Sono stato adottato

Da qualche mese faccio parte di Adotta uno scrittore, un bellissimo progetto del Salone del libro di Torino che prevede che 25 scrittori vengano ospitati da 25 scuole superiori del Piemonte. Una volta al mese, per due ore, vado all’istituto IIS Volta di Alessandria e incontro i ragazzi e le ragazze di due terze. Sono fermamente convinto che gran parte del senso di pubblicare un libro, oggi, risieda nel fatto che dà la possibilità, a volte, di parlare con i ragazzi, di entrare in contatto con il loro mondo e di far loro conoscere il proprio.
Per il sito del progetto ho scrittouna specie di resoconto della mia esperienza:

Sono stato “adottato” dalle professoresse Maria Luisa Gambetta e Antonella Ugo e dagli studenti di due terze dell’istituto IIS Volta di Alessandria: al momento, ho fatto solo due dei tre incontri previsti, perché – per via delle vacanze di Pasqua, dei miei impegni e di quelli delle classi – siamo stati costretti a saltare il mese di aprile. Ci troveremo per un’ultima chiacchierata il 4 maggio, proprio a ridosso dell’incontro corale al Salone del libro. L’istituto Volta non è la prima scuola in cui mi capita di parlare e – spero – non sarà l’ultima: la cosa più grande e più bella che mi è capitata da quando è uscito il mio ultimo libro è proprio il fatto che ho avuto occasione di andare a incontrare i ragazzi delle scuole. Visti il tema e i toni del Demone a Beslan – che non è certo un romanzo per adolescenti – per me riuscire a entrare in contatto con gli studenti è una specie di regalo e una sorpresa. Sono francamente convinto che, se ha senso per uno scrittore andare a parlare in pubblico, è per parlare con loro: solo insieme ai ragazzi si può vedere il futuro (e il futuro, come il passato, è un tempo fondamentale per uno scrittore), solo con i ragazzi ci si può mettere a nudo, raccontare il proprio mondo senza filtri e sentire le loro voci che reagiscono e raccontano il loro; al tempo stesso, nonostante la mia età anagrafica, quando sono in classe mi succede spesso di sentire di farne parte: è come se le cose che facevo, pensavo e fantasticavo al liceo fossero oggi fatte, pensate e fantasticate dalle persone che mi stanno sedute davanti. Ci sono, tra il me stesso di 20 anni fa e loro, delle differenze che sono soprattutto di linguaggio, di slang e di educazione alla multimedialità: tutto il resto, però – le illusioni, la meraviglia, la curiosità, il candore, i sogni, la purezza, la noia – apparteneva (e per certi versi appartiene ancora) anche a me. Per questo, non sento di aver nulla da spiegare o da insegnare, ma posso solo mostrare quello che mi sembra di aver capito da quando non ho più la loro età.

Per chi vuole, continua qui.

Il primo dio, l’ultimo, forse nessuno

Emanuel Carnevali, un uomo dentro a un libro.

[Scadono quest’anno i diritti sui libri sulle opere di Carnevali – così come scadono quelli di Bulgakov, di cui parlerò tra un po’: spero che questa sia l’occasione perché qualcuno recuperi un po’ delle cose che Carnevali ha scritto].

Scrive Robert McAlmon, in una testimonianza resa nel 1968, che quello che più lo attirava di Emanuel Carnevali era il fatto che «era puramente italiano, e come tale privo di qualsiasi scrupolo ipocrita per la “morale”, l’ “anima” e la “coscienza”. Se era senza un soldo e rubava a un amico libri di valore per venderli e comrparsi da mangiare e da bere, lo faceva senza rimorsi». In un’altra testimonianza, William Carlos Williams ricorda questo: «McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?»

