Di Robert Louis Stevenson, la collana Tusitala di Nutrimenti – ideata e diretta di Filippo Tuena – aveva già pubblicato, nel 2010, un libro strano e bellissimo: Il giardino dei versi, raccolta di poesie per ragazzi illustrate da Charles Robinson e tradotte in italiano da Raul Montanari. Tra pochi giorni, invece, arriverà in libreria un altro gioiello dello scrittore britannico: Il Master di Ballantrae, “racconto d’inverno” che da molti anni non capitava sugli scaffali delle librerie italiane in una nuova traduzione. Iniziato nello Stato di New York nel 1887, il Master è stato scritto in giro per il mondo ed è stato completato nel 1888 a bordo dello yacht Casco, al largo delle isole polinesiane. Quasi tutti gli scrittori inglesi e americani che amo hanno viaggiato: chi per lavoro, chi per ricchezza, chi perché in esilio, Melville, Joyce, Conrad, Mary Shelley, London, Poe – per dirne qualcuno – hanno tutti passato un periodo della loro vita in viaggio, o su una nave, e su questa nave hanno scritto o hanno immaginato i mondi che hanno poi rovesciato nei loro libri. Stevenson non fa eccezione, naturalmente: come i personaggi del Master, che dalla Scozia si spostano in India e negli Stati Uniti, Stevenson, dalle Americhe, mentre scrive punta verso i mari del sud, e io immagino l’autore e i suoi personaggi che via via nascono e crescono che si inseguono per i mari, viaggiano da un continente all’altro senza incontrarsi mai se non sulla pagina.

Riporto un estratto del risvolto di copertina, dove si dice che, nel Master, «il dissidio è tra due fratelli e riguarda un titolo ereditario e la mano di una graziosa fanciulla. L’uno e l’altra da sempre promessi al primo e, per una serie di circostanze, finiti nelle mani del secondo. James, il fratello maggiore, è quanto di più diabolico, a detta dello stesso Stevenson, sia mai uscito dalla sua penna (“the Master is all I know of the devil”). Henry per contro è il ritratto del mite gregario, del dimesso, e che tuttavia accaparra vantaggi e privilegi, e nel corso del racconto subisce una trasformazione spaventosa, corroso anche lui dal male e dal livore. Lo scontro comincia nel 1745, in coincidenza con lo sbarco del pretendente Charles Stuart al trono di Scozia e con la sua sconfitta nella battaglia di Culloden nella quale James viene ritenuto morto. Proseguirà poi per anni, prima tra le mura del castello avito – con una prima resurrezione del Master – e poi, in un vero incubo dell’ostinazione distruttiva, nelle terre desolate che lambiscono la regione dei Grandi Laghi americani.
Stevenson era piuttosto perplesso riguardo a quest’ultima parte. Confidò all’amico Henry James che riteneva il finale inverosimile. Gli sembrava d’aver calcato troppo la mano. E tuttavia il lettore che seguirà sino in fondo le vicende dei due fratelli rimarrà contagiato anch’egli da quel dissidio e al senso dell’inverosimile temuto da Stevenson sostituirà quello dell’inevitabile, così come appare essere la conclusione, terribile e inaspettata, del più amaro e disilluso romanzo dello scrittore scozzese».

Ci sono tutti i temi cari a Stevenson: il doppio, il diabolico, l’alter-ego malvagio da cui non ci si può liberare. Ma ci sono anche, nel volume, alcune chicche di straordinario valore: anzitutto, il testo è attraversato dalle illustrazioni di William Brassey Hole, che già impreziosivano la prima edizione del 1889 e che sono state recuperate e inserite nel testo; in secondo luogo, in appendice, ci sono alcune lettere che attraversano tutto l’arco temporale della stesura del romanzo e che ci tengono lì, nel laboratorio dell’autore, e ci permettono di seguirlo mentre racconta i suoi dubbi e le sue esaltazioni. Ma, soprattutto, c’è uno scritto di Stevenson (tratto da The Art of Writing) in cui l’autore ripercorre il momento in cui lo visitò per la prima volta l’idea del romanzo e dove, per esempio, scrive: «Non ho bisogno di dire ai miei fratelli di mestiere che mi trovavo a questo punto nel momento più interessante della vita di un autore; (…) Mia madre, che all’epoca viveva da sola con me, forse ne fu meno felice, perché in assenza di mia moglie, che solitamente mi aiuta in queste situazioni quando mi trovo a partorire una nuova storia, dovetti spronare lei in ogni momento ad ascoltarmi mentre le riferivo e cercavo di chiarire le mie fantasie ancora prive di forma». Io mi immagino la scena, con Stevenson, uno degli scrittori più importanti di sempre, che costringe la madre (la madre!) a stare seduta e ad ascoltare un brogliaccio di idee e immagini ancora incompiute; immagino questa donna – di cui non so nulla – che sopporta il figlio che le espone un mondo remotissimo fatto di sogni, incubi, doppi, diavoli, viaggi, castelli. Immagino tutto questo e le voglio bene, perché forse aveva altro da fare, forse non ci capiva nulla e forse era addirittura spaventata dal mondo interiore del figlio; le voglio bene perché la sua pazienza rende umano, vicino a tutti noi uno dei più grandi narratori di storie di sempre e, soprattutto, perché è anche grazie a lei che noi, oggi, possiamo leggere Il Master di Ballantrae.

Robert Louis Stevenson, Il Master di Ballantrae, traduzione e cura di Simone Barillari, Roma, Nutrimenti, pp. 320 – € 18