[Si tratta di un saggio breve sulla figura del marchese De Sade. L’ho scritto in una vecchia casa di Trieste durante una giornata fredda e piovosa del mese di aprile del 2008. È stato pubblicato sul numero 4 del Primo amore: La fabbrica della cattiveria.]

 «(…) una colpa originata dalla effervescenza del sangue
non si corregge irritando il sangue,
infiammando il cervello con la relegazione
e infiammando la fantasia con la solitudine.»[i]

 

Sade nasce in carcere, e non potrebbe essere altrimenti.
Accompagnato da una corposa serie di leggende popolari costruite attorno alla sua persona (si narrava di resti umani sepolti nel giardino del suo castello di La Coste, in Provenza, e di esperimenti e torture condotte su prostitute), il marchese trascorse rinchiuso in varie prigioni e manicomi della Francia un totale di 27 anni. Il Sade scrittore, pensatore e filosofo nasce qui, tra Vincennes, la Bastiglia, Bicêtre e Charenton-Saint-Maurice – che è l’ospedale psichiatrico dove fu rinchiuso dal 1803 alla morte. Prima della prigionia e della detenzione coatta, Sade non è che un rampollo dell’aristocrazia parigina, con una carriera militare avviata, un matrimonio combinato per far fronte all’imminente dissesto finanziario del casato e gli studi dai gesuiti. Solo dopo Sade è Sade. L’unica particolarità «sadiana» del marchese è un certo gusto – comune a molti nobili dell’epoca – per l’avventura extraconiugale, che in Sade è condita da alcune derive sadiche ante litteram che contribuiscono a creare attorno alla sua persona quell’alone di mistero e di malvagità gratuita che lo porterà alla reclusione: si sa che egli fosse un libertin outré, un libertino che esagera, che nel 1768 flagellò per diletto una mendicante di Arcueil, e che a Marsiglia, durante la centesima orgia, offrì delle pastiglie di cantaride a quattro prostitute, procurando loro delle coliche; si conoscono alcuni atti di sodomia, alcuni tagliuzzamenti che egli mise in pratica dopo il 1763 (anno del suo matrimonio), sempre rivolti contro prostitute o ragazze del popolo che venivano reclutate con l’inganno. Esiste una denuncia del 1768 per una sorta di «vilipendio alla religione»: pare che il marchese, durante un furioso rapporto con una prostituta, diede in escandescenze e bestemmiò così a lungo e ferocemente da meritarsi una segnalazione alla gendarmerie parigina.

Verrebbe da dire «tutto qui». Le pratiche sadiane sono spesso odiose e condannabili, ma non giustificano in nessun modo quasi tre decenni di reclusione – per altro in isolamento totale, se si esclude il periodo finale in manicomio, dove al marchese veniva pure concesso di mettere in scena alcuni suoi scritti (ovviamente i più innocenti) utilizzando come attori i compagni di detenzione.

Il Sade che trascorre il suo tempo in carcere è un uomo malato, uno dei primi ipocondriaci accertati della modernità: egli soffre di «(…) orribili mal di testa che non mi abbandonano e mi prendono tutto, dolori nervosi spaventosi, vapori e una totale assenza di sonno, (…).» [ii]: sostiene infatti a più riprese di passare lunghi periodi senza riuscire a chiudere occhio «a causa dell’umidità», di avere bisogno, per motivi circolatori, di almeno un’ora al giorno di passeggio, libertà che gli viene invece concessa con irregolarità una o due volte al mese. Allo stesso tempo, Sade è un goloso che continuamente chiede alla moglie – con una tenerezza insospettabile – di fargli avere cioccolato, dolci, biscotti, marmellate e vini d’ogni genere: l’epistolario trabocca di richieste come queste, e di scene in cui il condannato si descrive mentre gusta un cioccolatino al liquore o si versa un bicchiere prima di coricarsi; egli si autodisciplina, si dà delle regole precise di comportamento per vincere la propria irrefrenabile golosità e centellinare le scorte della moglie, e questa è, insieme alla disperazione, all’ipocondria e all’esercizio del pensiero, l’unica attività dei 27 anni.