Emanuel Carnevali era nato a Bologna nel 1897, emigrò negli Stati Uniti giovanissimo, visse povero, scrisse, divenne amico di Sherwood Anderson, Ezra Pound e di tutta quella fioritura di poeti e prosatori che negli anni dieci pose le fondamenta del Novecento americano; pubblicò in vita un libro solo, A Hurried Man, una raccolta di prose, poesie e brani critici fulminanti che è l’unica opera per così dire completa che ha lasciato. Testi di Carnevali si trovano poi su numerose riviste dell’epoca, soprattutto Poetry, di Chicago, dove tra l’altro lavorò alcuni mesi come redattore. David Stivender, a un certo punto, dopo la morte di Carnevali, inviò da New York alla sorella Maria Pia l’intero archivio delle opere manoscritte di Emanuel, perché ne facesse ciò che meglio credeva. Tra questi manoscritti, incompiuto, stava Il primo dio, l’opera autobiografica, pubblicata poi tra mille reticenze insieme a una scelta di versi, tre racconti e alcuni scritti critici per i tipi di Adelphi nel 1978. Di Il primo dio esiste una seconda, remotissima seconda edizione del 1994, e c’è da qualche parte una raccolta di racconti edita da Fazi: ma in generale, mi pare, su Carnevali è da tempo che è caduto un silenzio che – a sentire le parole di Williams – sembrerebbe incomprensibile.

Carnevali non è diventato uno degli scrittori più letti, ammirati e copiati della letteratura italiana dell’ultimo secolo per via di un’encefalite letargica che lo colpì quando aveva venticinque anni e (soprav)viveva negli Stati Uniti e lo costrinse a rientrare precipitosamente in Italia, per finire i suoi giorni tra istituti di cura e manicomi, con sempre meno possibilità non solo di scrivere, ma anche – sempre più involuto e imbottito di farmaci e circondato da malati – di pensare, concentrarsi e sentire. Non è diventato un classico della nostra letteratura, perché da subito, appena la padronanza dell’inglese glielo consentì, scrisse nella sua seconda lingua: quello che conosciamo di lui lo abbiamo in traduzione. In questo, Carnevali non è solo: anche un altro grande misconosciuto, Niccolò Tucci, anch’egli emigrato a New York e attanagliato dalle difficoltà economiche (benché collaborasse, tra l’altro, con il New Yorker), scrisse gran parte della propria opera in inglese. Anzi: per dissapori con alcuni editori italiani (che lo pubblicavano tagliuzzandolo) dal principio degli anni Sessanta vietò tramite il proprio agente la pubblicazione delle proprie opere in Italia. Before My Time (che comincia così: «I was born before my time, when my time came, the place was occupied by someone else; all the good things of life for which I was now fit had suddenly become unfit. It was always too early or too late.») è probabilmente il suo libro migliore, ma non lo sa quasi più nessuno – neppure io, che l’ho scoperto per caso per lavoro.

Entrambi, Tucci e Carnevali, che quasi non esistono, hanno lasciato un segno nella letteratura americana e non in quella italiana. Carnevali, poi, è stato spesso accostato a Dino Campana (per stile e destino) e ad Arthur Rimbaud – che era a sua volta uno dei maestri riconosciuti da Emanuel. Ecco cosa scrive l’italiano, in un testo furibondo del 1919, sul poeta francese:

«(…) chi non si sia liberato della propria, inutile, soma, e non sia partito per una grande avventura non lo potrà capire. Io sono partito per una grande avventura e mi riesce, talvolta, d’impersonare un dio che, una volta, ho visto per un momento. (…) Rimbaud è l’Avvento della Giovinezza. Qualsiasi altra cosa al mondo, quasi, è sfiducia nella Giovinezza; diplomatici, uomini di stato, dirigenti di ogni genere, generali, sono tutti vecchi, perché sostengono stranamente che l’età avanzata sia maturità – come se una mela fosse matura quando è tutta raggrinzita».

«Rimbaud disse gloriosamente che il conseguimento della poesia è il conseguimento della vita. Conoscere il proprio io e possederlo: l’immagine perfetta è la sensazione perfetta, la vita perfetta. Avere il proprio io, nei giorni della giovinezza, con ogni centimetro del proprio corpo in tensione, per guardare e ascoltare e interpretare (…)».

