Le insurrezioni di Sergio

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Altra recensione per L’Indice: su Diario di un’insurrezione di Sergio Baratto. Domani sera alle 21,30 io e Sergio presentiamo il libro al Modo Infoshop di Bologna.

L’insurrezione a cui fa riferimento il titolo di quest’opera prima di Sergio Baratto è in realtà doppia: c’è quella, per così dire pubblica, che pertiene al fermento che, all’inizio degli anni Zero, ha animato e portato nelle piazze d’Italia e del mondo centinaia di migliaia di persone sotto le bandiere dei forum sociali, e c’è quella personale dell’autore, che ha attraversato gli ultimi dieci anni con in tasca un taccuino dove ha catalogato impietosamente le idiosincrasie dei movimenti e, soprattutto, la propria particolare, lucida e radicale posizione nei confronti del mondo. Ma andiamo con ordine. Diario di un’insurrezione è un’opera difficilmente catalogabile, che sta sospesa tra il pamphlet di carattere storico, l’analisi politica, il reportage e l’autobiografia: divisa fondamentalmente in due parti («Noi» e «Io»), comincia raccontando la presa di coscienza dell’autore, nell’inverno 2001, della necessità, in un mondo che corre verso la mercificazione di cose, Stati e persone, di scegliersi una parte; continua descrivendo, da un punto di vista che si fa via via sempre più personale, i fatti di Genova, lo shock dell’11 settembre e della successiva guerra al terrorismo, le grandi manifestazioni (non ultima la famosa marcia dei 3 milioni, organizzata a Roma dal Comitato «Fermiamo la guerra», dove Baratto fa storcere il naso a un intervistatore di una radio di sinistra portando uno striscione con la scritta “Abbasso Saddam e abbasso la guerra”). Viene poi il momento della disillusione: i movimenti si sfaldano, ognuno si arrocca sulle proprie posizioni, i vari leader mostrano la corda o una natura arrivista e interessata che avevano tenuto ben nascosta. Ed è qui, si può dire, che comincia davvero il Diario: questo è infatti il momento in cui Baratto mette programmaticamente se stesso al centro del decennio e prova a guardare tutti negli occhi: «Non ho ricevuto un’educazione politica (…) Mi è stata offerta l’opportunità di disinteressarmi di guerre balcaniche vicine ma lontanissime, di organizzazioni mondiali del commercio, di fondi monetari internazionali. (…) Quando ho aperto gli occhi e non sono più riuscito a fare a meno della dimensione politica (termine che Baratto riconduce alla radice semantica di polis, N.d.R.), mi sono ritrovato sostanzialmente privo di preparazione ideologica e di corazze cognitive, ma anche di griglie interpretative più o meno sclerotizzate». Ed è proprio su questa mancanza che il Diario edifica una visione del mondo pura e radicale: tenendo in tasca i libri di Marco Aurelio e del Subcomandante Marcos, di Victor Serge e di Senofonte e di Simone Weil, Baratto ridisegna una storia collettiva vista attraverso gli occhi di chi ha un’idea precisa di cosa debba essere il bene comune e quante e quali cose debba fare l’autore, come individuo, per perseguirlo nonostante tutto. Così, per esempio, in uno dei passaggi chiave del libro, Baratto risemantizza il significato della parola “pace”: «Se (…) la pace diventa il contrario semantico ed etico non più della guerra ma della violenza, al Potere basterà far rientrare in questa violenza ogni tipo di resistenza o ribellione». Soprattutto, senza paura di essere anacronistico, Baratto ripercorre le istanze dei movimenti: per la prima volta nella storia, per esempio, gli uomini hanno sentito di essere parte della biosfera e hanno provato a lottare per essa in un’ottica che, pur tenendo conto del particolare, faceva riferimento agli universalia humana. Ma c’è di più: nell’ultima parte, con atteggiamento quasi monastico nella sua ricerca di una disciplina interiore, Baratto fa con se stesso quello che, durante la Seconda guerra mondiale, fece Simone Weil nella Prima radice: stilla un elenco di parole, propositi etici e politici che si impegna a mettere in pratica come persona per perseguire il bene comune. Le “parole d’ordine” di questa militanza, che è sì individuale ma che negli auspici è il fondamento di un’idea collettiva, sono: reciprocità, libertà, uguaglianza, fratellanza, sicurezza, disciplina, indisciplina. Ad esse si accompagna una serie di opere, di “cose da fare” e di atteggiamenti da seguire: disertare, solitudine interiore, marciare leggero, (rinunciare alla) televisione, (rinunciare alle) droghe («sogno un Paese antiproibizionista in cui nessuno [senta] il bisogno di assumere alcunché»), attenzione, coltivare l’albero dell’odio, coltivare l’albero dell’amore, scendere in strada. Ognuna di queste parole e azioni è, naturalmente, declinata in un modo altro rispetto al senso comune, e se non mi addentro nel descriverle in dettaglio è per non togliere al lettore il piacere di avvicinarsi e discutere con esse: «Persino la palude più stagnante nasconde flussi sotterranei, ribollimenti, risucchi. Gli insetti ronzano, l’erba cresce. Non so se un altro mondo sia possibile. So che mi vergognerei di me, se non tenessi questo sogno o miraggio come stella polare del mio cammino».

Sergio Baratto, Diario di un’insurrezione, Effigie, Milano 2012

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