Esce oggi per Effigie un piccolo libro che vorrei tutti leggessero: si chiama Diario di un’insurrezione e l’ha scritto Sergio Baratto. È una versione ampliata e aggiornata di un pezzo che Sergio aveva scritto qualche anno fa per il quinto numero della rivista “Il primo amore” e che mi aveva fulminato: si intitolava Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono (che è un pensiero di Marco Aurelio) e riusciva a fare quella cosa che io non sono mai riuscito a fare e che nessuno, in Italia, ha ancora provato a fare: ossia ripensare un decennio – quello che dal 2001, da Genova, arriva a oggi –, ai movimenti, alle cose da fare nel pianeta, a trovarvi il buono e il meno buono, ma soprattutto, programmaticamente, a mettere se stessi al centro di questo vortice e provare a guardare tutti negli occhi. Sergio ha scritto la storia di questi dieci anni tenendo in tasca i libri di Marco Aurelio e del Subcomandante Marcos, di Victor Serge e di Senofonte e di Simone Weil, e li ha raccontati come io ho sempre pensato bisogna raccontare una storia collettiva: dicendo, punto per punto, chi si è, dove si sta e perché lo si fa, e soprattutto facendo l’elenco delle cose che si vogliono fare per dare il proprio personale contributo al bene comune. È una cosa difficile da spiegare, e mi rendo conto che non ci sto riuscendo: immaginate di raccontare la Storia e di raccontare voi stessi, e di mettervi a nudo e, con disciplina, stilare l’elenco dei propositi etici, politici e privati che avete deciso di mettere in atto per continuare a essere parte di quella piccola forza che, Goethe mi perdonerà, «continuamente vuole il Bene e continuamente opera il Bene».

«No, la domanda è un’altra: in quanti siamo a volerci ancora ostinare a camminare, sapendo che doppiamo ripartire da zero? Cosa ci resta? Il nostro bisogno di libertà e di giustizia. Ma come fare, ora che siamo al culmine del riflusso, schiacciati da una forza immensa e contraria? Da cosa ricominciare? Cosa posso fare io?

Operare su di me.
Ci sono momenti in cui bisogna rannicchiarsi per raccogliere le forze. Ora posso almeno trasformare l’immobilità morta cui mi costringe la stagnazione della vita collettiva nell’immobilità piena di movimento seminale che precede il balzo in avanti. La dimensione individuale in cui si viene continuamente ricacciati e rinchiusi resta pur sempre anche una possibilità di spazio libero. Userò questa possibilità e ne ricaverò una palestra. Il lavoro su di me è la prima modalità di lotta da adottare quando la lotta mi sembra impossibile. È la lotta molecolare preparatoria alla lotta grande. Voglio stilare un breve elenco di esercizi. Sarà il mio decalogo personale delle cose da fare. So che rischio di espormi al ridicolo: «Ma tu chi sei? Con quale autorità parli?…». Ho deciso di assumermi questo rischio. Dopotutto, che me ne importa? Comico o ingenuo che sia, questo resta il mio modo nudo e indifeso di rispondere alla domanda, il mio “che fare”».

Sergio Baratto, Diario di un’insurrezione, Milano, Effigie 2012, euro 10