Da qualche mese faccio parte di Adotta uno scrittore, un bellissimo progetto del Salone del libro di Torino che prevede che 25 scrittori vengano ospitati da 25 scuole superiori del Piemonte. Una volta al mese, per due ore, vado all’istituto IIS Volta di Alessandria e incontro i ragazzi e le ragazze di due terze. Sono fermamente convinto che gran parte del senso di pubblicare un libro, oggi, risieda nel fatto che dà la possibilità, a volte, di parlare con i ragazzi, di entrare in contatto con il loro mondo e di far loro conoscere il proprio.
Per il sito del progetto ho scrittouna specie di resoconto della mia esperienza:

Sono stato “adottato” dalle professoresse Maria Luisa Gambetta e Antonella Ugo e dagli studenti di due terze dell’istituto IIS Volta di Alessandria: al momento, ho fatto solo due dei tre incontri previsti, perché – per via delle vacanze di Pasqua, dei miei impegni e di quelli delle classi – siamo stati costretti a saltare il mese di aprile. Ci troveremo per un’ultima chiacchierata il 4 maggio, proprio a ridosso dell’incontro corale al Salone del libro. L’istituto Volta non è la prima scuola in cui mi capita di parlare e – spero – non sarà l’ultima: la cosa più grande e più bella che mi è capitata da quando è uscito il mio ultimo libro è proprio il fatto che ho avuto occasione di andare a incontrare i ragazzi delle scuole. Visti il tema e i toni del Demone a Beslan – che non è certo un romanzo per adolescenti – per me riuscire a entrare in contatto con gli studenti è una specie di regalo e una sorpresa. Sono francamente convinto che, se ha senso per uno scrittore andare a parlare in pubblico, è per parlare con loro: solo insieme ai ragazzi si può vedere il futuro (e il futuro, come il passato, è un tempo fondamentale per uno scrittore), solo con i ragazzi ci si può mettere a nudo, raccontare il proprio mondo senza filtri e sentire le loro voci che reagiscono e raccontano il loro; al tempo stesso, nonostante la mia età anagrafica, quando sono in classe mi succede spesso di sentire di farne parte: è come se le cose che facevo, pensavo e fantasticavo al liceo fossero oggi fatte, pensate e fantasticate dalle persone che mi stanno sedute davanti. Ci sono, tra il me stesso di 20 anni fa e loro, delle differenze che sono soprattutto di linguaggio, di slang e di educazione alla multimedialità: tutto il resto, però – le illusioni, la meraviglia, la curiosità, il candore, i sogni, la purezza, la noia – apparteneva (e per certi versi appartiene ancora) anche a me. Per questo, non sento di aver nulla da spiegare o da insegnare, ma posso solo mostrare quello che mi sembra di aver capito da quando non ho più la loro età.

Per chi vuole, continua qui.