Per via del premio Nobel, “L’Indice” mi ha chiesto di scrivere qualcosa a proposito di Mo Yan sul numero di novembre in edicola in questi giorni. Questo è il pezzo che ho fatto, rielaborando in parte delle cose che avevo già scritto: ne è venuto qualcosa di molto personale, credo.

La prima volta che ho letto Mo Yan ho «sentito» Tolstoj. Non che ci sia un filo rosso che dal secondo porta al primo: si tratta di due scrittori profondamente diversi. Il secondo, per esempio, non si abbandonerebbe mai all’elemento fantastico e surreale che invece accompagna i libri del primo; allo stesso tempo, anche quando è crudo, il realismo di Tolstoj non ha mai l’asprezza di quello di Mo Yan. E così via: si potrebbe scrivere per pagine su ciò che non li accomuna. Eppure leggo uno e sento l’altro. Sarà per via del fatto che, per me, la letteratura è essenzialmente una questione di voce: ebbene, la voce in Tolstoj è quasi sempre la voce di Tolstoj. Non credo di aver mai trovato, nella mia vita, uno scrittore con la mano più ferma e la voce più certa. La grandezza di Tolstoj sta tutta nel polso con cui tiene la pagina, nella forza che si sprigiona da ogni singolo vocabolo: alla fine della Morte di Ivan Ilič, uno legge che «Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov’è? Ma che morte? Non c’era più paura perché non c’era più morte» e gli sembra che non ci sia altro da sapere sugli ultimi istanti di un uomo. Allo stesso modo, nel famosissimo attacco di Anna Karenina stanno racchiusi molti romanzi, così come nel mal di denti finale di Vronskij, che dice più di pagine e pagine di dialoghi fitti e di introspezione. Ecco, in Mo Yan io vedo questa forza, questo polso fermo. Non so come spiegare altrimenti. So bene che tra i riferimenti del premio Nobel cinese non c’è il conte russo ma Faulkner, forse Garcia Marquez: la sua Gaomi, provincia dello Shadong, è una Macondo, una Yoknapatawpha orientale: nei pochi chilometri quadrati del suo distretto natale, Mo Yan ha ad ogni libro ricreato la storia del prodigioso e terribile Novecento cinese. Così, nel suo romanzo più noto, Sorgo rosso, intorno a Gaomi si intrecciano le vicende di una famiglia che viene travolta dalla guerra sino-giapponese, e sotto il terribile cappello della guerra nascono e muoiono amori, soldati e concubine: attraverso le loro vicissitudini gli anni che dal 1920 vanno alla Rivoluzione Culturale scorrono al ritmo delle spighe di sorgo percosse da un «vento maschio».
L’atroce Supplizio del legno di sandalo racconta la tragica parabola del brigante (suo malgrado) Sun Bing, che da celebrato cantore della splendida e popolare Opera dei gatti si ritrova fuorilegge tra i più ricercati e finisce – come dice il titolo del libro – impalato. Le torture che scandiscono il tempo del racconto sono rese con un iperrealismo e una minuzia ai limiti del tollerabile (tanto da costringere lo stesso Mo Yan a una nota finale di chiarimento), ma nel romanzo non si fa mai pornografia della tortura e del dolore: l’autore mostra le sevizie e la sofferenza ma non ne gode, non le estetizza. La sua penna è contadina, dice quel che c’è da dire senza girarvi troppo attorno: il sangue «cola» e non «sgorga», per così dire, la merda è merda. Non c’è pornografia: la lingua viaggia di pari passo con il mondo che descrive. Le vicende sono almeno parzialmente anticipate dai versi dell’Opera dei gatti, che aprono ogni capitolo: ciò che gli uomini non riescono a dire, nel Supplizio, lo dice l’Opera dei gatti, che è fatta da esseri umani che fingendosi gatti possono dire ciò che vogliono, in una sorta di carnevale messo in musica. Le pagine dedicate all’Opera, nel libro, sono di una bellezza irraggiungibile.
