Con una lingua sontuosa, violenta e sensuale, Angela Bubba ha scritto il Kaputt di una generazione e soprattutto della regione da cui proviene: la Calabria. Giocato tutto sul tema della morte, della fine irrecuperabile, MaliNati è un lungo e poetico canto di disperazione – e di amore – per una terra rimasta immobile, bloccata, e che lascia ai suoi figli, come uniche possibilità di garantirsi una vita degna, la fuga e l’abbandono. Diviso in sei capitoli, il libro è un non-romanzo viscerale, dove l’autrice mette in scena se stessa e attraversa e racconta sei momenti, sei luoghi e sei diverse declinazioni della disperazione e della guerra – quella che quotidianamente i calabresi combattono per continuare a vivere. Così, il primo capitolo, “Chinatown”, è un resoconto della vita a Rosarno in seguito ai ben noti fatti del gennaio 2010, con la guerriglia urbana, l’odio razziale scatenato e, soprattutto, la ribalta nazionale data alle vergognose condizioni di vita degli immigrati; oggi Rosarno, paese di morti in una regione priva di vita, ha gli stessi problemi, le stesse tensioni di tre anni fa, ma tutto è di nuovo insabbiato, sepolto. Lo splendido “Oltretragedia” racconta invece di un viaggio verso un non-luogo tra Catanzaro e Lamezia, dove la Seteco, una fabbrica abbandonata che continua a scaricare i suoi effluvi inquinando un’intera zona, è vista dalla Bubba quasi come una creatura vivente, un autentico mostro che pulsa, respira e si autogenera con l’obiettivo di infestare di morte una regione e un popolo. In “La città”, l’autrice vaga per una desolata Crotone dove incontra un ragazzo di colore, Richmond, che le racconta la sua storia di scampato a Rosarno e la sua odissea di diseredato e disoccupato perenne. “Occhi che non si chiudono” – forse il capitolo più toccante e violento di tutto il libro – è un’intervista a Mary Sorrentino, madre di Federica Monteleone, uccisa dalla malasanità e dallo sprezzo della vita altrui. La vita e la morte di ognuno di questi personaggi sono viste da vicino, con un’empatia e un’aderenza prima fisica che intellettuale: le parole di Angela Bubba, le sue sbalorditive soluzioni stilistiche, riescono a creare nel lettore una sensazione di contatto epidermico con la tragedia che ha di volta in volta sotto gli occhi. In “Oltretragedia”, per esempio, Angela abbassa il finestrino per respirare gli odori della Seteco, e «Chiusi il naso con la pinza delle dita, sarei morta altrimenti, e sigillai il finestrino della portiera. Quando lasciai la mano avvertii che l’odore si stava espandendo, e che la bocca diventava calda e viscida. Io non avevo più lingua e denti ma un cesto di serpi, uno scatolone di api grandi e burrose». Ancora, nel capitolo dedicato a Federica Monteleone, la tensione insostenibile del dialogo con la madre viene elaborata attraverso un costante riferimento ai corpi, a un’empatia molecolare tra le due donne che fa scrivere di Mary che «Non si muove più adesso, e lascia che la luce l’assalga dalle scapole fino all’estremità delle sue dita più lunghe. Quella luce (…) l’antichità magica e adamantina della sua pelle finalmente liberata, io posso vederla. (…) Si sta dissigillando a quel modo solo per poter allungare l’aria, per creare elasticità fra di noi. Vuole farci respirare meglio».
Gli ultimi due capitoli, “Roma” e “Interrotti”, sono rispettivamente dedicati alla vita dell’autrice nella capitale, dove studia Lettere e assiste al nascere e allo spegnersi dell’Onda studentesca, e a un viaggio in treno tra Roma e Lamezia in occasione di un ritorno a casa. Meno viscerali dei quattro della “parte calabrese” dell’opera, questi capitoli servono però all’autrice per allargare il discorso e farlo diventare generazionale: la condizione di non-vita imputata alla Calabria diventa così una metafora per raccontare di una generazione che vive nella consapevolezza di non avere un futuro e che spasima nella frustrazione, nell’assenza di prospettive. È quello che accadeva a Rinaldino, personaggio dell’Età breve di Alvaro, al quale i genitori, mandandolo a studiare lontano dalla Calabria, facevano delle raccomandazioni che la Bubba trasforma in un mantra per tutti i malinati – calabresi o no che siano: «Tu devi imparare a sopportare. Tu non potrai rimanere sempre con me e con tuo padre. Tu devi fare la tua strada. Tu devi uscire da questo paese. Tu non ci puoi rimanere. Troverai dove andare, dove tu stia meglio e più libero. Ma questo paese lo devi abbandonare. È la tua sorte». Mentre 70 anni fa erano i genitori a dire queste cose ai figli, oggi sono i figli che le ripetono a se stessi. È in questo passaggio che si consuma la definitiva perdita della speranza e l’inizio di un sentimento – quello dell’autrice – di lenta, rabbiosa macerazione nel dolore e nella morte.
Angela Bubba è nata nel 1989. È al secondo libro dopo La casa, uscito per Elliot nel 2009 ed entrato nella dozzina dello Strega. Ha un mondo, la Calabria, qualcosa che la macera e una lingua straordinaria con cui sa raccontare e, più che far vedere, far vivere: è più di un segnale per dire che la letteratura italiana non è morta ma è qui, ora.
La vera nota stonata del volume, semmai, sono i paratesti, che sono al limite del comprensibile: il testo assurdo e criptico dell’aletta di copertina non aiuta a capire che tipo di libro si ha tra le mani e non invoglia all’acquisto. Non è un buon servizio, questo, a una delle opere più belle e potenti del 2012.

Angela Bubba, MaliNati, pp. 373, euro 17, Milano, Bompiani 2012