Sade, dicevo, nasce in carcere. Le grandi lettere che scandiscono la sua prigionia hanno un numero limitato di destinatari: la moglie, la terribile suocera (considerata dal marchese la causa delle sue sofferenze), l’amica Milli Rousset, alcuni odiati membri della magistratura parigina e pochi altri. In esse Sade rovescia tutte le proprie collere, i deliri, le stanchezze di chi si sente ingiustamente recluso e non accetta la propria condizione: si giustifica, si imbelletta, si accende, si lascia andare allo scoramento e persino all’implorazione; si umilia chiedendo una grazia che sa di non poter ottenere, giacché è cosciente della volontà della suocera e della magistratura di tenerlo lontano dagli uomini;  soprattutto, si descrive così:  «Sono un libertino, lo confesso; tutto ciò che è possibile concepire in un tal genere di cose, io l’ho concepito, ma non ho certo realizzato tutto ciò che ho immaginato e non lo realizzerò mai. Sono un libertino, non un criminale né un assassino, (…)».[iii]

Egli è consapevole dell’aspetto deviante dei propri gusti sessuali, ma non è disposto a ritenersi un criminale. Sa che le pratiche sessuali che lo hanno condannato sono relativamente diffuse tra i membri dell’aristocrazia francese, e non capisce il motivo del proprio internamento [iv]. Si accorge pian piano di essere totalmente solo, condannato a una vita che non merita, e reagisce. Leggere il suo epistolario (che non contempla mai le risposte degli interlocutori) è seguire il percorso di rigenerazione per così dire filosofica dell’uomo Sade, è veder nascere lo scrittore, l’uomo definitivo che si libera della pelle del libertino qualunque per diventare il cantore del Male, il profeta della cattiveria come forma di libertà totale e incondizionata.

Sempre nella lettera del 18 aprile 1777, egli riporta: «Puoi essere ben sicuro che non passerai lì un minuto in più del necessario. Non so se esista al mondo un’espressione più rassicurante di questa; e insomma se è necessario che ci resti sei mesi, sei mesi ci resterò». La moglie infatti lo avvisa a più riprese, agli inizi, della possibilità imminente di una liberazione. Sade spera che la reclusione sia un episodio passeggero, di breve durata, e in uno slancio di dolcezza si dice disposto ad aspettare quello che c’è da aspettare. Con il passare dei mesi e degli anni, però, egli si accorge dell’impossibilità di una liberazione, ed è qui che incomincia quel percorso doloroso che renderà Sade Sade:

(…) che il mio carattere non si presta a questi alti e bassi, che così mi tolgono ogni possibilità e qualsiasi volontà di riflettere sul mio stato e per conseguenza di trar qualche profitto dalla situazione. Oggi, allo scadere di due anni dall’inizio della mia orribile sventura, vi posso aggiungere e certificare che mi sento mille volte peggiore di quando ci sono entrato, che il mio carattere si è inasprito, è diventato rissoso, il mio sangue ribolle mille volte di più, il mio cervello si è fatto mille volte più tristo (…) [v]

E ancora:

La mia fermezza è pari al mio coraggio. Indurito dalle sventure, io non ho più paura dei nuovi colpi della fortuna, e il patibolo stesso non avrebbe potere di rendermi più mariolo né più traditore di me stesso né più umile (…). Sono troppo vecchio per cambiare. [vi]

Non si corregge un uomo con la solitudine e l’isolamento, lo si esaspera. Egli si percepisce diverso e più grande dei suoi aguzzini e della sua tragedia e, di fatto, non fa un solo passo indietro: la sua diventa una ribellione totale agli uomini, alle leggi, al mondo e alla natura. Sono questi gli anni in cui tra l’altro comincia le 120 giornate, e medita sulle Sventure della virtù.

Della cattiveria come forma di libertà

Espulso dalla società, Sade edifica nella propria testa e sulla pagina una «controsocietà» basata sul vizio, sull’individualismo esasperato e l’egoismo, sulla sessualità violenta ed esibita e, soprattutto, su una costante e cruenta accusa contro la creazione e la natura dell’uomo e di Dio: la società libera di Sade permette l’assassinio, il furto, la necrofilia, l’incesto (che «allarga i legami familiari» e – essendo la famiglia la base della società – aggiunge un surplus d’amore da parte dei cittadini nei confronti della patria). La rivolta dell’uomo-Sade è totale, e comprende tutti gli aspetti della vita sociale, intellettuale e spirituale del tempo. Egli rifiuta, per dirla con Camus [vii], il presuntuoso (e in fin dei conti arbitrario) accoppiamento di libertà e virtù: la libertà, infatti, non può sopportare limiti né imposizioni morali, e per essere veramente «libera» non può fare altro che associarsi al vizio [viii]. La libertà è la possibilità del delitto, oppure non è più libertà, ma una forma di limitazione e oppressione dell’individuo. L’uguaglianza degli esseri è la possibilità di disporre in egual misura di tutti gli esseri senza distinzione.

