A chi si genuflette Lindo

È una vecchia recensione del primo libro di uno dei miei miti giovanili, Giovanni Lindo Ferretti, scritta quando sia io che lui eravamo ormai disillusi. Ha in alcuni momenti il tono del fan che si sente tradito, ma rileggendola oggi la trovo molto più ironica di quello che può sembrare a una prima lettura.

Confesso di aver creduto per qualche tempo che il titolo del libro di Giovanni Lindo Ferretti, Reduce, fosse in inglese. L’ho visto in libreria e non ho pensato nemmeno per un secondo all’italiano, chissà perché. Riduci, diminuisci, era un tocco pop che mi piaceva molto e che allo stesso tempo dava il peso di quello che Ferretti era ed è diventato: una personalità in minore, che ha smesso da anni di urlare e di avere la cresta e di essere corrosivo ma che comunque, memore del suo passato, mantiene un legame con il pop e con il suo pubblico e gli concede un titolo che potrebbe essere quello di un disco. In qualche modo, poi, Reduce – in inglese – faceva il paio nella mia testa con Co.dex, il nome dell’album che Ferretti ha pubblicato qualche anno fa. Codex è una parola latina, ma io ho sempre creduto che avesse, impressa sulla copertina, un non so che di moderno – sarà per quel punto -, di dinamico e di punk. Co.dex. Reduce.
Invece no. Ferretti ha chiamato il suo libro Reduce, in italiano: una parola che evoca sempre qualcosa di tragico, di funesto. Però l’ho comprato lo stesso, e l’ho letto, perché i CCCP e i CSI sono stati una tappa fondamentale della mia formazione (considero tuttora Linea gotica il capolavoro assoluto della discografia italiana); l’ho comprato perché quando da adolescente cantavo in un gruppo le canzoni che facevamo erano la brutta copia delle loro, perché erano filosovietici, perché avevano inventato un modo di porsi e di suonare, perché amavano Berlino. C’è stato un momento, dalle mie parti, in cui Ferretti era considerato una specie di guru, e in cui tutto quello che diceva e faceva diventava il perno delle nostre discussioni e delle nostre accensioni. Leggere il libro di Ferretti doveva essere per me fare in un certo senso i conti con gli anni Novanta, con il mio passato, con quello che ero da ragazzino e che in parte sono rimasto. Dopo anni di silenzio, la persona che è stato il punto di riferimento delle mie adolescenza e giovinezza si mette a scrivere, parla, e io in qualche modo mi devo la lettura delle cose che scrive perché è un’occasione anche per me, forse, di fare il punto della situazione.
In ogni caso, non appena ho capito la lingua usata per il titolo, mi sono posto una domanda: Reduce da che? Dal filosovietismo? Dalla RozzEmilia? Da qualche scossone personale (e sappiamo ne ha avuti tanti)? Secondo quanto è lo stesso Ferretti a suggerire, egli si sente reduce da questo:

«Cantante dei CCCP – Fedeli alla linea
in regressione genetica tornavo a casa,
la mia, dei miei, nel natio borgo
dove era vissuta sempre la mia gente.
La disgrazia unita al boom economico,
miracolo italiano in dopoguerra,
ci avevano traslocato in città.
Gli adulti a lavorare, guadagnare col pane
il companatico e il risparmio.
I bimbi a crescere, studiare,
farsi ammaliare nelle città in grande mutamento.
Tutti ad ammodernare il mondo,
con zelo, ognuno il suo, negli anni ’60 e ’70.
Reduce da cotanto immane sforzo,
confuso e stanco,
di troppe cose già a noia
e d’altre che rifuggono il conto,
mi fermo, a rimirar il cammino e d’intorno». (p. 15)

