Qui un tempo era tutto nord

Esplorazione clandestina nella crisi settentrionale.

[È il pezzo con cui inizia la mia collaborazione con IL, il magazine del Sole24Ore.  È corredato da alcune foto splendide e desolate di Aldo Soligno ed è in edicola da oggi. Comincia così:]

Adesso non c’è più niente, prima invece c’era tutto.
Qualche tempo fa vivevo ancora nel posto dove sono nato, Saronno, una cittadina in provincia di Varese ma così vicina a Milano da esserne un’appendice. Una delle ultime cose che ho fatto prima di trasferirmi è stato mettere la macchina fotografica nella borsa, una domenica, prendere la bici, scavalcare una recinzione e infilarmi in una crepa del muro di una delle più grandi aziende scomparse della mia zona: l’Isotta Fraschini. All’Isotta Fraschini facevano macchine di lusso, e ci lavoravano come operai qualificati i papà di alcuni miei compagni delle elementari: allora io ero piccolo ma mi ricordo, a metà degli anni 80, mia mamma che parlottava con un’altra mamma fuori dalla scuola, mi ricordo la signora che diceva qualcosa tipo «Li lasciano tutti a casa».
Sono entrato all’Isotta Fraschini da solo, quella domenica, con la consapevolezza di fare qualcosa di illegale e che, in qualche modo, non mi compete: non ho quasi mai fatto foto nella mia vita, nemmeno in vacanza. Non mi piace, la macchina fotografica mi pesa: ma quando ho visto la recinzione e ho sentito il rumore delle ruspe, quando ho visto che cominciavano a buttare giù dei muri e ho sentito dire che nell’area progettavano di fare un parcheggio e un hotel a quattro stelle, ho pensato che in qualche modo dovevo a me stesso e ai miei ex compagni di classe quella piccola esplorazione clandestina. Così sono entrato, mi sono messo a girare per i capannoni svuotati, pieni di mucchi di sabbia e ruggine e muffa e vegetazione spontanea. Ho fotografato tutto quello che potevo: i reparti abbandonati, i bagni sfondati, i cavi elettrici scoperti. Sono entrato negli uffici dell’amministrazione, dove adesso c’erano cumuli di spazzatura, sedie rotte, vecchi faldoni abbandonati per terra e un odore esotico, caldo: una famiglia di nordafricani si era insediata in un vecchio ufficio nell’ala più remota e ci viveva, senza acqua e riscaldamento; stavano cucinando su un fornelletto da campo. Quando mi hanno visto, ho chiesto scusa, ho messo via la macchina fotografica e me ne sono andato.
Da qualche parte ho la foto di una scritta che il tempo non ha cancellato. È tracciata con il gesso e dice: Reparto rabbia.
[…]

The Social Killer

Con questo ritratto di Luka Magnotta inizia la mia collaborazione con la piattaforma ClubDante:

Luka Rocco Magnotta è il nome che Erik Clinton Kirk Newman, un trentenne canadese, ha scelto per sé nel 2006; mentre cambiava i propri dati anagrafici, Luka si sottoponeva anche a un’innumerevole serie di interventi chirurgici che, oggi, gli conferiscono un aspetto androgino e slavato che non lo soddisfa ancora del tutto. Intorno ai vent’anni, Luka ha preso parte a qualche film porno gay, e gira voce che abbia avuto una relazione con Karla Homolka, una pluriomicida che negli anni novanta, insieme al marito, terrorizzò il Canada sostenendo di aver agito in virtù di un patto con il diavolo.

L’11 maggio di quest’anno, Luka inviò al Quartier generale del partito conservatore canadese un pacco con un cuore disegnato sulla busta e, all’interno, il piede sinistro di Lin Jun, uno studente cinese fuorisede. Nella stessa mattina, un pacco contenente la mano sinistra di Lin veniva intercettato dalla polizia postale prima di giungere alla sede del partito liberale. Nelle ore successive, furono ritrovati alcuni sacchi della spazzatura con ciò che rimaneva del corpo dello studente. Una perquisizione all’appartamento di Luka, abbandonato in fretta e furia, fece emergere tracce inequivocabili dell’omicidio e la scritta, tracciata con inchiostro rosso nel bagno, If you don’t like the reflection don’t look in the mirror. I don’t care. La stessa scritta, oggi, compare sulle copertine di alcuni gruppi Facebook che sostengono Luka e che chiedono alle autorità canadesi di liberarlo: Luka è infatti stato arrestato in Germania all’inizio di giugno ed è arrivato l’altro ieri in Canada, dove avrà inizio il processo per direttissima.