Leggendo lo splendido Le sei reincarnazioni di Ximen Nao ho provato dopo molto tempo la voglia di trovarmi davanti a un libro che non finisse mai, in cui potermi immergere per sempre. Ho sperato che le reincarnazioni fossero ben più di sei (oltretutto, se ne raccontano per esteso soltanto quattro) – e dire che si tratta di un libro di oltre 700 pagine! Mo Yan rilegge la storia della Cina della seconda metà del Novecento attraverso l’occhio estraniato – ma non troppo – di un asino, un toro, un maiale, un cane e, in parte, di una scimmia. Gli animali, reincarnazione del vecchio proprietario terriero Ximen Nao, ritornano nei suoi luoghi e vivono la loro vita di bestie mentre fuori ci sono la Rivoluzione Culturale, il Grande balzo in avanti, la morte di Mao, il capitalismo di Stato e così via. Ognuno di loro conserva il ricordo delle vite passate, tra cui spicca, naturalmente, quella di uomo. Così, l’asino Ximen è il fedele servitore di Lan Lian, un tempo dipendente di Ximen Nao. Il maiale Zhu Sedicesimo vive nel porcile di Ximen Jinlong – figlio, votato alla Causa, di Ximen Nao. E così via: ogni animale è ora di proprietà di un figlio, un nipote, un’ex concubina, un servitore di Ximen Nao. Naturalmente, il solo a essere consapevole di tutto questo è Ximen Nao reincarnato. Il libro è raccontato da due diversi narratori che solo a tratti interferiscono l’uno con l’altro: Lan Qiansui, ultima incarnazione di Ximen Nao, nato il primo giorno del nuovo millennio, che all’età di cinque anni decide di rievocare le sue vite passate; Lan Jiefang, figlio di Lan Lian, come il padre segnato da una metà della faccia di colore blu. Questi narratori, con una voce molto simile, restituiscono la storia della Cina attraverso l’occhio straniato degli animali e di chi, per via di una deformazione fisica, è sempre stato un soggetto “particolare” nel villaggio dello Shadong dove è ambientata la storia. Le Sei reincarnazioni riesce a essere nello stesso momento un romanzo storico e surreale, tragico e profondamente comico: il Re Yama che beffa continuamente Ximen Nao, facendogli credere ogni volta di restituirgli sembianze umane salvo poi gettarlo in un porcile o una cuccia, è un Mefistofele spietato e burlone, molto vicino agli dei greci che continuamente gabbano gli eroi, ma con un’anima popolaresca, quasi da osteria. La storia della Cina scorre in filigrana tra le imprese degli animali e degli uomini che se ne prendono cura, e Mo Yan rende perfettamente verosimili personaggi i cui capelli, se tagliati, perdono sangue che ha proprietà lenitive, o animali che si comportano come uomini e provano pietà per le vicende umane, o eunuchi castratori, o demoni che, stufi delle lamentele dei morti, ne hanno quasi timore.
Ecco, in questo sta, forse, il «realismo allucinatorio» a cui ha fatto riferimento l’Accademia di Svezia nell’attribuirgli il premio. Per quanto riguarda me e per quel che vale, fatico a trovare un Nobel più meritato di quello di quest’anno: c’è, nella lingua e nella voce di Mo Yan, il passo che hanno i classici, ci sono l’epica, la storia, la trasfigurazione fantastica che solo chi ha i piedi ben piantati nel folklore della propria terra può permettersi di usare senza che questo modifichi o disperda la potenza della realtà che vuole ritrarre.
Qualcuno, infine, ha storto il naso per la sua vittoria: Mo Yan è vicepresidente dell’Unione degli scrittori cinesi e, prima del Nobel, non ha mai preso una posizione netta contro il regime di Pechino. Ma il monumentale Grande seno, fianchi larghi, dedicato «a mia madre e alla grande terra», è tuttora vietato in patria; il Giornale del Popolo, che aveva salutato lo scrittore come il primo autore cinese a vincere il Nobel (“dimenticandosi” il dissidente Gao Xingijan, che l’ha vinto nel 2000), ha fatto una leggera marcia indietro dopo che, il giorno successivo alla vittoria del premio, Mo Yan ha fatto un appello in favore dell’esule Lu Xiaobo. Soprattutto, per chi se ne vuole accorgere, il potere raccontato nelle Sei reincarnazioni come in Grande seno come in tutto ciò che Mo Yan ha scritto è un potere sempre in grigio, arrivista, vittima di una satira nascosta e discreta e di una continua messa a nudo à la Bachtin. È pur vero che non si tratta mai di un attacco frontale, e forse Mo Yan sarà chiamato, in futuro, ad essere più esplicito su questo tema anche per il bene della letteratura cinese. Per il momento, in attesa di Le rane, il romanzo che Einaudi manderà in libreria con il nuovo anno e che, com’è noto, prende di petto le politiche demografiche cinesi, a nostra disposizione ci sono Gaomi e i mondi, reali e immaginari, che lui ha creato: e sono convinto che, un giorno, potrò dire di aver vissuto e scritto nell’epoca in cui visse e scrisse lo scrittore Mo Yan.