«Rimbaud è, per me, una preghiera a cose più belle di me, le cose perfettamente prive di vita, le cose prive di coscienza, belle. Che sono, com’erano in principio, i testimoni dell’originaria grandezza umana, eterni (privi di anima, e perciò immutabili) specchi. Le cose – che non sono Dio e che sono le uniche cui si possa rivolgere la nostra preghiera. Le cose – che sostengono il poeta:Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre.
Fa’ che io non torni con il resto alla fornicazione e all’oblio.
Fa’ che io accetti la visione fino in fondo – fino, anche, alla follia.
Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo.
Fa’ ch’io accetti “l’atroce morte dei fedeli e degli amanti”».

Ed ecco la sua voce, da Il primo dio:

«Un giorno, mentre parlavo sulle scale con la padrona di casa, tutt’a un tratto mi cadde in testa dall’alto un cuscino. Corsi di sopra e bussai alla porta della pensionante colpevole; quando mi sentii rispondere “Avanti”, entrai. Sul letto c’era una donna nuda, nuda come il giorno ch’era venuta al mondo, e non era nemmeno uno spettacolo tanto piacevole. Anzi, era proprio un brutto pezzo di donna. Era grottesca. Teneva una pinta di birra sul comodino e fumava una terribile sigaretta, non tanto per sognare, quanto per buttare via il tempo. Le deturpava il ventre una gran cicatrice, e la sua stessa pelle, coperta com’era di una peluria bionda, richiamava alla mente l’idea della birra. Fu questo il mio secondo amore, nato nel disprezzo, nato nella laidezza, nato nella disperazione, nato per morire, perché non avevo altro di meglio da fare che morire».

«È giunta l’ora sacra: uno, due Gesù Cristi balzano sulle tavole, si versano un po’ d’acqua ghiacciata sulle mani e tengono un discorso. Un tedesco, con tutta la goffaggine della sua razza, dà spettacolo da solo, una conferenza gonfia di disperazione ubriaca. Poveri Cristi, poveri creatori di religioni».

«Cristo non ha mai cessato di essere immenso, per me, e penso che il Vangelo sia il libro più bello che sia mai stato scritto; tutto l’armamentario della divinità non ha fatto altro che danneggiare quell’uomo splendente che fu Cristo. La religione ha sempre torto, Cristo ha sempre ragione, anche quando parla in chiave minore del Regno dei Cieli. Non gli ho mai rivolto le mie preghiere, ma lui può benissimo farne a meno. Gesù Cristo è stato l’uomo più fiero di tutti i tempi: se è divino, ciò è dovuto unicamente alla sua fierezza».

La patria verde

Mi è venuto in mente all’improvviso che un capitoletto di La patria non esiste, il pamphlet/e-book che ho fatto l’anno scorso con il Saggiatore, era dedicato alla Lega e al leghismo. Sono andato a riprenderlo:

Nel settembre del 2009 pubblicavo un pezzo sulla rivista alla quale collaboro, «Il primo amore», intitolato Sogno feudale. Era il frutto di un paio di conversazioni con alcuni amici sulla Lega e di una riflessione «di pancia» dopo un paio di uscite di alcuni esponenti di quel partito sulla necessità di insegnare il dialetto nelle scuole. Il pezzo è questo:

