Mi è venuto in mente all’improvviso che un capitoletto di La patria non esiste, il pamphlet/e-book che ho fatto l’anno scorso con il Saggiatore, era dedicato alla Lega e al leghismo. Sono andato a riprenderlo:

Nel settembre del 2009 pubblicavo un pezzo sulla rivista alla quale collaboro, «Il primo amore», intitolato Sogno feudale. Era il frutto di un paio di conversazioni con alcuni amici sulla Lega e di una riflessione «di pancia» dopo un paio di uscite di alcuni esponenti di quel partito sulla necessità di insegnare il dialetto nelle scuole. Il pezzo è questo:

“Di tutte le vergogne di cui si macchia quotidianamente questo paese, di tanto in tanto mi pare che la Lega sia la più vergognosa. Forse è perché la più longeva e la più immediatamente riconoscibile per via dei toni e dei colori. Forse, anche, perché è la più sottilmente volgare e pericolosa per il futuro di questo paese (…). La Lega è un problema e un pericolo perché contiene, in nuce, le caratteristiche del nazionalsocialismo, a cominciare dalle divise, dall’immediata semplicità del pensiero e degli slogan e dall’appoggio delle classi medie della parte ricca del paese. (…) Se ci faccio caso, mi accorgo che la Lega funziona a periodi di cinque-sei mesi: ogni una-due stagioni, cambiano i ritornelli con cui massacra le orecchie degli italiani. Rimangono ben saldi i principi su cui questi ritornelli si basano: il razzismo, l’omofobia eccetera, ma i contenuti superficiali delle comunicazioni variano, l’attenzione dei media e delle persone viene dirottata su temi sempre un po’ diversi. All’inizio era importantissimo il concetto di terra: la Padania. La Padania è un luogo nero dell’anima, una distopia inventata da Bossi e Miglio, un non-luogo dove convogliare le forze brute della classe media ignorante e produttiva. La Padania è un luogo e un nome inventati per dare una terra a chi non aveva mai pensato di averne. È stato inventato anche il nome: quella che ormai tutti riconoscono come Padània, è la vecchia, cara, noiosa e piatta Padanìa, terra dignitosa solo se vista dall’aereo (perché tutti gli appezzamenti di terra, i campanili, e questa tavola verde segmentata dai fiumi e dai laghi e addossata alle Alpi dall’alto sono belli) e se trasfigurata nei racconti di chi la sa raccontare. La Padanìa non esiste come luogo dell’anima, ma solo come luogo geografico: d’altronde che cos’hanno in comune uno di Ferrara e uno di Asti? Uno di Venezia e uno di Varese? Niente. E se hanno in comune qualcosa, tra uno di Torino e uno di Ravenna passa la stessa differenza che passa tra lo stesso di Ravenna e uno che con la Padanìa non ha niente a che fare perché è di Teramo. Poi è diventata importante la secesiùn, subito annacquata in quel concetto di federalismo da sempre brandito come un cavallo di battaglia e mai davvero desiderato. Adesso è il momento del dialetto, l’ultima crociata. Che la Lega abbia dei problemi di orientamento linguistico è cosa nota: basti pensare, appunto, che il suo credo è fondato su un accento errato. (…) Ma non esiste, il dialetto come principio unificatore. A Saronno si parla una variante del milanese che non è del tutto uguale al milanese; se si sale di trenta chilometri, si parla, a Como, una deviazione di questa variante, frammista di ticinese e di vocaboli presi dai recessi del lago. Se vado a Padova, io, padano, non capisco un cazzo, così come un vicentino in gita a Cuneo. L’unità attraverso i dialetti non esiste. Il sogno geopolitico della Lega è un ritorno brutale al feudalesimo. È un salto indietro di centinaia di anni. Non trovo, in questa crociata, nessun fondamento né linguistico, né culturale, né politico, né antropologico. Questa mia convinzione è corroborata da un fatto molto semplice eppure per me fortemente indicativo: la Lega porta avanti da decenni questo ritornello, e lo fa in italiano. Il suo organo ufficiale, «La Padània», è scritto in italiano. I suoi comizi e i suoi ritrovi, dal Monviso a Pontida, sono condotti in italiano. I documenti che produce sono in italiano. I suoi leader si rivolgono ai loro elettori in italiano. Dove sta, allora, la forza dirompente della coesione del popolo padano? Su cosa si basa? Sulla lingua italiana! (…)”

