Su Stranieri alla terra di Filippo Tuena

Dico subito che parto da un pregiudizio. Questo: considero Filippo Tuena uno degli scrittori italiani fondamentali degli ultimi anni; il suo è uno dei primi nomi a cui penso quando, parlando o scrivendo, mi trovo a dover fare un elenco dei “grandi scrittori italiani viventi”. Il lavoro di documentazione e, mi si passi l’espressione, ricostruzione lirica che Tuena ha messo su pagina con le Variazioni Reinach e con Ultimo parallelo costituisce a mio modo di vedere un unicum nel panorama letterario italiano: mentre gli altri raccontano storie, Tuena racconta degli episodi particolari della Storia e della cultura occidentale; mentre gli altri si premurano di inserire, nei colophon dei loro libri, la dicitura “personaggi e fatti di quest’opera sono frutto di invenzione”, Tuena lavora con fotografie, documenti, reperti, statue, lettere: lavora con l’esistito e con l’esistente, senza infingimenti e senza paura di fare nomi, snocciolare date e riferimenti culturali; ancora, mentre gli altri fanno il possibile per essere narrativi, Tuena, con un piglio che – pur con tutte le differenze – ricorda quello di W.G. Sebald, si concede spesso la divagazione colta, la digressione saggistica. L’autore dice del resto di sé che non ama granché leggere narrativa, e che si trova a suo agio come lettore solo quando tiene tra le mani un saggio, un carteggio, un documento. La sua visione, dunque, e la prospettiva attraverso cui, nei suoi libri, ci restituisce il mondo, sono laterali: un meraviglioso a parte nel panorama narrativo italiano.

Stranieri alla terra è, come i libri che l’hanno preceduto, scritto nel solco di una vocazione letteraria che non ha paragoni nel nostro paese – e lo si capisce subito, dal paratesto: presentato come un «romanzo atipico» nel risvolto di copertina, il libro in realtà non è un romanzo, ma un insieme di sette narrazioni di diseguale lunghezza che propongono – ci torneremo – un percorso allo stesso tempo personale e didattico intorno al tema della scrittura. La prima parte, Nomi e destini, contiene quattro pezzi su altrettante figure storiche colte in un momento chiave della loro esistenza: Hemingway che sta perdendo la memoria; Géricault figlio, che affronta il proprio destino tragico andando alla deriva come i personaggi della Zattera della Medusa dipinta dal padre; il generale americano Jackson che muore in seguito a una ferita riportata in battaglia, in una narrazione che a tratti ricorda l’agonia di Giovanni delle Bande Nere nel Mestiere delle armi di Ermanno Olmi; infine, il grande cornettista Bix che si beve il proprio talento in una Manhattan funerea. La seconda parte, Lo scrittore è un avventuriero innamorato, invece, mette in scena un io – quello dell’autore – che ripercorre in tre diversi momenti alcune tappe della sua formazione di uomo e di intellettuale: c’è un poemetto didascalico sullo scrivere; c’è la descrizione di un viaggio in moto da Milano a Roma che è, a suo modo, un Nostos nei luoghi della memoria e dell’infanzia, ed è un piccolo romanzo autobiografico di formazione “a ritroso”; c’è, infine, quello che può essere considerato il pagamento di un debito: nell’ultimo capitolo, infatti, Tuena è a Firenze, nel complesso di San Lorenzo, davanti all’amato Michelangelo – a cui ha dedicato più di un saggio ma mai una narrazione; ora, anche se il piglio di San Lorenzo è forse il più saggistico di tutto il volume, in qualche modo Tuena chiude il cerchio, e mette in scena il suo rapporto con il genio rinascimentale raccontandolo.

La nota finale dell’autore è una piccola guida al testo che si apre con una specie di dichiarazione di poetica: «I brani riuniti in questo libro» dice Tuena, «rappresentano il mio lavoro sulla scrittura […]. Rappresentano altresì una privata riflessione sul mestiere del narrare e sulle infinite possibilità di svolgerlo». È proprio questa la chiave per entrare nell’opera: ognuno dei pezzi che compongono Stranieri alla terra è infatti scritto con un tono e un registro diversi da tutti gli altri. Se il pezzo d’esordio, Ritratto dello scrittore come toro, è un dialogo in cui una donna e un uomo che è evidentemente Hemingway ragionano sulla memoria e sulla morte, Lo scrittore è un avventuriero innamorato è un breve poemetto in versi sciolti; se Il viaggio del motociclista adotta una prosa quasi puramente diaristica, La zattera di Géricault sta a metà tra la biografia e la ricostruzione storica. E così via. Sette pezzi, sette punti di vista, sette modi di raccontare. Ad accomunare le quattro prose della prima parte, oltre il fatto che fanno riferimento a personaggi del mondo dell’arte e della Storia realmente esistiti, è una riflessione sulla morte che, in qualche modo, li attraversa e li sublima: l’Hemingway invecchiato che parla nel bar di Madrid termina il suo discorso – evidentemente fatto in prossimità del gesto estremo – con il racconto dell’uccisione del toro nella corrida; Géricault muore nel corso del secondo episodio, e le figure evocate nella minuziosa – e bellissima – descrizione della Zattera hanno tutte qualcosa di terminale; il generale Jackson, la cui epopea è rievocata da un narratore che va a trovare la vedova molti anni dopo la battaglia fatale, è ormai un’icona, e la storia della sua morte viene raccontata mentre, da qualche parte, sua figlia giace in un letto da cui non si alzerà più; la storia di Bix è la lenta, struggente agonia di un uomo che vede sfiorire il proprio genio musicale e che, pochi giorni prima di morire, in uno degli episodi più straordinari di tutto il volume, trascina l’amico-narratore all’obitorio dell’ospedale Bellevue, dove, guardando i cadaveri, sembra voler prendere confidenza con la fine. Il tema della memoria – la memoria di sé – fa, nella seconda parte, da controcanto al tema della morte: l’io dello scrittore viene messo al centro, e viene scavato e ripercorso attraverso l’autobiografia (Il viaggio del motociclista) e il rapporto con un Maestro (il pezzo dedicato a Michelangelo).

Memoria e morte sono i poli – legati a doppio filo da un altro grande tema caro all’autore: quello del viaggio come attraversamento, come messa alla prova di se stesso e del personaggio e come ricostruzione – sono i poli, dicevo, tra i quali si muove la scrittura di Tuena: scrivere è ricordare (o ricostruire partendo dai dati, dai documenti) ed è, soprattutto, fronteggiare la morte – la propria, quella dei propri cari e quella degli altri. Era così anche nei due capolavori precedenti, le Variazioni Reinach e Ultimo parallelo, ma qui il binomio sembra ulteriormente tematizzato e reso esplicito. Di diverso e in più rispetto ai libri passati, Stranieri alla terra ha però la vocazione del libro definitivo, della summa di una carriera e del punto di non ritorno di una riflessione: raccoglie infatti tutti i temi, gli stili, le forme, i punti di vista, le voci e le passioni che Tuena ha messo su pagina nel corso degli anni, e, per la prima volta, mette a nudo anche la persona dell’autore.

Si capisce così il senso della frase di lancio che campeggia, evidenziata, sulla quarta di copertina: «Alla fine tutte le storie s’incontrano». Perché la storia di Bix è quella di Jackson, che è a sua volta quella di Hemingway, di Géricault, di Michelangelo e, in ultimo, dell’autore stesso: tutti sono (siamo) presi dentro quel vortice che è la memoria e che è la morte, e un viaggio in motocicletta può aiutarci a ricomporlo.

[Questa recensione è stata scritta per L’Indice dei libri del mese di maggio 2012]