“Di tutte le vergogne di cui si macchia quotidianamente questo paese, di tanto in tanto mi pare che la Lega sia la più vergognosa. Forse è perché la più longeva e la più immediatamente riconoscibile per via dei toni e dei colori. Forse, anche, perché è la più sottilmente volgare e pericolosa per il futuro di questo paese (…). La Lega è un problema e un pericolo perché contiene, in nuce, le caratteristiche del nazionalsocialismo, a cominciare dalle divise, dall’immediata semplicità del pensiero e degli slogan e dall’appoggio delle classi medie della parte ricca del paese. (…) Se ci faccio caso, mi accorgo che la Lega funziona a periodi di cinque-sei mesi: ogni una-due stagioni, cambiano i ritornelli con cui massacra le orecchie degli italiani. Rimangono ben saldi i principi su cui questi ritornelli si basano: il razzismo, l’omofobia eccetera, ma i contenuti superficiali delle comunicazioni variano, l’attenzione dei media e delle persone viene dirottata su temi sempre un po’ diversi. All’inizio era importantissimo il concetto di terra: la Padania. La Padania è un luogo nero dell’anima, una distopia inventata da Bossi e Miglio, un non-luogo dove convogliare le forze brute della classe media ignorante e produttiva. La Padania è un luogo e un nome inventati per dare una terra a chi non aveva mai pensato di averne. È stato inventato anche il nome: quella che ormai tutti riconoscono come Padània, è la vecchia, cara, noiosa e piatta Padanìa, terra dignitosa solo se vista dall’aereo (perché tutti gli appezzamenti di terra, i campanili, e questa tavola verde segmentata dai fiumi e dai laghi e addossata alle Alpi dall’alto sono belli) e se trasfigurata nei racconti di chi la sa raccontare. La Padanìa non esiste come luogo dell’anima, ma solo come luogo geografico: d’altronde che cos’hanno in comune uno di Ferrara e uno di Asti? Uno di Venezia e uno di Varese? Niente. E se hanno in comune qualcosa, tra uno di Torino e uno di Ravenna passa la stessa differenza che passa tra lo stesso di Ravenna e uno che con la Padanìa non ha niente a che fare perché è di Teramo. Poi è diventata importante la secesiùn, subito annacquata in quel concetto di federalismo da sempre brandito come un cavallo di battaglia e mai davvero desiderato. Adesso è il momento del dialetto, l’ultima crociata. Che la Lega abbia dei problemi di orientamento linguistico è cosa nota: basti pensare, appunto, che il suo credo è fondato su un accento errato. (…) Ma non esiste, il dialetto come principio unificatore. A Saronno si parla una variante del milanese che non è del tutto uguale al milanese; se si sale di trenta chilometri, si parla, a Como, una deviazione di questa variante, frammista di ticinese e di vocaboli presi dai recessi del lago. Se vado a Padova, io, padano, non capisco un cazzo, così come un vicentino in gita a Cuneo. L’unità attraverso i dialetti non esiste. Il sogno geopolitico della Lega è un ritorno brutale al feudalesimo. È un salto indietro di centinaia di anni. Non trovo, in questa crociata, nessun fondamento né linguistico, né culturale, né politico, né antropologico. Questa mia convinzione è corroborata da un fatto molto semplice eppure per me fortemente indicativo: la Lega porta avanti da decenni questo ritornello, e lo fa in italiano. Il suo organo ufficiale, «La Padània», è scritto in italiano. I suoi comizi e i suoi ritrovi, dal Monviso a Pontida, sono condotti in italiano. I documenti che produce sono in italiano. I suoi leader si rivolgono ai loro elettori in italiano. Dove sta, allora, la forza dirompente della coesione del popolo padano? Su cosa si basa? Sulla lingua italiana! (…)”

Essendo nato e vissuto a pochi chilometri dall’epicentro del fenomeno leghista, sento che ogni cosa che compete a quel movimento mi riguarda da vicino. Nel corso degli anni ho anche scoperto che qualche amico d’infanzia non solo è diventato leghista, ma addirittura si è messo in lista con loro alle elezioni comunali. Ho persino dei parenti – che non vedo quasi mai – che non hanno vergogna a dichiarare di votare per Bossi. In questo pezzo, che è più uno sfogo che altro, cercavo di capire quale poteva essere il motore del pensiero leghista, trovandolo sbagliato in ogni sua parte. Soprattutto, l’idea di Padania mi sembrava e mi sembra del tutto priva di senso, così come tutta la retorica fatta di ampolle, proclami, canottiere e celodurismo. Una volta la Padania era orgogliosamente delimitata dalle Alpi e dal Po. Oggi si trovano circoli leghisti in Romagna, in Toscana, nelle Marche: tutto viene inglobato in quel presunto «nord» che dovrebbe essere la patria verde, senza contare che le discendenze «celtiche» e un certo amore per la produttiva Baviera – versione tedesca della Brianza e del basso Veneto nelle visioni leghiste – sarebbero ben accolte in un’ideale nazione padana.