Viene da chiedersi: cioè?
Il Reduce che mi aspettavo io, quello in inglese, non avrebbe scritto una pagina come questa. Non era l’esordio che mi aspettavo.
Il problema è che si capisce subito che Reduce è un non-libro che sta a metà tra tutto, che non ha quella direzione precisa e cosciente che Ferretti ha sempre dato alle sue cose. Spesso, leggendo, è difficile tenere le fila del discorso; infatti non è un’autobiografia, ma un po’ sì; non è un libro di viaggi, ma i viaggi e gli spostamenti scandiscono l’andamento dei capitoli; non è un libro-confessione, ma è fortemente personale; non è un libro “spirituale”, ma è concepito come una sorta di breviario. È un libro scritto senza un disegno, senza un piano, e francamente credo che anche il suo autore avrebbe qualche difficoltà a spiegarne l’argomento e il fuoco. Ferretti l’ha scritto come scriveva i testi delle sue canzoni, anzi, usando spesso e volentieri dei versi di brani dei CCCP e dei CSI per rimpolpare le frasi. Come era nelle canzoni, la scrittura di Ferretti è un atto d’amore nei confronti dell’aggettivazione e una dichiarazione di guerra (da qui forse un’ulteriore motivazione del titolo italiano) all’articolo determinativo. Il libro è pieno di elogi della parola, del suo potere e della sua bellezza:

«È un’arma la parola, un’arma il tono, il ritmo. Forma e sostanza [Forma e sostanza] preziosa. Deve essere forte anche quando leggera quando si fa sinuosa. Un rapimento, un’estasi [Mi ami?] che brucia e fa silenzio intorno. Far fiorire il deserto, fuori, dove acqua evapora». (pp. 116-117)

Ho messo tra parentesi quadre i titoli delle canzoni da cui sono prese frasi ed espressioni. Eppure, nonostante questi continui rimandi ai suoi testi, Ferretti, solido costruttore di concept album tesi e dritti come un colpo di fucile, si perde tra le parole che egli stesso elogia, e dà vita a una prosa confusa, che vuole essere lirica e raramente ci riesce. Inoltre non parla, mai, dei CCCP e dei CSI. Anche quando racconta il viaggio in Mongolia, premessa concettuale all’ultimo disco dei CSI, l’autore è attento a nascondere il fatto che i due mesi passati tra Ulan Bataar e il Gobi sono stati spesi in compagnia di Massimo Zamboni (suo amico e compagno di lavoro per due decenni) e che tra i mongoli è stato concepito T.R.E. Reduce si apre con i ricordi di un’infanzia spesa sugli Appennini tosco-emiliani e poi, salvo qualche riferimento veloce e privo di commenti, si tuffa nella seconda metà degli anni Novanta, cioè nel periodo post CSI e post Zamboni. Chi non conosce la biografia di Ferretti e legge il libro, quasi non si accorge che l’opera è costruita attorno a un enorme buco nero che inghiotte e oblia almeno tre lustri di dischi, di punk, di politica, di canzoni e di Italia. In Reduce non esistono gli anni Ottanta (di cui Ferretti e Zamboni furono tra i padri) e una buona fetta dei Novanta.
In una parola, Reduce taglia fuori con un colpo di spugna me.
A questo punto è legittimo che io ponga di nuovo la domanda: Reduce da che? Tutti i reduci parlano di quello che è stato, della cosa nei confronti della quale si sentono e sono reduci. Ferretti no, o almeno non fino in fondo. Questo era e doveva essere un libro dovuto, dovuto alle migliaia di persone per le quali Ferretti e Zamboni hanno contato qualcosa, era l’occasione per fare il punto della situazione presente e il bilancio di quella passata, e questo era, inoltre, ciò che il titolo italiano prometteva. Ne è venuta fuori un’operazione di riduzione, di cernita e di scarto, dove a essere scartato è tutto quanto Ferretti (e con lui noi) è stato in un periodo della vita che ha il diritto di rinnegare ma non di dimenticare. Invece, soprattutto dopo il capitolo dedicato a Israele e alle visite al Santo Sepolcro, Reduce diventa sempre più una sorta di predica moraleggiante, ultracattolica e conservatrice:

«Ben triste il tempo che riduce la vita a colpa, espiazione, eterno lutto. Più facile vivere tra gli sciocchi che tra i fustigatori. È che, a ben vedere, sono gli sciocchi che preparano il tempo dei fustigatori e i fustigatori allevano gli sciocchi. I doveri fondamentali dell’uomo stanno scolpiti sulle tavole della Legge mosaica. Stanno nel cuore di ogni essere umano. (…) L’amore verso il Creatore, la creazione, le creature, sarebbe la soluzione».(p. 99)

