Di tutte le impressioni che hanno in qualche modo acceso la mia infanzia, la più viva e la più forte è stata la condanna e l’esecuzione di Elena e Nicolae Ceauşescu. Non so spiegare il perché: nel 1989 avevo undici anni e del mondo non sapevo niente. Considero quell’anno – di cui ho ricordi per così dire in bianco e nero – un anno decisivo per me: all’improvviso, il mondo mi stava entrando nella testa con un impeto e una violenza insopprimibili. Tre anni prima, quando la mamma era incinta di Marta, c’era stata la nube di Černobyl, con tutta la sua coda di paure e ossessioni (mi ricordo un momento in particolare: la mamma con il pancione davanti ai vetri chiusi delle finestre che discute con il papà che li vuole aprire perché ha caldo e dice che non succederà niente). Ma Černobyl era un fatto per così dire etereo, invisibile: al di là di qualche immagine alla televisione, la minaccia della nube era per me – che avevo otto anni e aspettavo l’arrivo di un fratellino o una sorellina – qualcosa di impalpabile che facevo fatica a rubricare sotto qualche categoria. Era qualcosa che era nell’aria, forse. Anche la caduta del Muro mi aveva impressionato, ma solo fino a un certo punto: probabilmente non ero ancora in grado di comprenderne la portata epocale. Vedevo delle persone che abbattevano un muro che sapevo tagliava in due una città – Berlino – di cui avevo notizie dai libri di scuola per via di Hitler. Mi dicevano che un’epoca stava finendo, e che quelli che stavano a est sarebbero stati finalmente liberi. Io non sapevo molto bene, credo, che cosa fosse la libertà: ne avevo quell’idea bucolica e ovvia che può avere un ragazzino nato e cresciuto in un ambiente borghese, che studia, che è bravo a scuola e che sta scoprendo l’onanismo e la musica rock. Soprattutto, non sapevo che cosa potesse voler dire vivere «dall’altra parte», perché per me le parti del mondo erano state fino ad allora una e una sola. Mi dicevano che la gente che viveva a est si affacciava alle finestre e guardava oltre la cortina (una delle parole che in quei giorni stavo imparando) e vedeva dall’altra parte l’impero delle luci, le insegne luminose, i parchi divertimento. Per me Berlino era una città dove quelli dell’est spiavano quelli dell’ovest che si divertivano, ma non riuscivo a capire del tutto perché dovesse essere tanto triste la vita di chi guarda rispetto a chi si diverte: anche io, del resto, stavo sempre ai margini delle feste dei compagni di scuola, mi inibivo sulle autoscontro, facevo fatica a stare a mio agio con quelli della mia età che parlavano di motorini e non sono mai salito su un calcinculo. Soprattutto, la «cortina» era per me qualcosa di solido: mi immaginavo una sorta di banco di nebbia perenne e impenetrabile, oltre il quale non si poteva andare. Eppure, siccome sono sempre stato attratto delle folle, i giorni dell’abbattimento del Muro ero sovraeccitato. L’idea che migliaia di persone si rovesciassero contro qualcosa di solido per tirarlo giù mi piaceva e mi emozionava. In più, tutti sembravano felici, e anche in casa c’era quel fermento che solo la Storia riesce a provocare nelle persone comuni. Capivo lontanamente che qualcosa stava succedendo.