Ma la Padania è o può essere una patria per i leghisti? No, e non solo per ovvie ragioni storiche e territoriali. In un articolo intitolato La patria immaginaria, che Ilvo Diamanti ha scritto per «Repubblica» il 22 giugno 2010, si ricorda l’affermazione lapidaria di Gianfranco Fini all’indomani dell’annuale ritrovo leghista di Pontida («La Padania non esiste») e si allude al fatto che la Padania vorrebbe porsi come una fantomatica nazione del nord – i cui confini, ripeto, sono slabbrati, incerti, più figli di una retorica facile che di un vero e proprio sentimento di appartenenza. Il mito padano, nato nel 1995-96 in seguito a un temporaneo strappo con Berlusconi, cessa oltretutto molto presto di essere centrale per Bossi e i suoi:

“(…) nel 1999 Bossi rientra nell’alleanza di centrodestra, accanto a Berlusconi. Per questo riprende la tela del federalismo. La secessione scompare. La Padania diventa un mito. Un rito da celebrare una volta all’anno. Che, tuttavia, oggi suscita imbarazzo. Come gli altri miti su cui poggia l’identità leghista. L’antagonismo contro Roma. La lotta contro l’Italia e contro lo Stato centrale. Perché oggi la Lega governa a Roma, a stretto contatto con i poteri centrali dello Stato nazionale italiano. Usa un linguaggio rivoluzionario, ma è un attore politico normale e istituzionalizzato.”

La patria padana ha bisogno, per essere sostenuta, di essere frutto di una forza di opposizione: l’idea di una nazione nella nazione, o, ancora di più, di una separazione del «nord» dal resto del Paese, è figlia dell’idea di secessione. Ma non si può fare la secessione se si sta al governo. Nell’idea di patria padana c’è, in più, un errore di fondo, che viene più o meno direttamente messo in evidenza da Marcello Veneziani nell’ultimo dei pregiudizi anti-italiani elencati nella Cultura della destra:

“Il quarto pregiudizio stabilisce una netta incompatibilità tra le identità locali e l’identità nazionale, che dà luogo a un antagonismo radicale. Il punto debole di questo antagonismo è nella convinzione che identità nazionale si identifichi con centralismo e statalismo e che viceversa localismo si identifichi con rivolta anti-politica. Una nuova cultura della destra non può che confutare l’opposizione tra piccole patrie e patrie nazionali. Proprio l’avvento della globalizzazione mostra che il nemico delle identità non è l’identità più grande o l’identità altrui, ma la negazione del principio di identità, il rifiuto delle origini e della tradizione.”

Che questo monito, che può essere letto in funzione anti-leghista, venga da destra è, credo, più di un segno. L’identità della Padania non esiste: del resto, come si è visto, è già difficile provare in modo inconfutabile che esista una solida identità italiana.

 