A questo si accompagna un retorico elogio della vita campestre, della lontananza dalla tecnologia, dalla dimensione urbana e dalla modernità («All’idea del nuovo si è intrecciata l’idea di totalità come moderna categoria dell’umano. L’uomo totale, padrone assoluto di tutto, proteso senza limiti tende all’onnipotenza. Politica, economia, scienza anche in ordine inverso sono le tre idolatrie del moderno».) che tra le righe parrebbe voler riecheggiare alcune posizioni pasoliniane, ma che si riduce – di nuovo, forse allora il titolo è davvero in inglese – a scene in cui Ferretti racconta di quanto ami andare a cavallo senza sella, o rifugiarsi sulle Alpi Apuane, o contemplare le albe campestri. E poi, elogi smaccati agli ultimi papi:

«Dio benedica sua Santità Benedetto XVI che ancora Cardinale scrisse, per me illuminante, Liturgia, e prego lo Spirito Santo che lo fortifichi e lo sostenga». (p. 78)

«Benedetto, benedicimi, Ti benedico. Dire bene, pensare bene, fare bene». (p. 101)

Antimoderno, conservatore, un po’ bigotto. Lo sapevo, non posso certo prendermela per questo. Però credevo, anzi, pretendevo, che Ferretti me ne spiegasse almeno le ragioni, le cause. Invece non solo non lo fa, ma si nasconde, e parlando di quello in cui crede riesce, sorprendentemente, a non parlare di sé, della propria storia e dei propri mutamenti. Fino a quella che a me sembra la grande contraddizione nel suo pensiero. Questa:

«L’idea di totalità ci sta ammazzando. La pretesa di totalità è sempre arrogante che, sulla terra, si esplicano solo parzialità e in una gerarchia costruita sulla tradizione, sul giudizio, sulla geografia e sulla storia: c’è il meglio, c’è il peggio. È meglio ciò che tende ad armonizzare le esigenze del singolo e quelle della collettività. È peggio ciò che idolatra uno dei due. (…) È l’Infinito, l’Indefinibile, che ci salva. (…) Alla totalità stanno le Cerimonie, esibizione di qualsiasi tipo e forma di umana potenza. Dalla parata militare allo spettacolo di beneficenza». (pp. 100-101)

La vita di Giovanni Lindo Ferretti, per come io la conosco e per come lui non l’ha raccontata nel libro, è stata ed è un imponente tentativo di rispondere alla domanda che dai Karamazov in poi tutti ci siamo più o meno coscientemente posti: «A chi genufletterci?». Ferretti è per me, da sempre e oggi ancora di più, l’icona dell’uomo alla ricerca dell’assoluto, di quella totalità totemica e cerimoniosa alla quale affidarsi con tutte le forze: Ferretti si butta nel cattolicesimo con lo stesso oltranzismo con cui, decenni fa, si era buttato nel sovietismo e con la stessa forza usa un mezzo artistico per promulgare il proprio credo senza accettare un contraddittorio (accettare un contraddittorio poteva essere parlare della sua vita a Berlino negli anni Settanta, delle tournée in Unione Sovietica o dell’appoggio al regime cinese). Alla parata militare e allo spettacolo di beneficenza si può aggiungere una funzione liturgica, a mio parere. È un’altra messa in forma del potere, magari di carattere diverso ma sempre potere. La vita di Ferretti sotto il cattolicesimo per come lui stesso la descrive, con le genuflessioni, le preghiere continue, la sessualità chiamata “vizio”, con quel senso mistico e monacale del ritorno alla terra e il naturale sospetto nei confronti del nuovo, non è meno totalizzata di quanto lo fosse ai tempi di Affinità e divergenze… Ecco dove, allora, secondo me il Reduce, italiano o inglese poco importa,fallisce: nel non accorgersi, o nel rifiutare di farlo, che quella di oggi non è altro che una nuova e parimenti radicale declinazione di un principio vitale e innegabile: la volontà di genuflettersi, di avere qualche cosa che sta sopra a cui riferirsi e a cui demandare. Che si tratti di Brežnev o di Benedetto non è che contingenza.

Berlino e un’acciuga

Non pensavo di aver conservato questo pezzo, che ho scritto di getto nel gennaio del 2005. Non so perché ci abbia pensato, in questi giorni. O forse sì, forse lo so. Racconta di una notte di Capodanno a Berlino e della morte di mio nonno, avvenuta mentre giravo per la capitale tedesca senza gli occhiali.

