T0rnato dalle vacanze, pubblico una recensione di Dentro di Sandro Bonvissuto che ho scritto per L’Indice prima di partire. Non ho capito se sia già uscita o se esce nel numero di settembre. Si tratta di un pezzo che, oltre a parlare del libro, prova a ragionare brevemente su una tendenza della letteratura italiana che mi è sembrato di cogliere negli ultimi anni e su cui, tra un po’, uscirà una riflessione – che posterò anche qui – su IL del Sole 24 ore.

Tre racconti, tre momenti distinti e disgiunti della vita di un uomo raccontati da un’unica voce che dice «io» e viaggia a ritroso nel tempo: questo è Dentro, libro d’esordio di Sandro Bonvissuto, l’«oste filosofo» romano il cui ritratto campeggia in copertina. Si sarebbe tentati di credere che ci sia molto dell’autobiografia, in questi tre ritratti, benché l’autore si sia premurato di assicurare che, al di là di alcuni spunti, l’io narrante non corrisponda a quello dell’autore: le esperienze che Bonvissuto racconta sono però osservate da molto vicino, e ruotano intorno a luoghi, ambienti e frequentazioni con cui l’autore mostra di aver avuto una certa confidenza. Di fatto, Dentro è un’opera che si legge come una confessione, come il bilancio dei primi quarant’anni di vita di chi l’ha scritto, ed è in questo senso che il libro ha una sua ragion d’essere: l’attenzione spasmodica al particolare, alle piccole cose del quotidiano, le riflessioni brevissime e spesso fulminanti che attraversano il testo rendono infatti Dentro un non-romanzo, una non-narrazione che, se non portasse il lettore a immaginare qualche legame tra fatti narrati e vita vissuta, mostrerebbe la corda in molti passaggi e sarebbe – perché non dirlo? – meno interessante. È insomma il gioco, sicuramente volontario, di corrispondenze tra fiction e realtà che tiene in piedi il libro.

Prendiamo Il giardino delle arance amare, primo episodio della triade: l’io narrante vi racconta un’esperienza trascorsa in carcere, e lo fa senza specificare il crimine che ve l’ha condotto né l’istituto di pena né i motivi che, dopo un periodo relativamente breve, portano alla scarcerazione. Il tentativo, insomma, è quello di rendere universale e paradigmatica un’esperienza-limite, e di approfittare del contesto per riflettere sulla condizione umana. Per questo, Bonvissuto più che narrare descrive: com’è fatta la cella, come ci si vive, come sono i bagni, a che ora si può fare la doccia e così via. Il racconto, insomma, sembra costruito per rispondere a domande su «com’è fatto» il carcere e su «come funziona» la vita in cella. Non ci sono veri personaggi, ma «tipi» che interagiscono tra loro; i dialoghi sono pochissimi e tutti volti a far capire a chi narra e a chi legge quali sono le regole di comportamento in galera. Non c’è una vera e propria storia, non c’è uno sviluppo del discorso: è una lunga fotografia esistenziale che inquadra una condizione e la commenta (il modello è sicuramente il Sartre del Muro).

Il secondo episodio, Il mio compagno di banco, è forse il più riuscito della raccolta, fatte salve le prime, lunghissime pagine in cui Bonvissuto si perde a raccontare delle comunissime sensazioni da primo giorno di scuola. Il pezzo decolla letteralmente quando, quasi per caso, il narratore scopre un legame di sangue con il proprio compagno di banco: i due instaurano una «diarchia» e vivono per un intero anno scolastico in completa simbiosi. Anche qui, però, non si narra: si fotografa. Bonvissuto descrive un rapporto umano senza svilupparlo narrativamente: i due protagonisti non hanno nome, la vicenda si svolge in ambienti anonimi, senza personaggi e praticamente senza azione. Ma l’intuizione della «diarchia» è felice, la lingua è secca ed efficace ed è affascinante e profondamente umana l’assoluta gratuità con cui i protagonisti si trovano e respirano all’unisono.

L’ultimo episodio, Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta scova un momento dell’infanzia del narratore, che per non sentirsi escluso dal gruppo chiede al padre di insegnargli ad andare in bici. Mentre descrive la vita quotidiana di una borgata romana, Bonvissuto porta il narratore al cospetto di un padre con cui non ha mai avuto un vero rapporto: il momento in cui il figlio chiede al padre di fargli da maestro è il migliore di tutto il libro, e rivela anche un’insospettabile vena comica che fa da controcanto a massime come «non è la morte l’avversario della vita, ma il tempo» o «la solitudine è una condizione indispensabile».

Ecco, il tono vagamente sapienziale, da “insegnamento di vita”, che percorre Dentro (e che è fortissimo nel primo racconto) è l’aspetto che rende il libro una proposta particolare ma, allo stesso tempo, in alcuni punti difficile da accettare. Se lo si accetta, è perché si è portati a immaginare che, come si diceva, ci sia molto di vero in ciò che viene raccontato. Detto in parole povere: una massima di vita tramandata da chi è stato davvero in carcere è perdonabile e persino preziosa; la stessa massima, lo stesso giudizio sull’esistente fatti senza il supporto di una solida struttura narrativa e messi così, nero su bianco, da uno che ha fatto molta meno vita di quella che racconta, non lo sarebbero. Il patto narrativo che Dentro mira a stabilire con il lettore – al netto di una lingua precisa e affilata, di un sicuro talento nell’osservazione dei comportamenti umani e della capacità di elevarli a paradigma – è insomma fondato su un equilibrio precario.