La grandezza di Sade sta nella costante capacità di offrire una visione ribaltata e plausibile del mondo, in un regime di perenne conflitto con le cose e con le idee: la sua è una rivolta insieme metafisica e carnale, che contesta le radici profonde dell’uomo opponendovi un «controuomo» assolutamente credibile benché orrendo, per finire con il rivendicare quello che ogni visione del mondo rivendica: la libertà e la felicità. Questa rivolta metafisica, nonostante l’ateismo sbandierato dall’autore e dai suoi esegeti, è a mio modo di vedere profondamente connotata di misticismo, di un senso religioso del vivere: Sade anela a farsi Dio di se stesso, e per realizzare il proprio progetto non può che negare la divinità e bestemmiarla, sostituendo all’ideale di bontà e di virtù una visione cruenta basata sulla cattiveria e il vizio. Ma la logica sadiana dello scontro – spero di riuscire a dimostrarlo tra breve – non esce però dalle categorie cristiane: sostanzialmente alleva, per ognuna di esse, il contrario. Solo così è data la possibilità di costruire quell’Uomo Unico, solo e grande quanto Dio, che è l’obiettivo della scrittura di Sade.

Il libertino deve cercare, laddove esiste la possibilità del Bene, quel Male puro che lo affranchi dalla sottomissione cristiana e lo renda un individuo totale: nelle 120 giornate, ad esempio, ciò che eccita l’immaginazione del libertino non è costituito dagli «oggetti che sono presenti» (corpi, cibo, macchinari di tortura che siano) ma da una sorta di «Oggetto assente» che altro non è se non un’idea di Male da perseguire mediante la violenza e l’utilizzo dei corpi. L’obiettivo di Sade è scovare l’assoluto all’interno dell’individuo: egli sa che questo obiettivo può essere perseguito solo a patto di lacerare, sia fisicamente che metafisicamente, la patina delle virtù costituite. Egli deve eliminare la virtù e i sentimenti da cui essa deriva. Questo atteggiamento viene anzi portato all’estremo:

Tutti i sentimenti, anche e soprattutto quello di far soffrire, sono denunciati come responsabili di una pericolosa dispersione che impedisce all’energia di condensarsi, di precipitare nell’elemento puro di una sensualità impersonale dimostrativa. (…). Tutti gli entusiasmi, anche e soprattutto quello del male, sono condannati perché ci incatenano alla natura seconda e sono in noi residui di bontà. I personaggi sadisti suscitano la diffidenza dei veri libertini, in quanto manifestano slanci, che mostrano che potrebbero «convertirsi alla prima sventura».[ix]

Il libertino è freddo, impersonale. Egli ha una missione da compiere, e per poterlo fare deve allontanare da sé tutti quegli impedimenti sentimentali che in qualche modo potrebbero frenarlo: via la pietà, anzitutto, ma via anche qualsiasi forma d’amore, di attrazione intellettuale e fisica; via, ancora, quel possibile entusiasmo, lo slancio che la tortura può infondere nel torturatore, perché si tratta comunque di un sentimento umano che non avvicina all’Assoluto. Il libertino in azione non si deve divertire, non deve soffrire e nemmeno godere: deve essere soltanto consapevole che il proprio atto non è che un ulteriore mattone nell’edificazione del proprio (uso un termine che torna spessissimo nel volume di Deleuze) Super-io. In qualche modo il libertino si sacrifica, è vittima del suo progetto, o quantomeno sacrifica a questo suo ideale di libertà totale non solo la propria preda, ma il proprio io: proiettato com’è in una dimensione totalmente trascendente e Super, egli deve necessariamente distruggere la parte umana e virtuosa di se stesso, annullando qualsiasi forma di virtù o di sentimento in suo possesso.