La memoria e la morte

Su Stranieri alla terra di Filippo Tuena

Dico subito che parto da un pregiudizio. Questo: considero Filippo Tuena uno degli scrittori italiani fondamentali degli ultimi anni; il suo è uno dei primi nomi a cui penso quando, parlando o scrivendo, mi trovo a dover fare un elenco dei “grandi scrittori italiani viventi”. Il lavoro di documentazione e, mi si passi l’espressione, ricostruzione lirica che Tuena ha messo su pagina con le Variazioni Reinach e con Ultimo parallelo costituisce a mio modo di vedere un unicum nel panorama letterario italiano: mentre gli altri raccontano storie, Tuena racconta degli episodi particolari della Storia e della cultura occidentale; mentre gli altri si premurano di inserire, nei colophon dei loro libri, la dicitura “personaggi e fatti di quest’opera sono frutto di invenzione”, Tuena lavora con fotografie, documenti, reperti, statue, lettere: lavora con l’esistito e con l’esistente, senza infingimenti e senza paura di fare nomi, snocciolare date e riferimenti culturali; ancora, mentre gli altri fanno il possibile per essere narrativi, Tuena, con un piglio che – pur con tutte le differenze – ricorda quello di W.G. Sebald, si concede spesso la divagazione colta, la digressione saggistica. L’autore dice del resto di sé che non ama granché leggere narrativa, e che si trova a suo agio come lettore solo quando tiene tra le mani un saggio, un carteggio, un documento. La sua visione, dunque, e la prospettiva attraverso cui, nei suoi libri, ci restituisce il mondo, sono laterali: un meraviglioso a parte nel panorama narrativo italiano.

Stranieri alla terra è, come i libri che l’hanno preceduto, scritto nel solco di una vocazione letteraria che non ha paragoni nel nostro paese – e lo si capisce subito, dal paratesto: presentato come un «romanzo atipico» nel risvolto di copertina, il libro in realtà non è un romanzo, ma un insieme di sette narrazioni di diseguale lunghezza che propongono – ci torneremo – un percorso allo stesso tempo personale e didattico intorno al tema della scrittura. La prima parte, Nomi e destini, contiene quattro pezzi su altrettante figure storiche colte in un momento chiave della loro esistenza: Hemingway che sta perdendo la memoria; Géricault figlio, che affronta il proprio destino tragico andando alla deriva come i personaggi della Zattera della Medusa dipinta dal padre; il generale americano Jackson che muore in seguito a una ferita riportata in battaglia, in una narrazione che a tratti ricorda l’agonia di Giovanni delle Bande Nere nel Mestiere delle armi di Ermanno Olmi; infine, il grande cornettista Bix che si beve il proprio talento in una Manhattan funerea. La seconda parte, Lo scrittore è un avventuriero innamorato, invece, mette in scena un io – quello dell’autore – che ripercorre in tre diversi momenti alcune tappe della sua formazione di uomo e di intellettuale: c’è un poemetto didascalico sullo scrivere; c’è la descrizione di un viaggio in moto da Milano a Roma che è, a suo modo, un Nostos nei luoghi della memoria e dell’infanzia, ed è un piccolo romanzo autobiografico di formazione “a ritroso”; c’è, infine, quello che può essere considerato il pagamento di un debito: nell’ultimo capitolo, infatti, Tuena è a Firenze, nel complesso di San Lorenzo, davanti all’amato Michelangelo – a cui ha dedicato più di un saggio ma mai una narrazione; ora, anche se il piglio di San Lorenzo è forse il più saggistico di tutto il volume, in qualche modo Tuena chiude il cerchio, e mette in scena il suo rapporto con il genio rinascimentale raccontandolo.

