Il pezzo che segue è la rielaborazione in chiave narrativa di un articolo che ho scritto e pubblicato qui alcuni mesi fa. Non lo so perché mi sia innamorato così tanto di questa storia. Non so nemmeno se è vera, ma non credo sia molto importante. 

Don Francisco è morto nel silenzio e nell’immobilità, come muoiono tutti. Da alcune settimane non dipingeva più, perché non poteva muovere la parte destra del corpo: l’ictus l’aveva colpito nel secondo giorno del mese di aprile, e da allora Don Francisco non si era più mosso né aveva pronunciato una parola. Chiuse gli occhi il 16 aprile dell’anno 1828, in terra straniera, e fu sepolto la mattina successiva nel cimitero della Chartreuse, a Bordeaux. Si racconta che, un mese dopo la sepoltura, la tomba non avesse ancora una lapide, perché ai francesi di quello straniero che aveva dipinto i duchi e i folli, i malati e gli uccisi, non importava nulla, e non importava nemmeno agli spagnoli – perché agli spagnoli non importa mai di niente.

Così per settant’anni non avevamo pensato a lui. Fu il console Pereyra il primo a ricordarsene, ma si era ormai nel 1880: in Spagna, allora, qualcuno aveva ricominciato a parlare di Don Francisco, qualcun altro aveva comprato i suoi quadri, e qualcuno, ancora, si domandava dove fosse finito quell’uomo che era stato mandato in esilio affinché tutti lo dimenticassero. Il console Pereyra propose che la salma fosse rimpatriata e che Don Francisco fosse sepolto nella terra che lo aveva cacciato: voleva che il corpo di Goya fosse accolto con tutti gli onori e tumulato nel grande cimitero pontificio, il Sacramental di San Isidro, a Madrid.

Ma tutto viaggia lentamente, tutto si muove con fatica. Solo il 16 novembre del 1888, alla presenza dello stesso Pereyra, gli uomini di Spagna, il commissario della polizia francese, l’ispettore dei cimiteri di Bordeaux, il direttore delle pompe funebri e due testimoni di cui non sono stati tramandati i nomi, entrarono alla Chartreuse accompagnati dai becchini. Gli uomini con le pale cominciarono a scavare e aprirono la tomba.

È proprio Pereyra, in una nota scritta di suo pugno il giorno seguente, a spiegare che cosa successe:

Aperta la tomba ci trovammo in presenza di due casse (…). In quella foderata di zinco si trovarono le ossa di un corpo umano, ad eccezione della testa che mancava completamente, il che suscitò grande sorpresa in tutti i presenti. E veramente tutto induce a credere che i resti chiusi in questa cassa fossero quelli di Goya, sia perché gli ossi delle tibie erano molto più grandi di quelli contenuti nell’altra cassa, sia perché vi si trovarono avanzi di un tessuto di seta color marrone che dovevano appartenere al berretto con cui si presume sia stato interrato Goya (…). Poiché non sembrava che la cassa fosse mai stata aperta, né si trovò all’interno la mandibola inferiore o alcun dente, fummo indotti a credere che Goya fosse stato sepolto già decapitato, forse da un medico o da qualche folle amatore di rarità…

Erano passati sessant’anni, e ne sarebbero trascorsi ancora dodici prima che, finalmente, l’11 maggio del 1900 il corpo rimasto di Goya fosse traslato a Madrid. Al momento della seconda sepoltura – ce ne sarà poi una terza, nel 1919, perché Goya non vuole dormire, Goya non trova pace nemmeno da morto – come da usanza venne lasciata accanto ai resti una pergamena con la notifica ufficiale dell’inumazione e con una nota. La nota è firmata dal re di Spagna, e dice, mentendo:

Manca allo scheletro il teschio, perché alla morte del grande pittore la sua testa, come è risaputo, fu affidata a un medico per uno studio scientifico, dopodiché non fu più restituita al sepolcro, per cui non venne ritrovata all’atto dell’esumazione in quella città francese.

Al cospetto di questa menzogna, è necessario che io finalmente mi presenti e chieda perdono alla Spagna e al mondo: mi chiamo Nicolàs Fierros, e forse solo a pochi di voi il mio cognome dice qualcosa. Sono figlio di Dionisio Fierros, il pittore. Prima di morire, mio padre ha venduto quadri a sufficienza per pagarmi gli studi, ma il suo è stato un talento troppo piccolo per opprimermi o per costringermi a imitarlo. Così ho studiato anatomia, a Salamanca, e sono diventato medico. Nel 1849, molto prima che io nascessi, Dionisio dipinse un quadro. Ne ha dipinti molti, di buoni e di mediocri – e nessun capolavoro. Quel quadro che dipinse molto prima che io nascessi, però, l’ha consegnato alla Storia, forse più per il soggetto che raffigura che per la bravura con cui è dipinto. Si intitola Cràneo de Goya, pintado por Fierros, e se cercate nella vostra memoria lo conoscete. È il ritratto di un cranio umano senza polpa, e senza mandibola. Quando ero piccolo ed entravo nel suo studio, il teschio su cui aveva abbozzato i primi studi e che poi aveva usato come modello per il dipinto stava là, in una teca di vetro sopra una cassapanca, e per me c’era il divieto assoluto di avvicinarmi ad esso.

«Ma è un teschio vero?» chiedevo io, «Siamo fatti davvero così?»

