IL mi ha chiesto di leggere l’ultimo libro di Giampiero Mughini, Addio gran secolo dei nostri vent’anni (Bompiani), e di scrivere qualcosa sul Novecento. Infanzia e sovietismo era, in parte, un pezzo elaborato mentre pensavo a cosa scrivere.

Caro Mughini, noi non ci conosciamo. Però ieri sera ho finito di leggere il suo ultimo libro, Addio, gran secolo dei nostri vent’anni, e questa mattina mi sono svegliato pieno di ricordi. Ho scritto anch’io dei libri, e col tempo mi sono convinto di una cosa forse stupida, questa: che i lettori, una volta letto, possano fare di un libro ciò che vogliono, e lo possano usare per partire, per ricordare e per tornare a se stessi. È quello che è successo a me mentre la leggevo: lei nominava Nico e il mio gruppo preferito di sempre, i Velvet Underground, e io immediatamente tornavo ai miei vent’anni (ora ne ho 34), quando imparare sulla chitarra l’arpeggio di Venus in Furs era diventata – per me che non suono bene – una prova d’amore nei confronti di Lou Reed; lei parlava del suicidio di Benjamin e io riprendevo la mia edizione (tascabile) dei Passagen-Werk, che pochi anni fa ho portato a Parigi per andare a cercare, ora che hanno perduto molto del loro fascino, i passage dove lui raccoglieva la sua paccottiglia novecentesca, dove c’erano gli odradek e i caleidoscopi, gli orologi e le bambole… e così via.

Ho anche pensato a questo: che la dominante del suo libro – e di molti dei suoi libri precedenti – non sia la nostalgia o la volontà di conservare. Che lei non collezioni libri e oggetti di design per farne un’enciclopedia del Novecento (cosa che pure fa), ma per vincere la morte. Ne ho avuto la precisa sensazione leggendo, nel capitolo dedicato a Trockij, la storia dell’ispettore della polizia francese che lo intercetta a Parigi e, per espellerlo dalla Francia, lo accompagna in treno fino al confine spagnolo. È il 1916, quasi un secolo fa, e forse il tragitto di Trockij è lo stesso che Benjamin farà – con le sue fiale di morfina – 24 anni più tardi. Durante il viaggio, Trockij e l’ispettore parlano di Tolstoj e di Ibsen. Se ci penso, in questa scena c’è tutto il Novecento: il treno, la Francia, la rivoluzione e la sua repressione, la letteratura, la guerra che è alle porte, ma anche due uomini lontanissimi che per qualche ora sono vicini, si parlano e trovano un terreno comune al di là dei loro destini. Quelle poche righe sono la fotografia perfetta di qualcosa che non c’è più, che è morto e non tornerà: e infatti lei chiosa dicendo che, oggi, due figure analoghe forse parlerebbero di un talk-show televisivo. Io sono convinto, invece, che, tolto qualche insulto, non scambierebbero una parola. In ogni caso, mi pare, siamo entrambi convinti che sia avvenuta una mutazione, e che non ci sia più una possibilità di incontro, oggi, per due mondi opposti. Allora tenere vivo il Novecento, secolo splendido e terribile, può voler dire solo una cosa: celebrarne la vita, l’esuberanza e la radicalità da un secolo, il nostro, che sta correndo verso la morte.

Ho avuto questa stessa sensazione leggendo le pagine che lei dedica agli oggetti: si parla spesso, nel testo, della Lettera 22, che ho visto al MOMA anni fa. Ho pensato a quale potrebbe essere, oggi, tra gli oggetti d’uso, il suo equivalente e mi sono venuti in mente l’i-phone e l’i-pad. Sono gli strumenti che meglio identificano, forse, i nostri anni. Mi sono chiesto: tra cinquanta o sessant’anni, in una sala del MOMA, ci sarà l’i-phone? Forse sì, ma è molto probabile che no, e questo per un motivo semplice: la Lettera 22 era un oggetto unico, oggi chi ha l’i-phone 5 considera l’i-phone 3 (che tutti adoravamo due o tre anni fa) un reperto archeologico, qualcosa che è già passato e che non fa memoria. Tra un anno o due, la stessa sorte toccherà a quel prodigio della tecnica che è il 5. La lettera 22 era fatta per rimanere (ed è rimasta), l’i-phone per essere superato dal suo modello successivo. Chi progetta, oggi, lo fa con l’idea di rappresentare solo una tappa del progresso, e dal giorno dopo comincia a lavorare per raggiungere il livello successivo e dimenticare il precedente.

In ogni caso, stamattina ho acceso il computer per scrivere questo articolo e la prima cosa che ho scritto è stata tutt’altro. Pensavo a come entrare nel suo libro, a come parlare con lui, e invece mi sono ricordato dell’agosto del 1991: avevo tredici anni e feci la mia prima vacanza senza mamma e papà. Fu l’estate della mia emancipazione. Ero a Pietra Ligure coi nonni, avevo tredici anni e loro mi lasciavano uscire la sera. Credo sia stata la prima e forse unica vacanza della mia vita in cui ho fatto, come si dice, vita da spiaggia, e soprattutto in cui ho pensato che divertirsi non fosse vergognoso. Ovviamente mi sono innamorato, ma non c’è stata né un’iniziazione sessuale né tantomeno il primo bacio. Mentre, la sera, mangiavo coi nonni, mi ricordo che il telegiornale mandava le immagini di un luogo lontano di cui non avevo mai sentito parlare, la Crimea, dove in una villa sul mare stava rinchiuso l’uomo con la bistecca sulla fronte, Gorbačëv. Intuivo in modo vago che stava succedendo qualcosa di importante, ma faticavo a interessarmene completamente: là fuori c’era la mia libertà e giravo per casa con la sensazione di essere diventato grande e, soprattutto, di aver finalmente trovato la chiave per essere come gli altri. Come tutti gli occidentali, però, sentivo che Gorbačëv faceva parte dei “buoni” e mi dispiaceva per lui.

Quello che vorrei riuscire a raccontare è questo: mentre io fiorivo in vacanza, capivo che c’era qualcosa che moriva. Captavo in spiaggia dei discorsi che si basavano sul fatto che «finalmente» anche per quella «povera gente» stava per «cominciare» un’epoca. Io invece percepivo un senso di fine. D’altronde, le parole di politica internazionale che avevo imparato nella mia infanzia erano state perestrojka, glasnost’, guerra fredda, usaurss e così via. Quel poco che sapevo del mondo era qualcosa in cui c’erano l’Unione sovietica e il Cremlino. Tentavo di immaginarmi cosa pensasse e cosa facesse Gorbačëv nel suo esilio, mentre a Mosca la gente ballava sui carri armati e le bandiere rosse venivano ammainate. Ci tentavo e non ci riuscivo, perché lui era assediato e unico e io invece, per la prima volta, ero assolutamente libero e uguale agli altri.

Non so perché, per chiudere, le ho raccontato questo: forse perché, in fondo, sono figlio anch’io del Novecento, anche se l’ho vissuto poco e nella mia casa ne conservo pochissime tracce.

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