La nota finale dell’autore è una piccola guida al testo che si apre con una specie di dichiarazione di poetica: «I brani riuniti in questo libro» dice Tuena, «rappresentano il mio lavoro sulla scrittura […]. Rappresentano altresì una privata riflessione sul mestiere del narrare e sulle infinite possibilità di svolgerlo». È proprio questa la chiave per entrare nell’opera: ognuno dei pezzi che compongono Stranieri alla terra è infatti scritto con un tono e un registro diversi da tutti gli altri. Se il pezzo d’esordio, Ritratto dello scrittore come toro, è un dialogo in cui una donna e un uomo che è evidentemente Hemingway ragionano sulla memoria e sulla morte, Lo scrittore è un avventuriero innamorato è un breve poemetto in versi sciolti; se Il viaggio del motociclista adotta una prosa quasi puramente diaristica, La zattera di Géricault sta a metà tra la biografia e la ricostruzione storica. E così via. Sette pezzi, sette punti di vista, sette modi di raccontare. Ad accomunare le quattro prose della prima parte, oltre il fatto che fanno riferimento a personaggi del mondo dell’arte e della Storia realmente esistiti, è una riflessione sulla morte che, in qualche modo, li attraversa e li sublima: l’Hemingway invecchiato che parla nel bar di Madrid termina il suo discorso – evidentemente fatto in prossimità del gesto estremo – con il racconto dell’uccisione del toro nella corrida; Géricault muore nel corso del secondo episodio, e le figure evocate nella minuziosa – e bellissima – descrizione della Zattera hanno tutte qualcosa di terminale; il generale Jackson, la cui epopea è rievocata da un narratore che va a trovare la vedova molti anni dopo la battaglia fatale, è ormai un’icona, e la storia della sua morte viene raccontata mentre, da qualche parte, sua figlia giace in un letto da cui non si alzerà più; la storia di Bix è la lenta, struggente agonia di un uomo che vede sfiorire il proprio genio musicale e che, pochi giorni prima di morire, in uno degli episodi più straordinari di tutto il volume, trascina l’amico-narratore all’obitorio dell’ospedale Bellevue, dove, guardando i cadaveri, sembra voler prendere confidenza con la fine. Il tema della memoria – la memoria di sé – fa, nella seconda parte, da controcanto al tema della morte: l’io dello scrittore viene messo al centro, e viene scavato e ripercorso attraverso l’autobiografia (Il viaggio del motociclista) e il rapporto con un Maestro (il pezzo dedicato a Michelangelo).

Memoria e morte sono i poli – legati a doppio filo da un altro grande tema caro all’autore: quello del viaggio come attraversamento, come messa alla prova di se stesso e del personaggio e come ricostruzione – sono i poli, dicevo, tra i quali si muove la scrittura di Tuena: scrivere è ricordare (o ricostruire partendo dai dati, dai documenti) ed è, soprattutto, fronteggiare la morte – la propria, quella dei propri cari e quella degli altri. Era così anche nei due capolavori precedenti, le Variazioni Reinach e Ultimo parallelo, ma qui il binomio sembra ulteriormente tematizzato e reso esplicito. Di diverso e in più rispetto ai libri passati, Stranieri alla terra ha però la vocazione del libro definitivo, della summa di una carriera e del punto di non ritorno di una riflessione: raccoglie infatti tutti i temi, gli stili, le forme, i punti di vista, le voci e le passioni che Tuena ha messo su pagina nel corso degli anni, e, per la prima volta, mette a nudo anche la persona dell’autore.

Si capisce così il senso della frase di lancio che campeggia, evidenziata, sulla quarta di copertina: «Alla fine tutte le storie s’incontrano». Perché la storia di Bix è quella di Jackson, che è a sua volta quella di Hemingway, di Géricault, di Michelangelo e, in ultimo, dell’autore stesso: tutti sono (siamo) presi dentro quel vortice che è la memoria e che è la morte, e un viaggio in motocicletta può aiutarci a ricomporlo.

[Questa recensione è stata scritta per L’Indice dei libri del mese di maggio 2012]

L’adorazione

Esce in questi giorni in libreria il numero 9 del Primo amore.

Si intitola L’adorazione ed è sostanzialmente una continuazione del precedente, Le opere di genio; è figlio di un lungo travaglio editoriale, che si è per fortuna concluso con la pubblicazione. Vi partecipo con due pezzi a cui tengo molto: il secondo è questo, leggermente riveduto e corretto; il primo, invece, è una parte di un saggio più lungo dedicato a uno dei miei padri – così si dice: Andrej Platonov. Si chiama Il futuro prevedibile. Eccone un estratto:

[…]