Nelle vacanze di Natale di quell’anno, però, la Romania si sollevò. Io non sapevo niente della Romania, e non avevo nemmeno mai sentito nominare Ceauşescu. Il papà e la mamma mi spiegavano che era un dittatore, che anche lui faceva parte del «blocco» (di cui ormai conoscevo le caratteristiche generali grazie ai fatti di novembre), ma avevo la sensazione che anche loro stessero imparando in tempo reale le cose che mi raccontavano, perché nessuno, nella mia famiglia, si era mai interessato a Bucarest. la storia dell’insurrezione rumena, non so perché, mi si è infilata nella testa: il giorno di Natale del 1989, dopo una fuga tragicomica durata tre giorni (prima in elicottero, poi in macchina e a piedi) i coniugi Ceauşescu venivano catturati, processati in tre ore da un tribunale che non riconoscevano e fucilati da tre soldati semplici dopo 55 minuti di camera di consiglio. Mi ricordo le immagini del processo, con questi due vecchietti dall’aria apatica e contadina avvolti nei cappotti e confinati nell’angolo di una stanza che sembra una trattoria, la dominante gialla nelle immagini, la voce concitata di un giudice che non viene mai inquadrato, mentre loro si guardano attorno quasi senza capire che cosa stia veramente succedendo. Mi ricordo le immagini degli attimi immediatamente precedenti l’esecuzione, che venne fatta di fretta, con oltre cento colpi di kalašnikov sparati contro i due corpi. Mi ricordo il frigorifero nei sotterranei del palazzo del Comitato Centrale, a Bucarest, dove Zoia, la figlia del dittatore, teneva dei pezzi di carne per i suoi cani. Più del Muro, la morte di Ceauşescu ha rappresentato per me la fine di qualcosa e, al tempo stesso, l’embrione di una presa di coscienza da parte mia dell’esistenza del mondo. Forse perché, al di là di tutto, la storia della sua fine è comunque la storia di una persona, e i racconti orrendi sulla vita al Palazzo sono storie che mi hanno messo in contatto per la prima volta con la quotidiana possibilità dell’esistenza del male. Facendo qualche ricerca veloce su Ceauşescu ho scoperto alcune cose curiose e sinistre: ad esempio, che Elena e Nicolae, tra i vari riconoscimenti più o meno spontanei che ricevettero quando erano in vita, ottennero anche quello di Cavalieri di Gran Croce della Repubblica Italiana, per il quale però non sono riuscito a trovare la motivazione: presumo però che sia qualcosa che abbia a che fare con una certa e provata indipendenza dallo stalinismo, cosa per cui la Romania era seconda solo alla Jugoslavia di Tito.

Due anni fa la Romania ha deciso di riesumare i cadaveri del dittatore e della moglie. Hanno strappato dalla terra i loro corpi per accertarsi che siano veramente loro. Le voci che si sono rincorse sono che il corpo di lui sia tutto sommato ancora ben conservato, nonostante la moltitudine di buchi che lo puntellano e che sono ancora visibili soprattutto nei vestiti. Quello che mi sorprende è che, per ventun anni, la Romania deve aver convissuto con il dubbio che quei due corpi non fossero realmente quello del dittatore e della moglie. Essendo stati uccisi praticamente in diretta televisiva, non credo possano sussistere dubbi sul fatto che il 25 dicembre del 1989 l’esecuzione fu fatta e che andò per così dire a buon fine. Tuttavia i rumeni – in primis il figlio Nicu, morto di cirrosi nel 1996 dopo una vita da playboy e una relazione violenta e mai del tutto trasparente con Nadia Comăneci – hanno vissuto per tutto questo tempo chiedendosi se sotto la piccola lapide di famiglia riposassero veramente il dittatore e la moglie. In un certo senso, penso, una nazione non si libera mai dei propri mostri: so che alcune frange dell’intelligencija rumena negli ultimi anni hanno cominciato a rivalutare certi aspetti del venticinquennio di Ceauşescu, così come, ad esempio, nella Russia di oggi aumentano i nostalgici dello stalinismo. Ma, per quello che so io, non era mai successo che un morto di un’altra epoca ossessionasse così tanto i vivi da farne riaprire la tomba: pare addirittura che da vent’anni, il giorno di Natale, la tv rumena ritrasmetta le scene del processo e dell’esecuzione, come se fosse una sorta di monito in cui però, mi pare, riecheggiano un’ossessione e qualcosa di irrisolto. Grava su tutto questo una cappa spettrale e affascinante che non mi so spiegare, qualcosa che è possibile solo nel dopomondo est-europeo.

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Nello splendido Limonov, Emmanuel Carrère parla a un certo punto del golpe che nel 1991 travolse Michail Gorbačëv senza che quasi se ne accorgesse. Negli anni ottanta, Gorbačëv mi stava simpatico, con quella sua faccia da nonno burbero e quella bistecca che portava sempre in fronte: la sua faccia e il pettine che teneva nella tasca della giacca sono state la prima cosa che ho visto e ho per così dire conosciuto dell’Unione sovietica. Una mattina dell’ottobre 1986 – credo che fossi in seconda elementare – la maestra entrò in classe con una copia del Corriere della sera sulla cui prima pagina, mi ricordo, c’erano le silhouettes nere di due uomini che si danno la mano: sono Reagan e Gorbačëv, e adesso posso dire che quella mattina era il 12 ottobre, e che la maestra tentò di farci capire cosa fossero l’America (di cui avevamo un’idea vaga attraverso la tv e le cose che compravamo, ma sapevamo già che era “dei nostri”) e l’Urss (di cui non sapevamo nulla, salvo che pochi mesi prima avevamo sprangato le finestre per via di una cosa che era successa a Černobyl’).
