Sta per uscire per Franco Angeli Il cimitero degli anarchici, un libretto che ho scritto su commissione per un bel progetto di Regione Lombardia, Fondazione Cariplo, Fondazione Mondadori e vari archivi e biblioteche lombardi: I documenti raccontano. Il progetto funziona così: degli archivisti scovano e preparano un dossier su una storia realmente accaduta e lo consegnano a qualcuno che ha il compito di trarne una narrazione. Si tratta quasi sempre di storie di emarginati, di gente che ha vissuto ai limiti della legalità: le carte sono spesso costituite da atti processuali, cartelle cliniche, carteggi, verbali di polizia.

A me è capitata la storia di Diavolindo (giuro che è vero) Latini, un anarchico adolescente e con qualche problema psichico: figlio di N.N. e di una donna, Aida, che entrava e usciva dal carcere e lo lasciava solo, nel 1921, in pieno fermento, sparò cinque colpi a caso nel centro di Milano uccidendo un suo compagno e ferendo un ufficiale di polizia. Finì per tre anni nel manicomio di Mombello (la perizia psichiatrica è una delle cose più belle che abbia mai letto), da cui uscì unendosi alle milizie fasciste per stare con la madre che nel frattempo si era messa con un ufficiale. Morì giovanissimo, non ancora trentenne, perché aveva il cuore troppo grosso.

Ho cercato di scrivere una storia che non fosse una semplice ricomposizione dei documenti: ho mandato un tizio a visitare l’ex manicomio di Mombello – che è un posto dove oggi ci sono bar, scuole, centri medici e dove da giovane ho pure suonato; soprattutto, è il posto dove morì, abbandonato e dimenticato a forza, Benito Albino Mussolini. E lì ho ricostruito la storia. Quello che segue non è la quarta di copertina, ma un brevissimo scritto che spiega un po’ il tono dell’opera:

Tutte le storie sono testimonianze, anche quelle raccontate dai morti. E in questo libro sono proprio i morti – i fantasmi che abitano il Cimitero degli anarchici – a parlare, a raccontare e a raccontarsi, rievocando i fatti di una cupa giornata del gennaio 1921, quando Diavolindo Latini, un giovane anarchico povero, disadattato e inconsapevole, esplose cinque colpi nel centro di Milano uccidendo un suo compagno di militanza e ferendo un ufficiale di polizia. Oggi, a quasi un secolo di distanza, il fotografo che narra la vicenda si imbatte nel fantasma dell’assassino mentre visita uno dei padiglioni abbandonati dell’ex manicomio di Mombello, dove il giovane fu rinchiuso in seguito al delitto. Accompagnato da un enigmatico vecchio cieco, il narratore ascolta la storia di Diavolindo, la ricostruzione degli avvenimenti di quella giornata e degli anni che seguirono – con il processo, la perizia psichiatrica, l’internamento, la liberazione e, su tutto, l’ossessione per una figura materna sempre assente. A fare da controcanto alla voce del giovane ci sono tutte le voci di chi, a volte suo malgrado, fu suo compagno di strada o lo conobbe in seguito al folle gesto: gli amici (compresa la vittima), gli avvocati, i medici, i testimoni del processo. Le loro voci ripercorrono e fanno rivivere quei fatti e quegli anni, restituendone un ritratto bizzarro e vivo dove la Storia, la cronaca e l’immaginazione si trovano, si fondono e si fanno testimonianza di un’epoca e di un’anima.