadri e che parla discretamente l’italiano. Ci accompagna per un tratto e ci racconta che le cose a Berlino vanno piuttosto male per tutti, che c’è molta disoccupazione e molti non vedono una via d’uscita. Com’è difficile vedere le decorazioni dei palazzi, in questa giornata grigia e senza lenti. Il papà mi contatta e mi dice con un messaggio privo di punteggiatura che stai male, che sei grave per qualcosa. Lo chiamo, mi risponde una voce alterata che non riesce ad articolare una frase. È morto… è morto. Mi passa la mamma, il nonno è morto in questo preciso momento, sono da poco passate le quattro del pomeriggio.

Io mi ero già immaginato una morte a Berlino. L’ho messa nella seconda parte del libro che ho finito di scrivere qualche mese fa e che non ho mai pubblicato né mai pubblicherò. Ovviamente era una morte diversa, ed era ambientata negli anni Trenta. Der Tod in Berlin. La morte a Venezia portata a Berlino, senza estetismi, senza poesia, senza sapere niente di niente. Io avevo già visto il mondo senza i suoi normali contorni, avevo già confuso le luci, mischiato i colori, provato la sensazione ovattata di avere tutto all’esterno di sé. Tu eri e sei il Grande Patriarca, il Vecchio Cieco che ci teneva e ci tiene tutti un po’ uniti, un po’ vicini, lo Zoppo che fino all’ultima acciuga non ha mai smesso di provare ad andare.