Poi, nell’estate del 1991, io feci la mia prima vacanza senza mamma e papà e fu l’agosto della mia emancipazione. Ero a Pietra Ligure coi nonni, cosa che mi era capitata spessissimo in passato, ma adesso avevo tredici anni e i nonni mi lasciavano uscire la sera. Credo sia stata la prima e forse unica vacanza della mia vita in cui mi sono fatto degli amici, in cui ho fatto, come si dice, vita da spiaggia, e soprattutto in cui ho pensato che divertirsi non fosse vergognoso. Ovviamente mi sono innamorato, ma non c’è stata né un’iniziazione sessuale né tantomeno il primo bacio. Credo tra l’altro di non essermi fatto la doccia in casa per almeno tre settimane, ma non ne sono sicuro: usavo quella della spiaggia e andava bene così, c’erano troppe cose da fare e troppo poco tempo per non stare con gli altri. Ma mentre tornavo a casa e dedicavo quell’ora giornaliera ai nonni, mi ricordo che il telegiornale mandava le immagini di un luogo lontano di cui non avevo mai sentito parlare, la Crimea, dove in una villa sul mare stava rinchiuso come prigioniero l’uomo con la bistecca sulla fronte. Intuivo in modo vago che stava succedendo qualcosa di importante (del resto, la Romania era già caduta e anche il Muro non c’era più: avevo dunque già metabolizzato il fatto che la Storia era in uno snodo fondamentale), ma faticavo a interessarmene completamente: la fuori c’era la mia libertà, come ho detto, e giravo per casa con la sensazione di essere diventato grande e, soprattutto, di aver finalmente trovato la chiave per essere come gli altri. Come tutti gli occidentali, però, sentivo che Gorbačëv faceva parte dei “buoni” e mi dispiaceva per lui. Oltretutto, quel tizio sempre ubriaco che aveva ballato sopra un carro armato davanti alla Casa Bianca di Mosca sembrava un imbecille e io non ci credevo che un paese grande come la Russia desiderasse affidarsi a un tizio del genere (tre anni più tardi, e non grazie alla Russia, dovetti ricredermi sul tipo di figure a cui i popoli si affidano).

Quello che vorrei riuscire a raccontare è questo: mentre io fiorivo in vacanza, capivo che c’era qualcosa che moriva. Captavo in spiaggia dei discorsi che si basavano sul fatto che «finalmente» anche per quella «povera gente» stava per «cominciare» un’epoca. Io invece percepivo un senso di fine. D’altronde, le parole di politica internazionale che avevo imparato nella mia infanzia erano state perestrojka, glasnost’, guerra fredda, cortina, Unione sovietica, usaurss e così via. Quel poco che sapevo del mondo era qualcosa in cui c’erano l’Unione sovietica, il Cremlino e così via. Per me, in Crimea, stava finendo una delle poche cose che conoscevo del mondo. Tentavo di immaginarmi cosa pensasse e cosa facesse Gorbačëv nelle due settimane di esilio in Crimea, mentre a Mosca la gente ballava sui carri armati e le bandiere rosse venivano ammainate. Ci tentavo e non ci riuscivo, perché lui era assediato e unico e io invece, per la prima volta, ero assolutamente libero e uguale agli altri.
Carrère a un certo punto ricorda una scena che io non ho mai visto: è la seduta del Parlamento russo del 23 agosto, in mondovisione, in cui El’cin dice a Gorbačëv:
«Ah, dimenticavo, c’è anche questo piccolo decreto da firmare…»
«Un piccolo decreto?» chiede Gorbačëv, confuso.
«Sì, quello che sospende l’attività del Partito comunista di Russia»
«Come? Cosa?» farfuglia Gorbačëv. «Ma io non l’ho letto… non ne abbiamo discusso…»
«Non importa» dice El’cin «Forza, Michail Sergeevič, firmi».
E, poco dopo, dopo aver descritto El’cin che, in seguito a una sbronza colossale, chiama Bush padre per dirgli che l’Unione sovietica non esiste più, Carrère ricorda una frase, definitiva e con cui anch’io chiudo, pronunciata da Gorbačëv al presidente bielorusso Šuškevič: «E io che fine ci faccio in tutto questo?».