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Percorsi russi a Milano

Nel corso del Novecento, l’editoria milanese è stata il canale privilegiato attraverso il quale la letteratura russa si è fatta conoscere nel nostro Paese.
Il ruolo cruciale della mediazione editoriale viene oggi raccontato tramite le esperienze di chi ha permesso e permette il continuo scambio di libri e idee: gli editori, i traduttori e gli agenti letterari.

Domani, a cominciare dalle 9,30, prenderò parte al convegno Percorsi russi a Milano. La mediazione editoriale per la diffusione della letteratura russa nel Novecento presso la Fondazione Mondadori a Milano, in via Riccione 8. Per chi fosse interessato, l’iniziativa è gratuita e aperta a tutti.

Questo è il programma:

Ore 9:30

Coordina
Luisa Finocchi

Intervengono
Elda Garetto
Università degli Studi di Milano

Sara Mazzucchelli
Università degli Studi di Milano

Andrea Tarabbia
Scrittore

Fausto Malcovati
Università degli Studi di Milano

Ore 11:15

Coordina
Fausto Malcovati

Intervengono
Anna Raffetto
Editor Adelphi

Margherita Crepax
Traduttrice, consulente Sperling & Kupfer

Daniela Di Sora
Edizioni Voland

I posseduti

Mi scuso per il tono un po’ frettoloso di questa recensione, che è stata scritta di getto e sulla quale probabilmente tornerò in un momento di maggiore calma.

Sono perplesso. Lo spunto da cui parte il libro è interessante: raccontare l’amore per la grande letteratura russa con toni freschi e piglio narrativo, mescolando il tutto alla propria autobiografia. In un certo senso, è un’operazione non così distante da quella specie di “autobiografia attraverso la lettura” che era Lo sbrego di Moresco. Il principio – sempre interessante – è che tutto quello che succede agli scrittori russi e nei loro libri, essendo qualcosa che ha a che fare con la vita vera, succede anche ai loro lettori: per esempio, la Batuman comincia l’ultimo capitolo facendo chiaramente intuire di non aver capito Dostoevskij e di non amarlo a fondo: dice insomma sui Demoni un sacco di cazzate, che però riscatta parzialmente raccontando di aver conosciuto davvero un “demone”, a Stanford. Il suo Matej è infatti la versione terrestre e vagamente pop di Stavrogin/Myškin. Il rapporto e la mutualità tra la vita e i libri e tra le persone e i personaggi è, mi pare, lo snodo su cui è costruito i Posseduti.

E tuttavia qualcosa non funziona, c’è qualcosa che zoppica. Che cosa? Anzitutto che, da un certo punto in poi, ho cominciato a chiedermi perché stessi leggendo l’autobiografia di una 35enne turco-americana che non sapevo esistesse prima della traduzione del suo libro. Capito e condiviso lo spunto del libro (i libri hanno una vita che è anche la vita di chi li legge), e capito il tono leggero con cui questo concetto è declinato, ho cominciato a pensare a Dostoevskij, a Tolstoj, a Babel’ che leggono il libro della Batuman: come lo avrebbero trovato? Come sarebbe, se si ribaltasse la prospettiva? Perché è proprio la Batuman che autorizza implicitamente a immaginare questo ribaltamento. I libri ti entrano in casa, decidono i tuoi studi, ti mandano fino in Uzbekistan e ti fanno conoscere delle vecchie bisbetiche e un po’ tocche che però sono parenti di Babel’. I libri hanno qualche diritto su di te: ti guardano e decidono chi sei. Allora mi immagino Dostoevskij che legge il capitolo che gli è dedicato, Tolstoj che legge la (milionesima) cronaca di qualcuno che va in gita a Jasnaja Poljana, Babel’ che tiene tra le mani il racconto di un convegno su di lui tenuto a Stanford, Puškin che legge il capitolo su Pietroburgo. Che cosa direbbero? Si divertirebbero? Probabilmente sì. Ma tra questi solo Puškin ha coltivato la leggerezza come un valore; e dietro questa leggerezza c’erano dolore, disperazione e senso di rivolta. La leggerezza di Puškin era la maschera lirica con cui il poeta andava in un mondo che voleva cambiare e che non cambiò. Dietro I posseduti c’è la voglia di vedere il mondo, di fare una gita, di scopare: c’è la vita media di un ventenne/trentenne di oggi. La Batuman si guarda bene dall’andare in profondità, dal gettare uno sguardo nell’abisso: insomma, è un’americana di origine turca che studia i russi: avrebbe tutto per fare un libro esplosivo; nel corso della narrazione, va per un paio di mesi a Samarcanda (temi: via della seta, petrolio, gas, rapporti tesi con la Turchia/con Mosca, islam, terrorismo) e il racconto che ne viene fuori è poco di più di un reportage Lonely Planet.