«È la testa di Don Francisco» rispondeva Dionisio, «Non la devi toccare nemmeno con gli occhi».

Io non lo sapevo, chi fosse Don Francisco, e non lo so tuttora. In Spagna, del resto, tutti si chiamano Francisco. Ma lui spolverava la teca ogni mattina, prima di mettersi a lavorare. Non voleva che vi si avvicinassero i domestici, e nemmeno Adoraciòn, che gestiva la casa e mi faceva da madre. Quando qualcuno lo veniva a trovare, Dionisio copriva la teca con un panno, e non ne parlava mai. Il giorno in cui morì, Dionisio volle che mi avvicinassi a lui e disse:

«Vendi ciò che vuoi, ma tieni con te Don Francisco».

Il 18 aprile del 1928, poche settimane fa, i giornali riportarono la notizia che, a Saragozza, erano cominciate le celebrazioni per il centenario della morte di Don Francisco. Molto spazio venne dato al discorso di Don Hilario Gimeno, che raccontò di aver trovato di recente, presso un antiquario di quella città, un olio che lo aveva colpito per il soggetto e per il titolo. Dionisio non aveva mai voluto vendere quel quadro, l’aveva sempre tenuto per sé. Ma «Vendi ciò che vuoi», mi aveva detto, e quando – dopo aver coperto la teca con un panno – gli mostrai il dipinto, il mercante a cui lo proposi sorrise e mi pagò la specializzazione.

Ma non è questo ciò per cui chiedo perdono.

Chiedo perdono per aver tolto un giorno il panno dalla teca e aver mostrato Don Francisco a Raquel. Quando si chinò a guardarlo, era bella come una venere di Velàzquez. Lo osservò con l’occhio di un medico e disse:

«È più antico di quelli che usiamo all’istituto di ortopedia».

«Era di mio padre» risposi, «Lo chiamava Don Francisco».

«Sta marcendo» ribatté, «Tu non ne hai cura».

«È solo un teschio» dissi, e mi indicai una tempia: «Ne ho uno anch’io».

Così lo riempimmo di ceci. Aprii la teca, e l’odore della fine ci investì stordendoci. Mettemmo a bagno i legumi in una tinozza, e per alcune ore fantasticammo su quanto ci aveva detto pochi giorni prima il professor Gàlvez: le ossa che compongono il cranio possono disintegrarsi grazie all’azione naturale di una forza germinatrice. Ci aveva invitato a fare l’esperimento, ma nessuno, a parte me, possedeva un teschio, ed era vietato distruggere i crani dell’istituto.

Mentre i ceci si gonfiavano d’acqua, io e Raquel, per la prima volta, facemmo l’amore nello studio che era stato di Dionisio. Più tardi, mentre ci rivestivamo, Raquel mi chiese:

«Perché tuo padre lo chiamava Don Francisco?»

«Penso fosse convinto che si trattasse del teschio di Goya» dissi.

Scoppiammo a ridere di quell’assurdità. Dionisio, che io sapessi, non era mai stato a Bordeaux, e un giorno mi aveva detto che, se dipingeva la morte, era solo per tenerla lontana.

Quando i ceci furono pronti, aprii la teca, presi Don Francisco e lo posai, capovolto, su un cuscino. Con le nude mani, che ancora tremavano perché ci eravamo toccati, lo riempimmo. Poi, prima che Adoraciòn rientrasse dalle sue commesse, Raquel se ne andò e io chiusi lo studio a chiave.

Il giorno dopo Raquel tornò e mi baciò nel corridoio. Altri compagni di corso, avvertiti a lezione, ci raggiunsero un’ora più tardi, e tutti quanti ci sedemmo davanti a Don Francisco. Una parte di me, nell’attesa, era in pena: entro pochi minuti non l’avrei più avuto con me. Il lobo frontale ogni tanto scricchiolava, e a ogni rumore qualcuno lanciava grida di incoraggiamento. Ma Raquel era bella e, senza farsi vedere dagli altri, mise una mano nella mia. Quando lo scricchiolio si fece più insistente, tutti ci alzammo e ci avvicinammo a Don Francisco, che giaceva ancora rovesciato come una coppa ricolma di minestra. Poi, all’improvviso, scoppiò. Il rumore dell’esplosione fu coperto dalle nostre urla. Decine di pezzi si sparsero per il pavimento dello studio, e li raccogliemmo e ce li spartimmo. Io mi tenni un pezzo del lobo frontale – che, disse Raquel, corrisponde in frenologia alla memoria. Lei tenne per sé l’amorevolezza. Di Don Francisco rimasero integri l’orbitale, parte dello zigomatico e la mascella, come se fosse divenuto in un istante una spaventosa maschera veneziana.

Questi, come si dice, sono i fatti. Tuttora non so se quello che i ceci distrussero fosse veramente il teschio di Goya. La logica, le fobie e i viaggi di mio padre dicono di no, ma a Saragozza c’è un quadro che mi contraddice. Per questo chiedo perdono, anche se non so se ho davvero commesso un delitto. Raquel non è più con me da molto tempo, e mi spiace confessare che pensare a lei mi porta inevitabilmente a pensare anche a Don Francisco – il cui cranio, se mai fu il suo, fu sottratto al mondo da un medico come aveva immaginato, mentendo, il re di Spagna.