Hanno transennato tutta la zona attorno alla Brandeburger Tor, hanno cominciato a farlo intorno alle dieci, quando, facendo un conto veloce, hanno pensato che nella zona della Porta, nel Tiergarten, si fosse già radunato il milione di persone previsto. Noi arriviamo dall’Unter den Linden verso le dieci e mezza, pensando di essere in tempo per trovare un pertugio tra le transenne e raggiungere il cuore di Berlino entro la mezzanotte. Niente. I miliziani scendono dalle loro camionette mentre la città ha già cominciato a esplodere, a sparare nell’aria con quelle loro pistolette di plastica usa e getta, con i loro fischioni, con i loro fuochetti artificiali che fanno concorrenza alle più tristi feste di paese della Bassa: ci dicono che non si può accedere direttamente alla Porta, che bisogna girare attorno all’isolato, provare a sfondare gli sbarramenti dall’altra parte. Pioviggina. Cominciamo a camminare conformandoci al flusso della folla rimasta fuori, da questa parte degli sbarramenti, svoltiamo dietro la sagoma titanica di un hotel, lanciamo lo sguardo oltre un’altra fila di transenne. Altri miliziani ci dicono che bisogna circumnavigare il cantiere del memoriale dell’Olocausto, provare a dirigersi verso il Tiergarten, vedere se c’è un pertugio attraverso la via che collega il Reichstag con Potsdamer Platz, cuore della modernità berlinese ed europea. Ricominciamo a camminare, qualcuno mi lancia un raudo vicino ai piedi, faccio appena in tempo a balzare un metro più in là sul porfido bagnato. Da Potsdamer non si passa, una donna in divisa parla in un megafono e dice che l’accesso alla Porta e alla sua zona è chiuso per motivi di sicurezza, ci spiega che è inutile continuare a girare per Berlino cercando una via d’accesso. Cercatevi un altro posto per festeggiare.

Tu ti eri già alzato, in quel momento, per prendere le acciughe dall’armadio della cucina, quello in fondo vicino alla finestra, avevi già incastrato il tuo corpo pericolante tra il lavello e il piano dove di solito ti fermavi a tagliare le tue larghe fette di salame, dove ti preparavi il tè e dove, quando c’eri tu, non ci poteva essere nessun altro. Avevi già chiuso l’antina, avevi il tubetto tra le mani per condirci l’insalata, e avevi già appoggiato la fronte alle piastrelle bianche ed eri rimasto immobile. Chissà che cosa è successo. La nonna ti aveva già trovato così, immobile, addossato alla parete verticale, e ti aveva già visto scivolare lentamente verso terra, incastrato a quel modo tra il lavello e il piano della cucina, ti aveva già abbracciato da dietro, aveva accompagnato il tuo corpo pesante, ferito a Milano nel ’44 da un colpo di pistola o di fucile, non mi ricordo, sparato nel mucchio da un soldato tedesco. Ti aveva già fatto sdraiare per terra, con quella tua gamba disarticolata nella cucina stretta, chissà dove ha trovato la forza, aveva già chiamato la vicina, il papà, la zia che stava a Genova e che era già salita in macchina per correre in tuo aiuto.

Andiamo verso Potsdamer, mancano tre quarti d’ora alla mezzanotte. Speriamo che succeda qualcosa, tra il centro Sony e la Filmhaus e le gru e tutto il vetro e l’orologio, e c’è un tizio che a quest’ora è ancora in ufficio, rinchiuso dentro un palazzo su un della piazza. Berlino è sbarrata, invalicabile, gelosa della sua festa, e da tutte le parti piovono fuochi, rumori assordanti; si cammina per larghi tratti sopra le salme di cartone dei fuochi già scoppiati, lanciati contro i vetri dei grattacieli, sotto le macchine, tra le gambe della gente. Mi tiro il cappello il più possibile sulle orecchie, anche se stasera fa un caldo sorprendente, e Qui non succede niente, diciamo, proviamo a puntare verso Alexander Platz. Infiliamo la metro di corsa, scendiamo varie rampe di scale, saliamo sopra il primo treno e in un quarto d’ora siamo in quello che fino a pochi anni fa era il centro della parte est, “il più grande parco giochi del sovietismo nell’Europa Centrale”, mi era venuto di dire la prima volta che vi ero stato. La piazza ora è completamente deserta, avvolta da quella pioggerellina nebbiosa che ci insudicia i cappotti. Transitano due punkabbestia coi loro cani, e non si vede nemmeno la cima della Torre, perché la Torre ha bucato le nuvole e ci si è fatta avvolgere. In tutta fretta ci ributtiamo verso Potsdamer, le bottiglie all’interno delle giacche, un vago sapore di fumo nella bocca e la voglia di non brindare in metropolitana.