Il libertino di Sade è un rivoluzionario dell’individualità: qualsiasi gesto o sentimento che in qualche modo non partecipi alla realizzazione dell’obiettivo di autoaffermazione va allontanato e soffocato: è per questo che, nelle opere di Sade, tra le vittime sacrificali finiscono sempre quei libertini che lasciano intravedere, nelle pieghe del proprio comportamento, anche solo una scintilla di sentimento.

Il libertino, nell’immolare la sua vittima, prova soltanto il bisogno di sacrificarne altre mille. Egli non ha e non può avere – pena il crollo di tutto l’impianto filosofico – un legame di qualsiasi natura con essa. La vittima non esiste, ma è un semplice elemento, indefinitamente sostituibile, all’interno di un’immensa equazione erotica che prevede l’annullamento di specie per l’affermazione del Super-io.

Il cortocircuito della natura

«Tu vuoi che l’universo intero sia virtuoso e non senti che tutto
perirebbe in un attimo se sulla terra non fossero che virtù…
Tu non puoi capire che, essendo necessario che esistano vizi,
sarebbe ingiusto da parte tua punirli,
come sarebbe ingiusto beffarsi di un guercio…»[x]

Ma c’è di più: se sono contro Dio, se sono l’anti-Dio e devo sostituirmi a lui, devo anche distruggere tutto ciò che egli ha creato, me compreso, in quanto in ultima analisi non sono altro che il prodotto di quella natura e di quel Dio che odio e combatto con l’esercizio della cattiveria:

«Il vero libertino ama persino il biasimo che gli procura il suo esecrabile comportamento. Non se ne sono forse visti alcuni che amavano persino i supplizi che la vendetta umana preparava loro, vi si sottomettevano con gioia, e guardavano al patibolo come a un trono di gloria (…)». Di fronte a una simile Potenza, che cosa può la legge? Pretende di castigarla e la ricompensa, la esalta nel tentativo di avvilirla. E, allo stesso modo, cosa può il libertino contro il suo simile? Prima o poi lo tradisce e lo immola, ma questo tradimento procura un feroce piacere alla vittima, che vede così avverarsi tutti i suoi sospetti e muore nella voluttà di essere stata l’occasione di un nuovo crimine (…). (…) diventare, spirando, l’occasione di un crimine è un’idea che mi fa girare la testa». (…) Per l’uomo integrale, che è l’essenza dell’uomo, non vi è male possibile.[xi]

La filosofia sadiana prevede l’annientamento dell’individuo in nome della sua stessa elevazione. La libertà di Sade è una sorta di cortocircuito che libera annichilendo e annientando a 360°. Il libertino finisce per desiderare la propria morte violenta, l’ultimo e definitivo piacere – se così si può dire: la voluttà di essere vittima, di chiudere il cerchio ed entrare a far parte del ciclo di affermazione della superpotenza dell’uomo sadico diventando protagonista consenziente della propria morte per mano di un altro. Solo così, dice Sade, si può andare davvero «contronatura».

Ma qui, a mio modo di vedere, c’è un problema: per Sade la natura è essa stessa una forza (anche) distruttrice: o meglio, è una forza che crea, ma che per poterlo fare ha bisogno «del crimine che distrugge». Il vizio è necessario alla virtù. La natura non è un mondo pacificato, ma una potenza insieme generatrice e di distruzione. La natura è dialettica, in essa coesistono la vita e la morte, la virtù e il vizio, la costrizione e la libertà.

E qui sta il vero fallimento del libertinaggio, la sua impossibilità sostanziale di pensarsi fuori da un regime governato dalle leggi naturali: in quanto vivo, il libertino sente di essere parte della natura e del progetto divino: la sua opera di negazione non sfugge alle leggi della natura. Distruggendo, il libertino fa’ almeno parte del gioco della natura e della creazione contro cui combatte: non si sostituisce ad essa, ma rimane parte di essa. Come sostiene Blanchot, a Sade «appare intollerabile che l’inaudita potenza di distruzione che egli rappresenta non abbia altro fine che autorizzare la natura a creare. D’altra parte, nella misura in cui fa lui stesso parte della natura, sente che la natura sfugge alla sua negazione e che più l’offende meglio la serve, più l’annienta e più subisce la sua legge.»[xii]

Se il crimine è nello spirito stesso della natura, commettendolo faccio il gioco di quest’ultima: di conseguenza non c’è crimine realmente possibile, e non ci può essere vera libertà. Sade entra in un cortocircuito: da una parte, non può negare il crimine, perché significherebbe rinunciare al proprio spirito di negazione e alla volontà di affermare il proprio Super-io di cui sopra: senza crimine, non si nega Dio; dall’altra, è cosciente del fatto che, pur esercitando il Male, non si va oltre il gioco imposto dalla natura stessa, che ha bisogno della negazione per poter creare.

