È la recensione che ho scritto per L’Indice di La vita privata degli oggetti sovietici, lo splendido libro di uno dei miei maestri, Gian Piero Piretto.

PirettoSi può raccontare la storia dell’Unione Sovietica basandosi su un catalogo, ragionato e accompagnato da una splendida antologia di immagini, di oggetti e di cose? Sì: lo ha fatto Gian Piero Piretto, che in La vita privata degli oggetti sovietici ha raccolto e raccontato la vita di alcuni oggetti simbolo del mondo socialista riuscendo allo stesso tempo a restituire il clima culturale e antropologico di settant’anni di socialismo. Così, chi è stato almeno una volta in Russia alla ricerca di cimeli del periodo comunista non può non emozionarsi mentre legge la storia della prima automobile russa dotata di riscaldamento e autoradio (la Pobeda, ossia «Vittoria») o scopre che le ormai quasi introvabili papirosy – le terribili sigarette con il filtro lungo tre centimetri che permette di fumare all’aperto con temperature sottozero senza togliersi i guanti – furono sfruttate da Stalin come mezzo di propaganda: sui pacchetti, infatti, si celebravano le conquiste dei piani quinquennali. Ancora, la storia dell’avos’ka, la borsa a rete per la spesa, è un pretesto per raccontare di come, nei momenti più cupi dell’economia sovietica, il verbo «comprare» fosse stato sostituito da «procurarsi»: camminando per strada, i cittadini sovietici che vedevano nelle avos’ki degli altri qualche tipo di merce li avvicinavano per chiedere dove si poteva «procurarsene» un po’ e si avviavano al negozio indicato per mettersi in coda. E così via, tra bollitori per il tè e galosce, lampade, profumi dal glamour tutto socialista e bicchieri “a faccette”. Ogni oggetto catalogato e descritto da Piretto possiede una propria, inattaccabile aura ma anche, allo stesso tempo, una funzione precisa nel contesto delle dinamiche quotidiane e di quel rapporto cittadino-Potere che è la cifra della vita sovietica.

Ne viene che il libro di Piretto non è, come potrebbe erroneamente sembrare a una prima occhiata, un’operazione di ostalgie: è semmai un’archeologia del quotidiano à la Foucault. Se è vero che, da una parte, sia l’autore che i lettori subiscono l’indubbio fascino di questo tuffo nella memoria e nella rievocazione di un mondo che, nel bene e nel male, conserva tutta la sua potenza evocativa, dall’altra La vita privata degli oggetti sovietici racconta settant’anni di vita quotidiana, di fatica, di conquiste e di soprusi. Ed è proprio questo il merito maggiore del libro: non limitarsi a rievocare o descrivere le cose, ma andare in profondità e raccontare, per esempio, di come a volte certi oggetti siano entrati nelle case dei sovietici grazie alla volontà del Partito. È il caso, per esempio, dell’«angolo bello» (il punto della casa tradizionalmente dedicato alle icone sacre) che il Partito riuscì a trasformare in «angolo rosso» (del resto, l’aggettivo russo krasnyj, «rosso», significava in origine «bello»): al posto delle figure dei santi, i cittadini sovietici furono indotti a tenere immagini dei padri del socialismo e dei dirigenti del Partito.

Osservare gli oggetti, allora, conoscere la storia del loro utilizzo e della loro diffusione, non è soltanto una questione di estetica e di memoria: è qualcosa che ha a che fare in modo diretto con il complicato rapporto tra vita quotidiana e storia, e che si situa nel punto di congiunzione tra corpo sociale ed edificazione dell’homo sovieticus. Scorrono in filigrana, in queste splendide pagine, le grandi svolte della storia dell’Urss, le sue mode e le sue idiosincrasie, le alterne fortune dei suoi personaggi-simbolo, i momenti di crisi e quelli di esaltazione e propaganda. Soprattutto, ed è una cosa chiara fin dal titolo, affiora la dimensione privata, personale del cittadino sovietico: e, parlando del Paese che avrebbe voluto eliminare la proprietà privata, non è poco.

Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo, Sironi, Milano 2012

 

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