Essendo nato e vissuto a pochi chilometri dall’epicentro del fenomeno leghista, sento che ogni cosa che compete a quel movimento mi riguarda da vicino. Nel corso degli anni ho anche scoperto che qualche amico d’infanzia non solo è diventato leghista, ma addirittura si è messo in lista con loro alle elezioni comunali. Ho persino dei parenti – che non vedo quasi mai – che non hanno vergogna a dichiarare di votare per Bossi. In questo pezzo, che è più uno sfogo che altro, cercavo di capire quale poteva essere il motore del pensiero leghista, trovandolo sbagliato in ogni sua parte. Soprattutto, l’idea di Padania mi sembrava e mi sembra del tutto priva di senso, così come tutta la retorica fatta di ampolle, proclami, canottiere e celodurismo. Una volta la Padania era orgogliosamente delimitata dalle Alpi e dal Po. Oggi si trovano circoli leghisti in Romagna, in Toscana, nelle Marche: tutto viene inglobato in quel presunto «nord» che dovrebbe essere la patria verde, senza contare che le discendenze «celtiche» e un certo amore per la produttiva Baviera – versione tedesca della Brianza e del basso Veneto nelle visioni leghiste – sarebbero ben accolte in un’ideale nazione padana.

Ma la Padania è o può essere una patria per i leghisti? No, e non solo per ovvie ragioni storiche e territoriali. In un articolo intitolato La patria immaginaria, che Ilvo Diamanti ha scritto per «Repubblica» il 22 giugno 2010, si ricorda l’affermazione lapidaria di Gianfranco Fini all’indomani dell’annuale ritrovo leghista di Pontida («La Padania non esiste») e si allude al fatto che la Padania vorrebbe porsi come una fantomatica nazione del nord – i cui confini, ripeto, sono slabbrati, incerti, più figli di una retorica facile che di un vero e proprio sentimento di appartenenza. Il mito padano, nato nel 1995-96 in seguito a un temporaneo strappo con Berlusconi, cessa oltretutto molto presto di essere centrale per Bossi e i suoi:

“(…) nel 1999 Bossi rientra nell’alleanza di centrodestra, accanto a Berlusconi. Per questo riprende la tela del federalismo. La secessione scompare. La Padania diventa un mito. Un rito da celebrare una volta all’anno. Che, tuttavia, oggi suscita imbarazzo. Come gli altri miti su cui poggia l’identità leghista. L’antagonismo contro Roma. La lotta contro l’Italia e contro lo Stato centrale. Perché oggi la Lega governa a Roma, a stretto contatto con i poteri centrali dello Stato nazionale italiano. Usa un linguaggio rivoluzionario, ma è un attore politico normale e istituzionalizzato.”

La patria padana ha bisogno, per essere sostenuta, di essere frutto di una forza di opposizione: l’idea di una nazione nella nazione, o, ancora di più, di una separazione del «nord» dal resto del Paese, è figlia dell’idea di secessione. Ma non si può fare la secessione se si sta al governo. Nell’idea di patria padana c’è, in più, un errore di fondo, che viene più o meno direttamente messo in evidenza da Marcello Veneziani nell’ultimo dei pregiudizi anti-italiani elencati nella Cultura della destra:

“Il quarto pregiudizio stabilisce una netta incompatibilità tra le identità locali e l’identità nazionale, che dà luogo a un antagonismo radicale. Il punto debole di questo antagonismo è nella convinzione che identità nazionale si identifichi con centralismo e statalismo e che viceversa localismo si identifichi con rivolta anti-politica. Una nuova cultura della destra non può che confutare l’opposizione tra piccole patrie e patrie nazionali. Proprio l’avvento della globalizzazione mostra che il nemico delle identità non è l’identità più grande o l’identità altrui, ma la negazione del principio di identità, il rifiuto delle origini e della tradizione.”

Che questo monito, che può essere letto in funzione anti-leghista, venga da destra è, credo, più di un segno. L’identità della Padania non esiste: del resto, come si è visto, è già difficile provare in modo inconfutabile che esista una solida identità italiana.