Accettare il biasimo, esercitare il Male e distruggere il distruttibile non permettono a Sade di liberarsi completamente dal giogo naturale. Laddove è antropologicamente invincibile (perché neanche lo spettro della propria morte lo fa vacillare), il libertino si trova comunque battuto dalle forze a cui vuole sostituirsi. È in questo senso, in quest’ottica che rimanda alle posizioni agostiniane sull’inevitabilità della preminenza del Bene sul Male, che Sade non riesce a uscire dal cristianesimo.

A questo impasse, Sade risponde con ostinazione: la lotta permane, ed è sempre disperata. Il libertinaggio diventa un’autentica gara di cattiveria tra l’uomo sadico e la natura, in un regime di lotta e anarchia totali. Sade aspira a reiterare il male all’infinito, in un gioco di rincorse con la natura che è destinato alla sconfitta, ma che è l’unica, disperata via percorribile dal libertino. Egli moltiplica il numero e l’efferatezza dei delitti, dilata i tempi delle torture e delle sofferenze. L’onnipotenza del libertino diventa una questione di quantità più che di qualità: più faccio il male più ho possibilità di superare la natura e di non essere tenuto in scacco da lei. L’ideale da perseguire è lo sterminio di specie, ben sapendo che l’attentato totale contro la creazione è impossibile.

Messo con le spalle al muro, Sade non può che urlare il suo rabbioso e in definitiva impotente «No»[xiii].

La  legge e la lingua

Sostiene Camus [xiv] che il merito incontestabile del marchese sia quello di aver mostrato le conseguenze estreme di una logica messa al servizio della rivolta; tali conseguenze sono «la totalità chiusa, il delitto universale, l’aristocrazia del cinismo e la volontà d’apocalissi», cioè i quattro punti cardinali del credo sadiano. A questi aggiungerei l’assenza del desiderio, che genera l’impassibilità di fronte alla morte: desiderare un corpo (quello della vittima) è negare la solitudine necessaria al libertino per portare a compimento il proprio progetto. L’uomo di Sade è un uomo solo come il suo autore, e non potrebbe essere altrimenti, perché desiderare di uscire dalla solitudine è riconoscere agli altri un potere su di sé, e di conseguenza far crollare il castello del proprio Super-io.

Analogamente, l’uomo di Sade deve opporsi sempre e comunque alla legge, che è frutto di un io collettivo che deve essere negato e portato alla mattanza.

Lo spirito di Sade è uno spirito totalmente libertario, allergico a qualsiasi forma e di imposizione. Più i tempi di detenzione si allungano, più Sade – anziché accettare la propria condizione e ammansirsi per ottenere la grazia – sviluppa un odio feroce nei confronti di qualsiasi forma di limitazione [xv].

I secondini, i magistrati, i carcerieri e gli uomini di legge in generale sono per lo scrittore dei «farmacisti» i cui rimedi sono del tutto inefficaci: «Vogliamo adesso esaminare codesta prigionia dal punto di vista morale? Ebbene, persuadetevi voi e i vostri che il solo vantaggio che se ne ricava è un sicuro veleno dell’anima, la distruzione certa delle qualità che formano un carattere, (…)».[xvi]

Spezzare i legami sociali è il modo più efficace per imbestialire l’uomo. Sade registra quasi quotidianamente il peggioramento del proprio stato d’animo, l’inselvatichimento della propria persona: più passa il tempo più si sente lontano dagli uomini. Lo spirito dello scrittore si esacerba: egli si vede costretto alla prigionia e all’isolamento da una legge che non riconosce e non rispetta e che, provandola sulla propria pelle, ritiene inadeguata a risolvere il problema che egli rappresenta. È conscio delle manovre di alcuni esponenti della sua famiglia e della magistratura, manovre volte a tenerlo segregato, lontano dal mondo, e li odia [xvii]. Nei confronti della suocera – ritenuta a ragione la maggior responsabile della sua tragedia – si mostra a tratti furioso, a tratti fintamente amorevole e accondiscendente. Egli si sente perseguitato, ma in alcune lettere non esita a umiliarsi pur di cercare di ottenere una grazia che non arriverà [xviii].