Verità e morte

Seguendo quasi alla lettera le regole del Realismo Socialista, Platonov testa il grado di felicità degli uomini al cospetto della realtà sovietica: i suoi libri sono delle indagini sul potere e sulla vita umana per come il potere la plasma. In Kotlovan (1930), forse la sua opere più «realistica», la realtà viene testata empiricamente grazie al racconto della costruzione di un edificio pubblico – ovvia metafora della costruzione del socialismo sul suolo sovietico. Platonov cerca di trovare il comunismo sul terreno della pratica quotidiana, nel mondo concreto. Ingegnere di formazione – e, in linea teorica, potenziale «ingegnere di anime» – Platonov entra in un cantiere e vi cerca le tracce dell’utopia realizzata. In Kotlovan c’è una domanda che viene ripetuta ossessivamente e che aleggia quasi su ogni singola pagina: «Che cos’è la verità?». Voščev, il protagonista – tipico esempio del comunista dubbioso platonoviano – trova lavoro nel cantiere e ci va, sicuro di trovarvi tutte le risposte: il lavoro e la vita quotidiana tra il proletariato fugheranno ogni dubbio sull’effettivo raggiungimento dell’armonia nella terra dei soviet. Nel cantiere Voščev incontra Pruševskij, un ingegnere – altro prototipo di personaggio platonoviano, lo scienziato-sognatore – al quale pone continue domande sulla verità e sulla felicità a venire; Pruševskij non ha le risposte: nessuno gli ha mai parlato, dice, dell’«intero», della totalità delle cose, e lui conosce solo la parte che gli spetta nell’edificazione del comunismo. Ha spesso pensieri suicidi.

Anche in Kotlovan c’è la figura di un bambino che muore: Nastja, che verrà seppellita proprio nello sterro. Il suo personaggio, che rappresenta il futuro del socialismo, si presenta così agli operari del cantiere:

«Ma io non volevo nascere, avevo paura. Avrei avuto una madre borghese».

«E allora come ti sei organizzata?»

(…)

«Ma io so chi è il capo».

«E chi?» si fece attento Safronov-

«Il capo è Lenin, il secondo è Budennyj. Quando loro non c’erano e vivevano solo i borghesi, non m’andava di nascere, perché non volevo. Ma non appena è apparso Lenin, sono apparsa anch’io!»

 Nella pagina successiva, Safronov presenta la bambina ai compagni:

«Compagni! – iniziò a dar forma al sentire comune Safronov –. Di fronte a noi, senza averne coscienza, giace un abitante di fatto del socialismo; (…). Qui invece sta riposando la sostanza dell’opera del partito e il suo obiettivo, un piccolo essere umano,destinato a diventare elemento universale! Per questo lo sterro va finito il più in fretta possibile, affinché al più presto ne venga fuori la casa e il muro di pietra possa proteggere da vento e raffreddori il personale infantile».

 La bambina è assolutamente convinta, in quanto nata sotto il socialismo, di essere immortale. Discutendo con il reduce di guerra Žačev, vecchio e storpio, Nastja sostiene di essere inattaccabile: «E come avrebbe potuto offendermi, se io continuerò a vivere nel socialismo e lui invece morirà presto!». La sua morte sancisce la fine del sogno dell’edificazione e del romanzo. Ancora una volta, sembra dire Platonov, il comunismo come sogno e come vittoria sulla natura non c’è: il comunismo dovrebbe «avere a che fare» con i bambini, dovrebbe appartenere a loro, e invece sono proprio loro i primi a morire.

Nell’ambito di una filosofia progettuale della storia, Platonov indaga sull’effettiva possibilità di realizzazione del progetto nei suoi aspetti scientifico, sociale e umano, e ne deduce il fallimento: i proletari non conoscono e non potrebbero comprendere il significato profondo della vita socialista, la scienza non è ancora riuscita a sottomettere la natura (le persone continuano a morire), il tempo passa, la fratellanza di classe non esiste e, anzi, in Kotlovan resistono ancora le differenze di classe. Nella prosa di Platonov – come in tutti i romanzi del Realismo Socialista – la morte appare: ma qui, non è mai l’indice di una rinascita. È la fine triste di un lungo processo di disillusione.