In quel momento ti avevano già ricoverato, ti avevano già fatto quella Tac da cui non è risultato assolutamente nulla, ti avevano già trasportato, immobile e come morto, in neurologia, per cominciare a monitorarti. Dalle varie parti della regione, avevano già cominciato ad abbandonare le loro feste i tuoi figli, le loro mogli ed ex mogli, erano già cominciati i primi giri di telefonate, i messaggini, ti avevano già intubato, avevano forse già iniziato ad estrarti quell’acqua che d’improvviso ti aveva gonfiato i polmoni. Era già iniziato quel tuo coma breve e rumoroso, con quel respiro ingrossato dall’età, dal liquido e dalla postura rigida a tenere svegli i tuoi compagni di stanza e la zia e il papà.

Ma io, per carità, non amo brindare, non bevo alcol, e i brindisi mi sembrano tutti prese per il culo; preferisco provare a vedere se, adesso che i festeggiamenti ufficiali sono finiti e che comincia il concerto e che qualcuno sta allontanandosi dalla zona al di là dei divisori metallici, hanno aperto le transenne. Entriamo nella fanghiglia del Tiergarten, tagliamo Berlino da Sud a Nord puntando verso la Porta di Brandeburgo. Ci troviamo velocemente nel centro della folla, pressati, sudati, in mezzo ai fari puntati sulle statue, alle file per i cessi chimici, alle canzoni tedesche, trasportati a piene mani e pieni corpi dal flusso che avanza verso il palco montato a ridosso della Porta, dalla parte del Reichstag. Ci teniamo d’occhio l’un l’altro, nessuno ha voglia di rimanere da solo, ci lasciamo sollevare e guidare dalla folla ululante, mentre la Porta si avvicina e la temperatura è soffocante. Ora siamo nel centro di Berlino, a pochi metri dal palco; chissà perché abbiamo voluto finire così sotto agli amplificatori, forse è perché sono più di due ore che percorriamo la città in lungo e in largo e ci sembra di dover stare almeno un quarto d’ora nel centro esatto del suono per sentirci ripagati di tutto il camminare. Nella zona dove ci troviamo qualcuno comincia a pogare; veniamo trascinati nel mezzo del movimento, tiriamo spallate e le riceviamo, fregandocene di seguire o meno il ritmo. In breve la cerchia di poganti attorno a noi si ingrossa, viene trascinata nel vortice qualche ragazza, io ricevo da dietro una manata sulla tempia destra che mi fa volare in terra gli occhiali, mi rende d’un colpo Berlino una città sfocata, senza contorni definiti, con le luci elettriche che si confondono e si compenetrano l’un l’altra e un’unica espressione beota sui volti delle persone che mi stanno attorno. Ci mettiamo a cercare gli occhiali, tentiamo di far luce in terra con gli accendini, spostiamo le gambe delle persone, infiliamo le teste sotto le gonne, le dita nei tombini, tra le transenne. Niente. Gli occhiali non ci sono e se anche ci fossero, a questo punto, sarebbe inutile provare a recuperarli.

Oh, tu eri cieco da un occhio da cinquant’anni. Non si è mai capito quale malattia ti avesse colpito, allora non c’era la strumentazione necessaria e, più tardi, non hai mai pensato di provare a curarti ti sei pensato mezzocieco e così sei rimasto fino alla fine. Da bambino ti guardavo, impressionato, quella pallina azzurra al centro dell’iride, quell’umore che continuamente velava la superficie dell’occhio, e mi chiedevo perché, se da quella parte non ci vedevi, continuavi comunque a muovere gli occhi all’unisono, come fosse possibile che quell’occhio morto fosse ugualmente in movimento, alla ricerca di qualche oggetto su cui posizionare lo sguardo. E mi mettevo alla tua destra, dal lato cieco, e ti facevo dei segni, provavo a richiamare nel silenzio la tua attenzione, come a voler stimolare qualcosa. Ovviamente non mi vedevi, per il tuo lato destro io non esistevo. Esistevo di fronte, a sinistra, lungo certe diagonali doppie. Giravo per casa con un occhio chiuso per provare a capire come facessi tu a vedere le cose. Mentre io, a Berlino, perdevo i contorni delle cose, il papà e la zia si davano il cambio per la notte, i medici della rianimazione provavano un’altra volta a farti tornare cosciente, e un prete passeggiava nel corridoio, fuori dalla tua porta.