Contemporaneamente, sviluppa il suo sistema filosofico e letterario, volto a sbaragliare tutto quanto lo tiene costretto e a ricreare il mondo, che è in definitiva un sistema politico. La sua idea è quella di costruire una società di individui privi di regolamentazione, e di liberarsi di tutti i tutori della legge e dell’ordine in nome dell’autoaffermazione individuale. Farà ad esempio dire a Juliette: «I tiranni non nascono mai nell’anarchia, li vedete sorgere solo all’ombra delle leggi, o da esse autorizzati».

Le figure del libertino e del tiranno diventano a poco a poco i prototipi di due visioni del mondo contrapposte. La differenza tra il libertino e il tiranno è che il primo non è legittimato da nulla se non da se stesso, e, soprattutto, che anelando alla propria distruzione in nome della libertà egli in definitiva non opprime e non giudica: egli uccide ed è ucciso, in un regime di libertà totale e violenta perfettamente accettabile per Sade.

Il tiranno, invece, si nasconde dietro i simboli del potere; egli parla il linguaggio della legge, non ha altro linguaggio, e vive di imposizioni e non di dialettica. La legge oppressiva che questi rappresenta non può essere superata se non tramite l’istituzione dell’anarchia, che è l’unica fonte di possibile di libertà. Ciò che Sade odia delle istituzioni politiche della Rivoluzione Francese è il fatto che in essa ritrova – in forma cambiata – quell’insieme di istituzioni, leggi e contratti che pensava di essersi lasciato alle spalle dopo l’89. La Rivoluzione, per lui, ha in realtà solo cambiato i nomi e le funzioni dei ministeri, ma non si è liberata dalla cappa oppressiva di regole e costrizioni.

Ma quali devono essere, per Sade, le istituzioni perfette? Quelle che si oppongono a qualsiasi contratto, e che presuppongono il minor numero possibile di leggi. Le istituzioni ideali di Sade inglobano i capisaldi del suo anarchismo: l’ateismo, il furto, la calunnia, la prostituzione, l’incesto e la sodomia. Sade amerebbe cioè ritrovare nell’apparato istituzionale i pochi principi che davvero lo entusiasmano: la possibilità di disporre degli altri, di perseguire il proprio interesse, l’afflato distruttivo, l’egoismo integrale. Vorrebbe una società totalmente antisociale, completamente priva di forme di comunicazione e di interazione: una società libera e cattiva, ricalcata sulle proprie ossessioni di carcerato. Non potendola trovare, nella solitudine della sua cella, la crea, sfruttandola per provare a distruggere ogni cosa.

Questo apparato libertario si rovescia inevitabilmente sulla scrittura del marchese, sulle sue scelte linguistiche: Bataille [xix] ha rilevato nel linguaggio di Sade un apparente paradosso, che mi sembra interessante per chiudere: il linguaggio dei libertini sadiani è essenzialmente il linguaggio delle loro vittime, non è mai un linguaggio «da carnefici». Il carnefice (si pensi ai contratti nei libri di Masoch, ma anche alle rivelazioni durante i grandi processi del Novecento) utilizza normalmente un linguaggio burocratico e freddo, in un certo senso non parla mai se non con le parole del potere che lo legittima nella sua funzione. Solo alle vittime è dato di descrivere in modo vivo le torture che subiscono. Il linguaggio impersonale del potere giustifica il carnefice, lo discolpa e lo deresponsabilizza. Le descrizioni di Sade, al contrario, benché siano spesso raccontate dal punto di vista di chi tortura e uccide, non hanno mai un linguaggio neutro: le torture sono descritte con minuzia, gli incontri sessuali sono schiettamente pornografici, la descrizione del dolore è viva anche quando chi parla non prova dolore ma lo procura. Il linguaggio di Sade è il linguaggio della vittima. È un’estrema forma di ribellione, una rivolta portata nella lingua: non posso utilizzare gli stilemi del linguaggio di chi voglio estirpare, il potere. Il paradosso di Sade è che anche nella lingua di chi tortura e rinchiude riecheggia un anelito alla libertà.