E il problema sta proprio qui: anche laddove tocca punti nevralgici del pensiero letterario o luoghi cardine del mondo, la Batuman non vuole andare oltre la considerazione witty. I grandi temi che sono il nerbo di tutti i libri russi di cui si parla nei Posseduti vengono solo sfiorati, mai presi verametne in considerazione. Tutto è leggero, e quando l’autrice intuisce di dover cominciare a dare un giro di vite alla propria scrittura e cominciare ad affondare, si ferma, mette uno spazio bianco e cambia discorso. Molte volte ho immaginato, leggendo, la Batuman che sorride impacciata.

A ciò è collegato il fatto, incontestabile, che la vita dell’autrice è forse leggermente più interessante del normale, ma non giustifica un’autobiografia. Ogni studente o dottorando che ha fatto un Erasmus o un progetto di qualche tipo all’estero – soprattutto se in posti particolari e lontani dai normali tracciati – ha un bagaglio di personaggi strani, situazioni bizzarre di incontro con il diverso; ogni dottorando in materie letterarie ha degli amori viscerali per qualche libro e qualche scrittore; ogni vero lettore “vede” i libri che ama realizzarsi e crescere pian piano nelle vicende della sua quotidianità. Questo non spinge necessariamente questo dottorando o questo lettore a scrivere i fatti propri e a pubblicarli. La Batuman l’ha fatto, e io leggendo non ho mai smesso di chiedermi (e di cercare tra le pagine) il perché, senza trovarlo.

Il testo, poi, è puntellato di momenti in cui la Batuman, all’alba dei 30 anni, dice “voglio fare la scrittrice” o “diventerò una scrittrice, lo so”. Evidentemente negli Stati Uniti non si “è” scrittori, ma si “fa” gli scrittori: dev’esserci un posto dove si prende un numero, si fa un po’ di coda e ci si iscrive.

L’unico scrittore buono è quello morto

Otto anni separano la pubblicazione di L’unico scrittore buono è quello morto dalla precedente fatica narrativa di Marco Rossari: Invano veritas, anch’esso uscito per e/o, è infatti del 2004. Nel mezzo, Rossari ha messo in circolazione per i tipi di Fernandel le “canzoni sconce e malinconiche” di L’amore in bocca (2007) per poi inanellare una sequenza impressionante – per numero e qualità – di traduzioni dall’inglese e dall’americano: ma niente narrativa. Otto anni, per uno scrittore che non ne ha ancora quaranta, sono una piccola eternità: questo intervallo, che Rossari ha vissuto muovendosi nei meandri del mondo editoriale e scrivendo, è servito per elaborare un’opera ibrida, divertente, piena di illuminazioni e paradossi e pervasa da un tono, come forse direbbe l’autore, malincomico. Ne viene che L’unico scrittore buono è quello morto è un libro di difficile catalogazione: è all’apparenza una raccolta di racconti, ognuno dedicato a uno scrittore o una tappa delle filiera editoriale (lo scrittore che scrive, l’editor, il traduttore, il critico, il rapporto con i lettori – nel caso specifico una lettrice/groupie –, lo scrittore che cerca disperatamente di farsi pubblicare e così via); ogni pezzo è legato a tutti gli altri dal tema generale della scrittura e, strutturalmente, da una serie di aforismi, brevi prose fulminanti, intuizioni comiche, definizioni delle varie tipologie e dei vari tic di chi lavora con la penna che sono un ponte tra un racconto e l’altro e funzionano come ulteriori declinazioni del discorso. Tutto questo fa del libro qualcosa di più di una semplice raccolta: si tratta infatti di una sorta di compendio del mondo della letteratura e dell’editoria e, al tempo stesso e in filigrana, di un’opera di autofiction dove l’autore, benché non nomini mai se stesso, mette a nudo il proprio percorso artistico, rivela quali sono i propri padri e, in ultima analisi, racconta gli otto anni in cui è stato in silenzio.