Poi dormiamo qualche ora, nell’alba buia di Berlino. Ci alziamo, puliamo la casa, andiamo a vedere la Berlino liberty ricostruita, Prenzlauerberg con i suoi caffè e la vita bohémienne che c’era negli anni Venti e che da Hitler in poi ha smesso di esserci, con tutti i bombardamenti e le cortine e i Muri e le fughe. La Guerra Mondiale, il ’45, il ’61. Incrociamo una pittrice francese, una splendida quarantenne che vive di traduzioni e di vendite di quadri e che parla discretamente l’italiano. Ci accompagna per un tratto e ci racconta che le cose a Berlino vanno piuttosto male per tutti, che c’è molta disoccupazione e molti non vedono una via d’uscita. Com’è difficile vedere le decorazioni dei palazzi, in questa giornata grigia e senza lenti. Il papà mi contatta e mi dice con un messaggio privo di punteggiatura che stai male, che sei grave per qualcosa. Lo chiamo, mi risponde una voce alterata che non riesce ad articolare una frase. È morto… è morto. Mi passa la mamma, il nonno è morto in questo preciso momento, sono da poco passate le quattro del pomeriggio.

Io mi ero già immaginato una morte a Berlino. L’ho messa nella seconda parte del libro che ho finito di scrivere qualche mese fa e che non ho mai pubblicato né mai pubblicherò. Ovviamente era una morte diversa, ed era ambientata negli anni Trenta. Der Tod in Berlin. La morte a Venezia portata a Berlino, senza estetismi, senza poesia, senza sapere niente di niente. Io avevo già visto il mondo senza i suoi normali contorni, avevo già confuso le luci, mischiato i colori, provato la sensazione ovattata di avere tutto all’esterno di sé. Tu eri e sei il Grande Patriarca, il Vecchio Cieco che ci teneva e ci tiene tutti un po’ uniti, un po’ vicini, lo Zoppo che fino all’ultima acciuga non ha mai smesso di provare ad andare.

Le insurrezioni di Sergio

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Altra recensione per L’Indice: su Diario di un’insurrezione di Sergio Baratto. Domani sera alle 21,30 io e Sergio presentiamo il libro al Modo Infoshop di Bologna.

