Mi scuso per il tono un po’ frettoloso di questa recensione, che è stata scritta di getto e sulla quale probabilmente tornerò in un momento di maggiore calma.

Sono perplesso. Lo spunto da cui parte il libro è interessante: raccontare l’amore per la grande letteratura russa con toni freschi e piglio narrativo, mescolando il tutto alla propria autobiografia. In un certo senso, è un’operazione non così distante da quella specie di “autobiografia attraverso la lettura” che era Lo sbrego di Moresco. Il principio – sempre interessante – è che tutto quello che succede agli scrittori russi e nei loro libri, essendo qualcosa che ha a che fare con la vita vera, succede anche ai loro lettori: per esempio, la Batuman comincia l’ultimo capitolo facendo chiaramente intuire di non aver capito Dostoevskij e di non amarlo a fondo: dice insomma sui Demoni un sacco di cazzate, che però riscatta parzialmente raccontando di aver conosciuto davvero un “demone”, a Stanford. Il suo Matej è infatti la versione terrestre e vagamente pop di Stavrogin/Myškin. Il rapporto e la mutualità tra la vita e i libri e tra le persone e i personaggi è, mi pare, lo snodo su cui è costruito i Posseduti.

E tuttavia qualcosa non funziona, c’è qualcosa che zoppica. Che cosa? Anzitutto che, da un certo punto in poi, ho cominciato a chiedermi perché stessi leggendo l’autobiografia di una 35enne turco-americana che non sapevo esistesse prima della traduzione del suo libro. Capito e condiviso lo spunto del libro (i libri hanno una vita che è anche la vita di chi li legge), e capito il tono leggero con cui questo concetto è declinato, ho cominciato a pensare a Dostoevskij, a Tolstoj, a Babel’ che leggono il libro della Batuman: come lo avrebbero trovato? Come sarebbe, se si ribaltasse la prospettiva? Perché è proprio la Batuman che autorizza implicitamente a immaginare questo ribaltamento. I libri ti entrano in casa, decidono i tuoi studi, ti mandano fino in Uzbekistan e ti fanno conoscere delle vecchie bisbetiche e un po’ tocche che però sono parenti di Babel’. I libri hanno qualche diritto su di te: ti guardano e decidono chi sei. Allora mi immagino Dostoevskij che legge il capitolo che gli è dedicato, Tolstoj che legge la (milionesima) cronaca di qualcuno che va in gita a Jasnaja Poljana, Babel’ che tiene tra le mani il racconto di un convegno su di lui tenuto a Stanford, Puškin che legge il capitolo su Pietroburgo. Che cosa direbbero? Si divertirebbero? Probabilmente sì. Ma tra questi solo Puškin ha coltivato la leggerezza come un valore; e dietro questa leggerezza c’erano dolore, disperazione e senso di rivolta. La leggerezza di Puškin era la maschera lirica con cui il poeta andava in un mondo che voleva cambiare e che non cambiò. Dietro I posseduti c’è la voglia di vedere il mondo, di fare una gita, di scopare: c’è la vita media di un ventenne/trentenne di oggi. La Batuman si guarda bene dall’andare in profondità, dal gettare uno sguardo nell’abisso: insomma, è un’americana di origine turca che studia i russi: avrebbe tutto per fare un libro esplosivo; nel corso della narrazione, va per un paio di mesi a Samarcanda (temi: via della seta, petrolio, gas, rapporti tesi con la Turchia/con Mosca, islam, terrorismo) e il racconto che ne viene fuori è poco di più di un reportage Lonely Planet.

E il problema sta proprio qui: anche laddove tocca punti nevralgici del pensiero letterario o luoghi cardine del mondo, la Batuman non vuole andare oltre la considerazione witty. I grandi temi che sono il nerbo di tutti i libri russi di cui si parla nei Posseduti vengono solo sfiorati, mai presi verametne in considerazione. Tutto è leggero, e quando l’autrice intuisce di dover cominciare a dare un giro di vite alla propria scrittura e cominciare ad affondare, si ferma, mette uno spazio bianco e cambia discorso. Molte volte ho immaginato, leggendo, la Batuman che sorride impacciata.

A ciò è collegato il fatto, incontestabile, che la vita dell’autrice è forse leggermente più interessante del normale, ma non giustifica un’autobiografia. Ogni studente o dottorando che ha fatto un Erasmus o un progetto di qualche tipo all’estero – soprattutto se in posti particolari e lontani dai normali tracciati – ha un bagaglio di personaggi strani, situazioni bizzarre di incontro con il diverso; ogni dottorando in materie letterarie ha degli amori viscerali per qualche libro e qualche scrittore; ogni vero lettore “vede” i libri che ama realizzarsi e crescere pian piano nelle vicende della sua quotidianità. Questo non spinge necessariamente questo dottorando o questo lettore a scrivere i fatti propri e a pubblicarli. La Batuman l’ha fatto, e io leggendo non ho mai smesso di chiedermi (e di cercare tra le pagine) il perché, senza trovarlo.

Il testo, poi, è puntellato di momenti in cui la Batuman, all’alba dei 30 anni, dice “voglio fare la scrittrice” o “diventerò una scrittrice, lo so”. Evidentemente negli Stati Uniti non si “è” scrittori, ma si “fa” gli scrittori: dev’esserci un posto dove si prende un numero, si fa un po’ di coda e ci si iscrive.