Dio e le carote, il divertentissimo racconto che apre il libro, funziona in questo senso come un introibo che veicola gran parte del discorso sviluppato in seguito: l’io narrante mette se stesso davanti a Dio nel giorno del giudizio e, alla domanda fatidica «Perché scrivi?», risponde mentendo e occultando il vero motivo della sua scelta di vita: la disperazione. Ed è proprio il rincorrersi di disperazioni e idiosincrasie – sempre riportate con toni leggeri – che costituisce il nerbo dell’Unico scrittore: da un Tolstoj totalmente fuori luogo in una trasmissione radiofonica dove il conduttore commenta, con il punto di vista del XXI secolo, La sonata a Kreutzer, a un Joyce che non riesce a pubblicare neanche una riga e risponde ai continui rifiuti editoriali alzando ostinatamente il tiro e presentando opere sempre più complesse, stratificate e assolute; da uno Shakespeare messo a processo con accusa di plagio, a Dante che si vede rifiutare la Commedia da un editor che la vorrebbe scritta in latino e preferirebbe tagliare le parti in cui si fanno troppi «nomi altolocati». Tutto è surreale, tutto brulica di situazioni improbabili: i grandi del passato vengono giudicati con l’occhio dell’editoria contemporanea e non passano l’esame. In parallelo, Rossari costruisce un percorso nella filiera, come si diceva: varie tipologie di scrittori inediti, di traduttori, di autori in fase di stallo si danno il cambio in una serie di “prose della crisi”: c’è lo scrittore che non scrive, il traduttore che traduce libri che sono più brutti di quelli che gli editori continuano a rifiutargli, c’è lo scrittore perfezionista che si ostina a rimaneggiare il suo testo e c’è quello che, per sbarcare il lunario, trova il lavoro più assurdo di cui mi sia mai capitato di leggere. C’è molto del Rossari-uomo in queste figure, anche se naturalmente l’autofiction è mascherata dal suo grande sense of humor, che tira ogni situazione allo spasimo. Da ultimo, Rossari trova il tempo di fare i conti con alcuni dei suoi padri: dal bizzarro racconto in cui uno scrittore va a visitare, in un lontano futuro, la città di Kafkania (e qui c’è tutto un ragionamento sull’iconizzazione), a un’abiura dell’influenza beat, fino a una lucida e amara riflessione sul lascito culturale e politico degli anni di piombo.

Uno scrittore tace per otto anni, e quando ricomincia a parlare lo fa con un libro in cui fa i conti con se stesso e con la sua grande ossessione: la scrittura. Perché si scrive? Per chi? Da chi? Ha ancora senso farlo? E, se sì, come lo si deve fare? Sono queste le domande – terribili – che danno forma a L’unico scrittore buono è quello morto. Le risposte arrivano in modo scanzonato, guascone: Rossari rimane comunque uno scrittore che ha nella penna la grande capacità di intrattenere. Ma il ritratto dell’essere umano che ha il tarlo della scrittura è amaro e, a ben guardare, il libro finisce laddove era cominciato: «Sono sceso per strada e l’ho tracciata su un muro, a lettere cubitali. (…) Oggi (…) sono contento che da qualche parte, su un muro della mia città natale, riposi la parola “io”».

[Questa recensione è stata scritta per L’Indice del mese di giugno 2012]