Martedì prossimo 2 ottobre sarò a Roma per parlare di Diavoleide. Ci saranno due incontri: il primo la mattina, a mezzogiorno, presso la Casa delle traduzioni in via degli Avignonesi 32. Terrò una specie di seminario sulla traduzione, sul mio rapporto con Bulgakov e con la scrittura e su alcuni debiti che ho pagato: per partecipare bisogna accreditarsi presso la segreteria della Casa. Il secondo sarà alle 18.30 presso la sede di Voland in via del Boschetto 129. Ci sarà un aperitivo e leggerò degli estratti del libro. L’ingresso è libero. Quelli che seguono sono la locandina della giornata e un estratto dell’intervento che sto preparando per la mattina.

Diavoleide e Le avventure di Čičikov sono due racconti che Bulgakov scrisse nei primi anni 20 per poi pubblicarli nel 1925, quando aveva 34 anni. Io, oggi, ho 34 anni. Non mi sono reso subito conto di questa coincidenza che, naturalmente, lascia il tempo che trova. C’è però un particolare, in questo fatto, che in qualche modo mi è stato d’aiuto. Bulgakov, come ho detto, è uno dei miei maestri, uno degli autori su cui mi sono formato come persona e come scrittore. L’idea di tradurlo, all’inizio, mi spaventava proprio per questo: pagavo un debito, d’accordo, ma allo stesso tempo mettevo le mani – io, traduttore inesperto – su una lingua e su un mondo grazie ai quali ero cresciuto, uno scrittore di cui avevo cercato e visitato i luoghi in giro per Mosca e al quale tornavo e torno ogni volta come una sorta di “ritorno a casa”. Oltretutto, la grafica delle copertine di Sìrin classica prevede che il nome del curatore del volume sia scritto grande come quello dell’autore. È una responsabilità e un onore, d’accordo, ma anche, per quanto mi riguarda, una «lesa maestà». Siamo abituati a percepire i grandi scrittori del passato come dei cristalli, delle figure immutabili dispensatrici di classici e di insegnamenti. In parte, lo so, è inevitabile che sia così, e forse è perfino giusto. Però il Bulgakov con cui mi sono misurato io non era ancora un classico intramontabile: era un giovane scrittore di belle speranze, pieno di pregi e di difetti, che si affacciava sul mondo della letteratura. A 34 anni non aveva ancora nemmeno immaginato Il Maestro e Margherita, e aveva scritto solo alcune delle cose che in seguito sarebbero divenute immortali. Era insomma uno scrittore in fieri (Zamjatin, letto Diavoleide, parlò di Bulgakov come di una promessa e disse – a ragione – che dalla sua prosa traspariva un grande talento che si sarebbe sicuramente espresso negli anni a venire): ecco, forse io sono riuscito a tradurre Bulgakov, con tutto il peso che questo comporta, perché mentre lavoravo ho finto di non sapere che esiste Il Maestro e Margherita, perché non ho pensato a una figura canonizzata ma a uno che, alla mia età, rimboccandosi le maniche prova a trovare un posto da dove raccontare agli altri la sua visione del mondo.