L’insurrezione a cui fa riferimento il titolo di quest’opera prima di Sergio Baratto è in realtà doppia: c’è quella, per così dire pubblica, che pertiene al fermento che, all’inizio degli anni Zero, ha animato e portato nelle piazze d’Italia e del mondo centinaia di migliaia di persone sotto le bandiere dei forum sociali, e c’è quella personale dell’autore, che ha attraversato gli ultimi dieci anni con in tasca un taccuino dove ha catalogato impietosamente le idiosincrasie dei movimenti e, soprattutto, la propria particolare, lucida e radicale posizione nei confronti del mondo. Ma andiamo con ordine. Diario di un’insurrezione è un’opera difficilmente catalogabile, che sta sospesa tra il pamphlet di carattere storico, l’analisi politica, il reportage e l’autobiografia: divisa fondamentalmente in due parti («Noi» e «Io»), comincia raccontando la presa di coscienza dell’autore, nell’inverno 2001, della necessità, in un mondo che corre verso la mercificazione di cose, Stati e persone, di scegliersi una parte; continua descrivendo, da un punto di vista che si fa via via sempre più personale, i fatti di Genova, lo shock dell’11 settembre e della successiva guerra al terrorismo, le grandi manifestazioni (non ultima la famosa marcia dei 3 milioni, organizzata a Roma dal Comitato «Fermiamo la guerra», dove Baratto fa storcere il naso a un intervistatore di una radio di sinistra portando uno striscione con la scritta “Abbasso Saddam e abbasso la guerra”). Viene poi il momento della disillusione: i movimenti si sfaldano, ognuno si arrocca sulle proprie posizioni, i vari leader mostrano la corda o una natura arrivista e interessata che avevano tenuto ben nascosta. Ed è qui, si può dire, che comincia davvero il Diario: questo è infatti il momento in cui Baratto mette programmaticamente se stesso al centro del decennio e prova a guardare tutti negli occhi: «Non ho ricevuto un’educazione politica (…) Mi è stata offerta l’opportunità di disinteressarmi di guerre balcaniche vicine ma lontanissime, di organizzazioni mondiali del commercio, di fondi monetari internazionali. (…) Quando ho aperto gli occhi e non sono più riuscito a fare a meno della dimensione politica (termine che Baratto riconduce alla radice semantica di polis, N.d.R.), mi sono ritrovato sostanzialmente privo di preparazione ideologica e di corazze cognitive, ma anche di griglie interpretative più o meno sclerotizzate». Ed è proprio su questa mancanza che il Diario edifica una visione del mondo pura e radicale: tenendo in tasca i libri di Marco Aurelio e del Subcomandante Marcos, di Victor Serge e di Senofonte e di Simone Weil, Baratto ridisegna una storia collettiva vista attraverso gli occhi di chi ha un’idea precisa di cosa debba essere il bene comune e quante e quali cose debba fare l’autore, come individuo, per perseguirlo nonostante tutto. Così, per esempio, in uno dei passaggi chiave del libro, Baratto risemantizza il significato della parola “pace”: «Se (…) la pace diventa il contrario semantico ed etico non più della guerra ma della violenza, al Potere basterà far rientrare in questa violenza ogni tipo di resistenza o ribellione». Soprattutto, senza paura di essere anacronistico, Baratto ripercorre le istanze dei movimenti: per la prima volta nella storia, per esempio, gli uomini hanno sentito di essere parte della biosfera e hanno provato a lottare per essa in un’ottica che, pur tenendo conto del particolare, faceva riferimento agli universalia humana. Ma c’è di più: nell’ultima parte, con atteggiamento quasi monastico nella sua ricerca di una disciplina interiore, Baratto fa con se stesso quello che, durante la Seconda guerra mondiale, fece Simone Weil nella Prima radice: stilla un elenco di parole, propositi etici e politici che si impegna a mettere in pratica come persona per perseguire il bene comune. Le “parole d’ordine” di questa militanza, che è sì individuale ma che negli auspici è il fondamento di un’idea collettiva, sono: reciprocità, libertà, uguaglianza, fratellanza, sicurezza, disciplina, indisciplina. Ad esse si accompagna una serie di opere, di “cose da fare” e di atteggiamenti da seguire: disertare, solitudine interiore, marciare leggero, (rinunciare alla) televisione, (rinunciare alle) droghe («sogno un Paese antiproibizionista in cui nessuno [senta] il bisogno di assumere alcunché»), attenzione, coltivare l’albero dell’odio, coltivare l’albero dell’amore, scendere in strada. Ognuna di queste parole e azioni è, naturalmente, declinata in un modo altro rispetto al senso comune, e se non mi addentro nel descriverle in dettaglio è per non togliere al lettore il piacere di avvicinarsi e discutere con esse: «Persino la palude più stagnante nasconde flussi sotterranei, ribollimenti, risucchi. Gli insetti ronzano, l’erba cresce. Non so se un altro mondo sia possibile. So che mi vergognerei di me, se non tenessi questo sogno o miraggio come stella polare del mio cammino».

Sergio Baratto, Diario di un’insurrezione, Effigie, Milano 2012

L’Urss in una borsa a rete

È la recensione che ho scritto per L’Indice di La vita privata degli oggetti sovietici, lo splendido libro di uno dei miei maestri, Gian Piero Piretto.

