Otto anni separano la pubblicazione di L’unico scrittore buono è quello morto dalla precedente fatica narrativa di Marco Rossari: Invano veritas, anch’esso uscito per e/o, è infatti del 2004. Nel mezzo, Rossari ha messo in circolazione per i tipi di Fernandel le “canzoni sconce e malinconiche” di L’amore in bocca (2007) per poi inanellare una sequenza impressionante – per numero e qualità – di traduzioni dall’inglese e dall’americano: ma niente narrativa. Otto anni, per uno scrittore che non ne ha ancora quaranta, sono una piccola eternità: questo intervallo, che Rossari ha vissuto muovendosi nei meandri del mondo editoriale e scrivendo, è servito per elaborare un’opera ibrida, divertente, piena di illuminazioni e paradossi e pervasa da un tono, come forse direbbe l’autore, malincomico. Ne viene che L’unico scrittore buono è quello morto è un libro di difficile catalogazione: è all’apparenza una raccolta di racconti, ognuno dedicato a uno scrittore o una tappa delle filiera editoriale (lo scrittore che scrive, l’editor, il traduttore, il critico, il rapporto con i lettori – nel caso specifico una lettrice/groupie –, lo scrittore che cerca disperatamente di farsi pubblicare e così via); ogni pezzo è legato a tutti gli altri dal tema generale della scrittura e, strutturalmente, da una serie di aforismi, brevi prose fulminanti, intuizioni comiche, definizioni delle varie tipologie e dei vari tic di chi lavora con la penna che sono un ponte tra un racconto e l’altro e funzionano come ulteriori declinazioni del discorso. Tutto questo fa del libro qualcosa di più di una semplice raccolta: si tratta infatti di una sorta di compendio del mondo della letteratura e dell’editoria e, al tempo stesso e in filigrana, di un’opera di autofiction dove l’autore, benché non nomini mai se stesso, mette a nudo il proprio percorso artistico, rivela quali sono i propri padri e, in ultima analisi, racconta gli otto anni in cui è stato in silenzio.

Dio e le carote, il divertentissimo racconto che apre il libro, funziona in questo senso come un introibo che veicola gran parte del discorso sviluppato in seguito: l’io narrante mette se stesso davanti a Dio nel giorno del giudizio e, alla domanda fatidica «Perché scrivi?», risponde mentendo e occultando il vero motivo della sua scelta di vita: la disperazione. Ed è proprio il rincorrersi di disperazioni e idiosincrasie – sempre riportate con toni leggeri – che costituisce il nerbo dell’Unico scrittore: da un Tolstoj totalmente fuori luogo in una trasmissione radiofonica dove il conduttore commenta, con il punto di vista del XXI secolo, La sonata a Kreutzer, a un Joyce che non riesce a pubblicare neanche una riga e risponde ai continui rifiuti editoriali alzando ostinatamente il tiro e presentando opere sempre più complesse, stratificate e assolute; da uno Shakespeare messo a processo con accusa di plagio, a Dante che si vede rifiutare la Commedia da un editor che la vorrebbe scritta in latino e preferirebbe tagliare le parti in cui si fanno troppi «nomi altolocati». Tutto è surreale, tutto brulica di situazioni improbabili: i grandi del passato vengono giudicati con l’occhio dell’editoria contemporanea e non passano l’esame. In parallelo, Rossari costruisce un percorso nella filiera, come si diceva: varie tipologie di scrittori inediti, di traduttori, di autori in fase di stallo si danno il cambio in una serie di “prose della crisi”: c’è lo scrittore che non scrive, il traduttore che traduce libri che sono più brutti di quelli che gli editori continuano a rifiutargli, c’è lo scrittore perfezionista che si ostina a rimaneggiare il suo testo e c’è quello che, per sbarcare il lunario, trova il lavoro più assurdo di cui mi sia mai capitato di leggere. C’è molto del Rossari-uomo in queste figure, anche se naturalmente l’autofiction è mascherata dal suo grande sense of humor, che tira ogni situazione allo spasimo. Da ultimo, Rossari trova il tempo di fare i conti con alcuni dei suoi padri: dal bizzarro racconto in cui uno scrittore va a visitare, in un lontano futuro, la città di Kafkania (e qui c’è tutto un ragionamento sull’iconizzazione), a un’abiura dell’influenza beat, fino a una lucida e amara riflessione sul lascito culturale e politico degli anni di piombo.

Uno scrittore tace per otto anni, e quando ricomincia a parlare lo fa con un libro in cui fa i conti con se stesso e con la sua grande ossessione: la scrittura. Perché si scrive? Per chi? Da chi? Ha ancora senso farlo? E, se sì, come lo si deve fare? Sono queste le domande – terribili – che danno forma a L’unico scrittore buono è quello morto. Le risposte arrivano in modo scanzonato, guascone: Rossari rimane comunque uno scrittore che ha nella penna la grande capacità di intrattenere. Ma il ritratto dell’essere umano che ha il tarlo della scrittura è amaro e, a ben guardare, il libro finisce laddove era cominciato: «Sono sceso per strada e l’ho tracciata su un muro, a lettere cubitali. (…) Oggi (…) sono contento che da qualche parte, su un muro della mia città natale, riposi la parola “io”».

[Questa recensione è stata scritta per L’Indice del mese di giugno 2012]