[i] Lettera a madame de Montreuil – 13 marzo 1777, in De Sade, Lettere da Vincennes e dalla Bastiglia, Milano, Mondadori, 1976 e 1996

[ii] Lettera a madame de Sade – 18 aprile 1777

[iii] La mia grande lettera a madame de Sade, 20 febbraio 1781

[iv] «Non sarà concesso a un gentiluomo francese di servirsi a sua discrezione del corpo di una ragazza del popolo?» scrive a più riprese, rivelando la matrice profondamente aristocratica del suo pensiero.

[v] Lettera a madame de Sade, 17 febbraio 1779

[vi] Lettera a m.lle de Rousset, aprile o maggio 1779

[vii] Cfr. L’uomo in rivolta, Milano, Bompiani, 2002, pp. 45-55

[viii] «(…) ai poveri, solo il crimine apre le porte della vita; la scelleratezza è la compensazione dell’ingiustizia, come il furto è la rivalsa del diseredato. È dunque chiaro: uguaglianza, disuguaglianza, libertà dall’oppressione, rivolta contro l’oppressore, non sono che argomenti del tutto provvisori attraverso i quali si afferma, secondo la differenza dei rapporti sociali, il diritto dell’uomo di Sade alla potenza.», in Maurice Blanchot, Lautrèamont e Sade, Milano, SE, 2003, p 27

[ix] Gilles Deleuze, Il freddo e il crudele, Milano, SE, 2007, p. 57

[x] Lettera del 29 gennaio 1782

[xi] M. Blanchot, cit., p. 35

[xii] ivi, p. 47

[xiii] Ancora Camus, cit, p. 45: «Dalla rivolta, Sade non trae che il no assoluto. (…) Una così lunga clausura genera dei lacché e degli uccisori, e talvolta l’uno e l’altro nello stesso uomo. Se l’animo è abbastanza forte per edificare, in seno all’ergastolo, una morale che non sia di sottomissione, si tratterà per lo più di una morale di predominio»

[xiv] Ivi, p. 55

[xv] Il 2 luglio 1789, mentre è rinchiuso nella Bastiglia, Sade si affaccia alla finestra della propria cella chiedendo aiuto perché alcuni prigionieri si stanno sgozzando. Naturalmente non è vero: si tratta di uno dei molti tentativi del marchese di creare scompiglio all’interno dell’istituto di pena in cui è rinchiuso. A proposito di questo episodio, esiste una lettera dell’odiato governatore de Launay – che verrà massacrato dalla folla due settimane più tardi – in cui è riportata la seguente frase: «Sarebbe ora di sbarazzarsi di codesto individuo, sul quale nessun ufficiale riesce ad avere la meglio».

[xvi] Lettera a madame de Sade, inizio giugno 1780

[xvii] «Con quale diritto codesta folla di sanguisughe che si abbevera della miseria del popolo e con i suoi monopoli infami spinge quella sfortunata classe sociale non colpevole di altro che di essere povera e indifesa alla crudele necessità di perdere o l’onore o la vita, e la vita neanche lasciandogli la scelta di perderla se non di miseria o sul patibolo – con quale diritto, ripeto, mostri del genere esigono da noi la virtù? Ma come! Io li vedo sacrificare senza un rimorso milioni di soggetti del loro Re alla propria cupidigia, alla propria avarizia, all’ambizione, all’orgoglio, alla rapacità e alla lussuria, io poi non avrei il diritto, se mi fa piacere, di fare altrettanto? E perché mai, a loro, l’impunità? In che modo ripagano l’universo delle loro malefatte? In che modo riscattano le loro infamie? Chi, chi mai ha conferito loro il privilegio di commettere ogni sorta di delitti, e poi di punirmi se mi prende la voglia di imitarli?», Lettera a m.lle de Rousset, 26 aprile 1783

[xviii] «Fa’ mille e mille saluti a tua madre, e non dimenticar di protestarle da parte mia tutto l’attaccamento e il rispetto.», Lettera a madame de Sade, 21 ottobre 1778.

[xix] In La letteratura e il male, Milano, SE, 2006, pp. 95-114