PirettoSi può raccontare la storia dell’Unione Sovietica basandosi su un catalogo, ragionato e accompagnato da una splendida antologia di immagini, di oggetti e di cose? Sì: lo ha fatto Gian Piero Piretto, che in La vita privata degli oggetti sovietici ha raccolto e raccontato la vita di alcuni oggetti simbolo del mondo socialista riuscendo allo stesso tempo a restituire il clima culturale e antropologico di settant’anni di socialismo. Così, chi è stato almeno una volta in Russia alla ricerca di cimeli del periodo comunista non può non emozionarsi mentre legge la storia della prima automobile russa dotata di riscaldamento e autoradio (la Pobeda, ossia «Vittoria») o scopre che le ormai quasi introvabili papirosy – le terribili sigarette con il filtro lungo tre centimetri che permette di fumare all’aperto con temperature sottozero senza togliersi i guanti – furono sfruttate da Stalin come mezzo di propaganda: sui pacchetti, infatti, si celebravano le conquiste dei piani quinquennali. Ancora, la storia dell’avos’ka, la borsa a rete per la spesa, è un pretesto per raccontare di come, nei momenti più cupi dell’economia sovietica, il verbo «comprare» fosse stato sostituito da «procurarsi»: camminando per strada, i cittadini sovietici che vedevano nelle avos’ki degli altri qualche tipo di merce li avvicinavano per chiedere dove si poteva «procurarsene» un po’ e si avviavano al negozio indicato per mettersi in coda. E così via, tra bollitori per il tè e galosce, lampade, profumi dal glamour tutto socialista e bicchieri “a faccette”. Ogni oggetto catalogato e descritto da Piretto possiede una propria, inattaccabile aura ma anche, allo stesso tempo, una funzione precisa nel contesto delle dinamiche quotidiane e di quel rapporto cittadino-Potere che è la cifra della vita sovietica.

Ne viene che il libro di Piretto non è, come potrebbe erroneamente sembrare a una prima occhiata, un’operazione di ostalgie: è semmai un’archeologia del quotidiano à la Foucault. Se è vero che, da una parte, sia l’autore che i lettori subiscono l’indubbio fascino di questo tuffo nella memoria e nella rievocazione di un mondo che, nel bene e nel male, conserva tutta la sua potenza evocativa, dall’altra La vita privata degli oggetti sovietici racconta settant’anni di vita quotidiana, di fatica, di conquiste e di soprusi. Ed è proprio questo il merito maggiore del libro: non limitarsi a rievocare o descrivere le cose, ma andare in profondità e raccontare, per esempio, di come a volte certi oggetti siano entrati nelle case dei sovietici grazie alla volontà del Partito. È il caso, per esempio, dell’«angolo bello» (il punto della casa tradizionalmente dedicato alle icone sacre) che il Partito riuscì a trasformare in «angolo rosso» (del resto, l’aggettivo russo krasnyj, «rosso», significava in origine «bello»): al posto delle figure dei santi, i cittadini sovietici furono indotti a tenere immagini dei padri del socialismo e dei dirigenti del Partito.

Osservare gli oggetti, allora, conoscere la storia del loro utilizzo e della loro diffusione, non è soltanto una questione di estetica e di memoria: è qualcosa che ha a che fare in modo diretto con il complicato rapporto tra vita quotidiana e storia, e che si situa nel punto di congiunzione tra corpo sociale ed edificazione dell’homo sovieticus. Scorrono in filigrana, in queste splendide pagine, le grandi svolte della storia dell’Urss, le sue mode e le sue idiosincrasie, le alterne fortune dei suoi personaggi-simbolo, i momenti di crisi e quelli di esaltazione e propaganda. Soprattutto, ed è una cosa chiara fin dal titolo, affiora la dimensione privata, personale del cittadino sovietico: e, parlando del Paese che avrebbe voluto eliminare la proprietà privata, non è poco.

Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo, Sironi, Milano 2012

 

Tre incontri, tre libri

Quella che viene sarà una settimana di viaggi e di incontri tra Milano, Torino e Bologna. Parlerò di tre libri diversi ai quali, per motivi differenti, tengo moltissimo:

Il demone a Beslan, Mondadori 2011Lunedì pomeriggio, a partire dalle 17, sarò ospite dell’associazione culturale Anime Salve Spa: presso il Bar Bocconi, in via Roentgen 1 a Milano, ci sarà un aperitivo/discussione sul Demone a Beslan.

Diavoleide

Martedì a mezzogiorno, invece, sarò all’università degli studi di Torino, in via Verdi 25, per tenere una lezione (che, immagino, sarà piuttosto una chiacchierata amichevole) su Diavoleide con gli studenti del corso di lingua e letteratura russa della professoressa Nadia Caprioglio, che ringrazio per l’invito.

diario-di-uninsurrezione-coverGiovedì sera alle 21,30 , infine, alla libreria Modo Infoshop di Bologna presenterò il libro d’esordio di Sergio Baratto, Diario di un’insurrezione.