Questo ritratto di Anders Breivik scritto dal suo punto di vista mi era stato commissionato dall’Espresso quest’estate, in occasione della chiusura del processo di Oslo. Avrebbe dovuto uscire a ridosso delle sentenza, che è stata due settimane fa. Siccome alla fine non è uscito, lo metto qui.

Settantasette morti non sono poi molti, anzi: sono una briciola, niente di più che l’inizio di qualcosa di grande e di nobile che la Legge – quella legge che egli dice di non riconoscere – gli ha impedito di portare a termine troncandolo sul nascere. Le vittime dei massacri di Oslo e di Utøya, le loro famiglie distrutte non contano nulla per Anders Breivik: non contavano prima e non contano ora. Hanno senso solo come gesto, come azione dirompente. Quello che conta davvero è (era) il progetto che ha tentato di realizzare: la liberazione della Norvegia e dell’Europa dal sogno di dominio islamico, la cacciata del comunismo e delle sinistre permissive nei confronti dei gay, delle minoranze e di tutte quelle componenti sociali e politiche che hanno reso molle il ventre del nostro continente. I socialdemocratici devono morire perché con loro Oslo si è islamizzata. L’Islam! Una religione che è prima un progetto politico e sociale di assoggettamento dell’individuo, del maschio bianco e dopo, solo dopo, una forma ridicola di culto. Questo non deve succedere e non succederà. Breivik, alle sedute del processo, si mostra pacato, insaccato nei suoi completi scuri e sempre in ordine: sembra una persona a modo, è gentile e tranquillo. Dispensa sorrisi, stringe mani, risponde alle domande dei giudici con la serenità del giusto. A osservarlo, viene in mente ciò che, nel 1943, Himmler disse a un gruppo di dirigenti delle SS di stanza in Polonia: «Possiamo dire che nonostante tutte le cose terribili che abbiamo dovuto fare non abbiamo mai perso il senso della decenza». Nella sua decenza, il killer di Utøya non sembra provare rabbia o vero odio contro chi ha ucciso: potevano essere altri settantasette, altri cento. Non contano le facce, le biografie, le aspirazioni delle vittime. Potevano essere maschi, femmine, grandi e piccoli: l’importante era che qualcuno morisse e lo facesse in modo eclatante, perché l’azione doveva fare il giro della Norvegia e del mondo, doveva far deflagrare l’occidente cristiano e svegliarlo, facendogli capire il pericolo che sta correndo mettendosi in mano alle sinistre e dimenticando il cristianesimo e l’autarchia.

Uccidere una persona è una crudeltà: è difficile trovarsi davanti a un uomo disarmato, puntargli contro il caricatore e fare fuoco. Si rischia di guardarlo negli occhi, di sentire il suo dolore e la paura: si pensa di uccidere un uomo e ci si rende conto, invece, di trovarsi di fronte a un individuo. Uccidere settantasette persone, invece, è facile: qualcuno una volta disse che la morte di un uomo è una tragedia, quella di un milione di persone è una statistica. Così, inseguire i ragazzi di Utøya non è stato difficile, è stato perfino divertente: loro scappavano e lui, vestito come un guerriero postmoderno, armato come i killer dei videogiochi e biondo come un nuovo dio norreno, li rincorreva da un lato all’altro dell’isola sparando all’impazzata e urlando di piacere. Quando non ci si trova più al cospetto di individui, ma di forme che si agitano e urlano e hanno paura, si prova un’insopprimibile sensazione di onnipotenza, e ucciderne dieci è più facile che ucciderne nove, ucciderne cinquanta è più eccitante che ucciderne trenta. Quei momenti sono stati per Breivik una sorta di apice, di zenit. Immaginate: per anni il killer di Utøya ha vissuto in una solitudine pressoché completa, studiando e architettando quella che ancora oggi ritiene una delle azioni più spettacolari e giuste della storia recente: ancora si commuove quando, al processo, i magistrati mostrano alla giuria i video della strage. Per anni ha fuggito gli uomini coltivando però in segreto il grandioso progetto di salvarli. Ha scritto centinaia di pagine in cui ha pianificato la sua azione nei minimi particolari, e a Utøya ha cominciato a metterla in pratica.

Quello che dal suo punto di vista i giudici e l’opinione pubblica non capiscono è proprio questo: il valore salvifico e morale della strage – che doveva essere l’inizio della catarsi di un continente. Vi uccido per liberarvi dai vostri demoni, da quella deriva morale e politica in cui vivete senza rendervene conto. Vi uccido per indicare la via di una possibile redenzione: cosa sarà infatti l’Europa tra venti, trent’anni, se nessuno prova a fermare il flusso autodistruttivo che la attraversa? Dove andremo a finire? Come pensate di vivere, tra vent’anni, in un mondo dominato dall’Islam e dalla globalizzazione e dalla perdita di qualsiasi principio identitario?

Il mondo considera folle un’azione che, a ben vedere, non è nemmeno criminale: distruggere un mondo che si sta autodistruggendo è un gesto nobile e profondamente umano, perché prelude a un rinnovamento e indica con chiarezza la via per fuggire dalla decadenza. A Utøya Breivik ha dato inizio alla rigenerazione di un mondo che per lui era diventato invivibile, inaccettabile – un mondo da cui si sentiva escluso e che dunque andava cambiato. Per questo, si è caricato sulle spalle un fucile e la responsabilità di essere il primo a indicare una nuova via. Adesso tutti dicono che è pazzo, ma lui sa perfettamente di non esserlo e protesterà finché gli sarà data voce. Chi sono i veri pazzi, infatti? Quelli che lasciano morire il proprio mondo e lasciano sempre aperta la porta di casa o quelli che, come lui, lottano da soli contro tutti per difendere un ideale che pone al centro i valori su cui la società (norvegese ed europea) è stata fondata e che oggi come non mai sono sotto minaccia?

Il processo di Oslo dev’essere in gran parte incomprensibile, per Breivik, che non capisce perché lo si consideri un mostro: tutto quello che ha fatto, in fin dei conti, lo ha fatto per noi. Egli si dichiara sano di mente e, soprattutto, innocente: è consapevole di aver ucciso, ma non è questo il punto. Anche in guerra si uccide, ma nessun soldato viene considerato un assassino. E lui, Breivik, è appunto in guerra – una guerra a cui ha dato inizio da solo ma che, secondo lui, prima o poi tutti dovremo cominciare a combattere.