Emanuel Carnevali, un uomo dentro a un libro.

[Scadono quest’anno i diritti sui libri sulle opere di Carnevali – così come scadono quelli di Bulgakov, di cui parlerò tra un po’: spero che questa sia l’occasione perché qualcuno recuperi un po’ delle cose che Carnevali ha scritto].

Scrive Robert McAlmon, in una testimonianza resa nel 1968, che quello che più lo attirava di Emanuel Carnevali era il fatto che «era puramente italiano, e come tale privo di qualsiasi scrupolo ipocrita per la “morale”, l’ “anima” e la “coscienza”. Se era senza un soldo e rubava a un amico libri di valore per venderli e comrparsi da mangiare e da bere, lo faceva senza rimorsi». In un’altra testimonianza, William Carlos Williams ricorda questo: «McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?»

Emanuel Carnevali era nato a Bologna nel 1897, emigrò negli Stati Uniti giovanissimo, visse povero, scrisse, divenne amico di Sherwood Anderson, Ezra Pound e di tutta quella fioritura di poeti e prosatori che negli anni dieci pose le fondamenta del Novecento americano; pubblicò in vita un libro solo, A Hurried Man, una raccolta di prose, poesie e brani critici fulminanti che è l’unica opera per così dire completa che ha lasciato. Testi di Carnevali si trovano poi su numerose riviste dell’epoca, soprattutto Poetry, di Chicago, dove tra l’altro lavorò alcuni mesi come redattore. David Stivender, a un certo punto, dopo la morte di Carnevali, inviò da New York alla sorella Maria Pia l’intero archivio delle opere manoscritte di Emanuel, perché ne facesse ciò che meglio credeva. Tra questi manoscritti, incompiuto, stava Il primo dio, l’opera autobiografica, pubblicata poi tra mille reticenze insieme a una scelta di versi, tre racconti e alcuni scritti critici per i tipi di Adelphi nel 1978. Di Il primo dio esiste una seconda, remotissima seconda edizione del 1994, e c’è da qualche parte una raccolta di racconti edita da Fazi: ma in generale, mi pare, su Carnevali è da tempo che è caduto un silenzio che – a sentire le parole di Williams – sembrerebbe incomprensibile.

Carnevali non è diventato uno degli scrittori più letti, ammirati e copiati della letteratura italiana dell’ultimo secolo per via di un’encefalite letargica che lo colpì quando aveva venticinque anni e (soprav)viveva negli Stati Uniti e lo costrinse a rientrare precipitosamente in Italia, per finire i suoi giorni tra istituti di cura e manicomi, con sempre meno possibilità non solo di scrivere, ma anche – sempre più involuto e imbottito di farmaci e circondato da malati – di pensare, concentrarsi e sentire. Non è diventato un classico della nostra letteratura, perché da subito, appena la padronanza dell’inglese glielo consentì, scrisse nella sua seconda lingua: quello che conosciamo di lui lo abbiamo in traduzione. In questo, Carnevali non è solo: anche un altro grande misconosciuto, Niccolò Tucci, anch’egli emigrato a New York e attanagliato dalle difficoltà economiche (benché collaborasse, tra l’altro, con il New Yorker), scrisse gran parte della propria opera in inglese. Anzi: per dissapori con alcuni editori italiani (che lo pubblicavano tagliuzzandolo) dal principio degli anni Sessanta vietò tramite il proprio agente la pubblicazione delle proprie opere in Italia. Before My Time (che comincia così: «I was born before my time, when my time came, the place was occupied by someone else; all the good things of life for which I was now fit had suddenly become unfit. It was always too early or too late.») è probabilmente il suo libro migliore, ma non lo sa quasi più nessuno – neppure io, che l’ho scoperto per caso per lavoro.

Entrambi, Tucci e Carnevali, che quasi non esistono, hanno lasciato un segno nella letteratura americana e non in quella italiana. Carnevali, poi, è stato spesso accostato a Dino Campana (per stile e destino) e ad Arthur Rimbaud – che era a sua volta uno dei maestri riconosciuti da Emanuel. Ecco cosa scrive l’italiano, in un testo furibondo del 1919, sul poeta francese:

«(…) chi non si sia liberato della propria, inutile, soma, e non sia partito per una grande avventura non lo potrà capire. Io sono partito per una grande avventura e mi riesce, talvolta, d’impersonare un dio che, una volta, ho visto per un momento. (…) Rimbaud è l’Avvento della Giovinezza. Qualsiasi altra cosa al mondo, quasi, è sfiducia nella Giovinezza; diplomatici, uomini di stato, dirigenti di ogni genere, generali, sono tutti vecchi, perché sostengono stranamente che l’età avanzata sia maturità – come se una mela fosse matura quando è tutta raggrinzita».

«Rimbaud disse gloriosamente che il conseguimento della poesia è il conseguimento della vita. Conoscere il proprio io e possederlo: l’immagine perfetta è la sensazione perfetta, la vita perfetta. Avere il proprio io, nei giorni della giovinezza, con ogni centimetro del proprio corpo in tensione, per guardare e ascoltare e interpretare (…)».

«Rimbaud è, per me, una preghiera a cose più belle di me, le cose perfettamente prive di vita, le cose prive di coscienza, belle. Che sono, com’erano in principio, i testimoni dell’originaria grandezza umana, eterni (privi di anima, e perciò immutabili) specchi. Le cose – che non sono Dio e che sono le uniche cui si possa rivolgere la nostra preghiera. Le cose – che sostengono il poeta:Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre.
Fa’ che io non torni con il resto alla fornicazione e all’oblio.
Fa’ che io accetti la visione fino in fondo – fino, anche, alla follia.
Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo.
Fa’ ch’io accetti “l’atroce morte dei fedeli e degli amanti”».

Ed ecco la sua voce, da Il primo dio:

«Un giorno, mentre parlavo sulle scale con la padrona di casa, tutt’a un tratto mi cadde in testa dall’alto un cuscino. Corsi di sopra e bussai alla porta della pensionante colpevole; quando mi sentii rispondere “Avanti”, entrai. Sul letto c’era una donna nuda, nuda come il giorno ch’era venuta al mondo, e non era nemmeno uno spettacolo tanto piacevole. Anzi, era proprio un brutto pezzo di donna. Era grottesca. Teneva una pinta di birra sul comodino e fumava una terribile sigaretta, non tanto per sognare, quanto per buttare via il tempo. Le deturpava il ventre una gran cicatrice, e la sua stessa pelle, coperta com’era di una peluria bionda, richiamava alla mente l’idea della birra. Fu questo il mio secondo amore, nato nel disprezzo, nato nella laidezza, nato nella disperazione, nato per morire, perché non avevo altro di meglio da fare che morire».

«È giunta l’ora sacra: uno, due Gesù Cristi balzano sulle tavole, si versano un po’ d’acqua ghiacciata sulle mani e tengono un discorso. Un tedesco, con tutta la goffaggine della sua razza, dà spettacolo da solo, una conferenza gonfia di disperazione ubriaca. Poveri Cristi, poveri creatori di religioni».

«Cristo non ha mai cessato di essere immenso, per me, e penso che il Vangelo sia il libro più bello che sia mai stato scritto; tutto l’armamentario della divinità non ha fatto altro che danneggiare quell’uomo splendente che fu Cristo. La religione ha sempre torto, Cristo ha sempre ragione, anche quando parla in chiave minore del Regno dei Cieli. Non gli ho mai rivolto le mie preghiere, ma lui può benissimo farne a meno. Gesù Cristo è stato l’uomo più fiero di tutti i tempi: se è divino, ciò è dovuto unicamente alla sua fierezza».