Il pezzo che segue è stato scritto per IL di questo mese. L’idea era di scrivere un’abiura ai social network. Non so se ci sono riuscito. Sul cartaceo, il mio articolo è seguito da un pezzo di Francesco Pacifico che indaga quanto, e se, il virtuale aiuti il reale.

Qualcuno dirà che si tratta di una contronarrazione, di un détournement post-situazionista: l’unico modo per uccidere il drago stando dentro il drago. Eppure il gruppo “Odio Facebook”, che conta quasi un migliaio di “Mi piace”, non mi sembra la soluzione più efficace per prendere le distanze dalla creatura di Zuckerberg. Allo stesso modo, non mi sembrano utili i vari sottogruppi che mirano a decostruire Facebook dall’interno: da quelli generici, come “Contro Facebook” o “No-Facebook”, a quelli più settoriali (il primo che mi compare facendo una rapida ricerca è “Facebook favorisce il cyberbullismo contro le donne”), a quelli che, infine, informano gli utenti sui pro e contro di un certo tipo di utilizzo dei social network, o su alcune frequentazioni azzardate o, ancora, mettono in guardia chi ha intenzione di trasformare un’amicizia virtuale in una reale, andando a incontrare uno sconosciuto di notte, nel parcheggio della stazione di un paese in uno Stato di cui non si conosce la lingua.
Ecco, tutte queste piccole comunità e confraternite “contro” (alcune delle quali, sia chiaro, sono mosse dai motivi più nobili), a me sembrano testimoni di un fatto incontrovertibile: Facebook ha vinto, non sappiamo più vivere senza di lui e il mondo, ormai, è del tutto facebookizzato. Per me, uno vince nel momento in cui il suo avversario è costretto, per batterlo o superarlo, a utilizzare il suo linguaggio o, peggio, il suo medium: questo è quanto sta accadendo a molti utenti Facebook che provano a smantellare lo strapotere del social network rimanendo nel social network.
Una delle ultime mode di Facebook sembra essere quella di abbandonarlo; gli status degli utenti abbondano di manifestazioni di un’incrollabile volontà di chiudere il profilo: io stesso, sulla mia homepage, frequentemente leggo dichiarazioni di odio o stanchezza nei confronti di wall, tag, status e così via; i «Lascio perché mi sono rotto di… perché gli amici veri stanno altrove» ecc. sono un appuntamento quasi quotidiano. A queste dichiarazioni fanno seguito decine di “Mi piace” o di commenti in cui molti amici danno ragione a chi vuole abbandonare la piattaforma. Ma ha senso scrivere sul wall che si vuole lasciare il wall? Ha senso discutere su Facebook su quanto sia orrendo e irrimediabilmente indigesto il mondo dei social network? Le dichiarazioni di intenti in homepage non significano che, alla fine, Facebook ha vinto anche sulla volontà di abbandonarlo? Lascio Facebook, ma prima di farlo lo devo dire agli “amici”, e non mi cancello finché non ho finito di registrare le loro opinioni in proposito. Una volta si scrivevano lunghi post in occasione della chiusura del proprio blog: si motivava la scelta, si salutavano i lettori. Era una forma di rispetto verso chi ti seguiva e si era iscritto ai tuoi feed. Era una prassi corretta, perché si trattava di un sito personale e a suo modo unico; non ho memoria, tra l’altro, di gente che chiude il blog perché disgustato da wordpress o blogspot: lo si chiudeva per motivi personali, perché le cose da dire erano finite, ma era una battaglia contro i contenuti, non contro le forme; si andava via perché non si poteva più gestire il sito, non perché l’azienda era entrata in Borsa, o perché il ceo della piattaforma spiava i dati personali o perché i lettori si firmavano con un nickname e non con il nome.

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