Esce in questi giorni in libreria il numero 9 del Primo amore.

Si intitola L’adorazione ed è sostanzialmente una continuazione del precedente, Le opere di genio; è figlio di un lungo travaglio editoriale, che si è per fortuna concluso con la pubblicazione. Vi partecipo con due pezzi a cui tengo molto: il secondo è questo, leggermente riveduto e corretto; il primo, invece, è una parte di un saggio più lungo dedicato a uno dei miei padri – così si dice: Andrej Platonov. Si chiama Il futuro prevedibile. Eccone un estratto:

[…]

Verità e morte

Seguendo quasi alla lettera le regole del Realismo Socialista, Platonov testa il grado di felicità degli uomini al cospetto della realtà sovietica: i suoi libri sono delle indagini sul potere e sulla vita umana per come il potere la plasma. In Kotlovan (1930), forse la sua opere più «realistica», la realtà viene testata empiricamente grazie al racconto della costruzione di un edificio pubblico – ovvia metafora della costruzione del socialismo sul suolo sovietico. Platonov cerca di trovare il comunismo sul terreno della pratica quotidiana, nel mondo concreto. Ingegnere di formazione – e, in linea teorica, potenziale «ingegnere di anime» – Platonov entra in un cantiere e vi cerca le tracce dell’utopia realizzata. In Kotlovan c’è una domanda che viene ripetuta ossessivamente e che aleggia quasi su ogni singola pagina: «Che cos’è la verità?». Voščev, il protagonista – tipico esempio del comunista dubbioso platonoviano – trova lavoro nel cantiere e ci va, sicuro di trovarvi tutte le risposte: il lavoro e la vita quotidiana tra il proletariato fugheranno ogni dubbio sull’effettivo raggiungimento dell’armonia nella terra dei soviet. Nel cantiere Voščev incontra Pruševskij, un ingegnere – altro prototipo di personaggio platonoviano, lo scienziato-sognatore – al quale pone continue domande sulla verità e sulla felicità a venire; Pruševskij non ha le risposte: nessuno gli ha mai parlato, dice, dell’«intero», della totalità delle cose, e lui conosce solo la parte che gli spetta nell’edificazione del comunismo. Ha spesso pensieri suicidi.

Anche in Kotlovan c’è la figura di un bambino che muore: Nastja, che verrà seppellita proprio nello sterro. Il suo personaggio, che rappresenta il futuro del socialismo, si presenta così agli operari del cantiere:

«Ma io non volevo nascere, avevo paura. Avrei avuto una madre borghese».

«E allora come ti sei organizzata?»

(…)

«Ma io so chi è il capo».

«E chi?» si fece attento Safronov-

«Il capo è Lenin, il secondo è Budennyj. Quando loro non c’erano e vivevano solo i borghesi, non m’andava di nascere, perché non volevo. Ma non appena è apparso Lenin, sono apparsa anch’io!»

 Nella pagina successiva, Safronov presenta la bambina ai compagni:

«Compagni! – iniziò a dar forma al sentire comune Safronov –. Di fronte a noi, senza averne coscienza, giace un abitante di fatto del socialismo; (…). Qui invece sta riposando la sostanza dell’opera del partito e il suo obiettivo, un piccolo essere umano,destinato a diventare elemento universale! Per questo lo sterro va finito il più in fretta possibile, affinché al più presto ne venga fuori la casa e il muro di pietra possa proteggere da vento e raffreddori il personale infantile».

 La bambina è assolutamente convinta, in quanto nata sotto il socialismo, di essere immortale. Discutendo con il reduce di guerra Žačev, vecchio e storpio, Nastja sostiene di essere inattaccabile: «E come avrebbe potuto offendermi, se io continuerò a vivere nel socialismo e lui invece morirà presto!». La sua morte sancisce la fine del sogno dell’edificazione e del romanzo. Ancora una volta, sembra dire Platonov, il comunismo come sogno e come vittoria sulla natura non c’è: il comunismo dovrebbe «avere a che fare» con i bambini, dovrebbe appartenere a loro, e invece sono proprio loro i primi a morire.

Nell’ambito di una filosofia progettuale della storia, Platonov indaga sull’effettiva possibilità di realizzazione del progetto nei suoi aspetti scientifico, sociale e umano, e ne deduce il fallimento: i proletari non conoscono e non potrebbero comprendere il significato profondo della vita socialista, la scienza non è ancora riuscita a sottomettere la natura (le persone continuano a morire), il tempo passa, la fratellanza di classe non esiste e, anzi, in Kotlovan resistono ancora le differenze di classe. Nella prosa di Platonov – come in tutti i romanzi del Realismo Socialista – la morte appare: ma qui, non è mai l’indice di una rinascita. È la fine triste di un lungo processo di disillusione.