La catastròfa è il nome, in un italiano rimasticato che paga dazio ad anni di francofonia obbligata, con cui i testimoni diretti e indiretti definiscono il disastro avvenuto nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, nel Belgio vallone, nell’estate del 1956. Paolo Di Stefano è andato a cercarli oltre cinquant’anni dopo quella tragica mattina: molti di loro vivono ancora in Belgio, dalle parti della miniera, qualcuno – pochi – è tornato invece a casa, in Italia. Ma su tutti gravano ancora come un peso ineliminabile i fatti di quell’8 agosto. Cosa successe è presto detto: per un errore nel caricamento di un carrello, mentre cominciava il turno del mattino un incendio divampò a 975 metri di profondità. Nel giro di pochi minuti, i pozzi della miniera si riempirono di fumo e di fuoco, rendendo praticamente impossibili e sostanzialmente inutili i soccorsi. Delle 262 vittime, tra cui molti padri di famiglia che vivevano nelle baracche costruite attorno alla miniera, 136 furono italiani. Perché Marcinelle è sì una tragedia dell’imperizia (per cui non c’è tutt’oggi un vero colpevole) e della miseria, ma lo è anche dell’emigrazione: all’inizio degli anni Cinquanta, lo Stato italiano incoraggiava i suoi cittadini, soprattutto quelli dell’estremo Sud, ma anche gli abruzzesi e i molisani, a trasferirsi nel distretto carbonifero di Charleroi. In Italia non c’era lavoro e, soprattutto, un contratto sottoscritto con Bruxelles stabiliva che, per ogni operaio italiano impiegato nelle miniere belghe, Roma avrebbe ricevuto tot tonnellate di carbone al giorno a titolo gratuito: in pratica, l’Italia scambiò uomini con carbone e mandò i suoi figli a cercar fortuna al nord.

Nel pugno di testimonianze raccolte da Di Stefano a parlare sono le vedove, gli orfani delle vittime o i loro colleghi, che scamparono alla morte perché non erano di turno. Con la loro lingua impastata raccontano l’ansia di essere dimenticati, di aver assistito a una tragedia inutile; hanno tutti in comune il ricordo di qualcosa di incancellabile, che ha modificato le loro vite trasformandole da difficili in disperate (ma, come dice l’ottantaduenne Vincenzo, al momento di partire e di lasciare l’Italia «il pensiero era che in Belgio anche se morivi nella miniera qualcuno pagava la vedova e gli orfani» mentre qui da noi no). Le loro storie, a ben guardare, sono prima di tutto storie di emigrati; in seguito alla catastròfa, sono stati tutti quanti abbandonati dal governo italiano: nessuna autorità di Roma prese parte ai funerali ufficiali, nell’estate del ’56, e perfino la chiesa si fece viva solo dopo molti mesi mandando un vescovo in visita alle famiglie (la prima intervistata, Assunta, racconta di come sua madre accolse il prelato: «E tu vieni adesso? Era prima che dovevi venire, a vedere come lavoravano e le condizioni dei minatori e di mio marito, che era giovane per morire»). Ma, più di tutto, l’Italia non fece nulla per accertare la verità sull’accaduto, non risarcì le vittime, non avviò delle pratiche per il rimpatrio dei vivi e dei morti: ancora oggi, queste persone non riescono a perdonare al proprio paese di averli mandati via e di non averli né tutelati né riaccolti. Abbandonati dal proprio paese, gli emigrati si erano ricostruiti una vita a ridosso della mina di carbone, nonostante l’accoglienza fredda (è un eufemismo) della popolazione locale: gli italiani, benché poveri, portavano infatti un po’ di Italia nel distretto di Charleroi, e mangiavano meglio, e vestivano elegante il sabato sera quando andavano a ballare. Uno dei ritornelli belgi di quei tempi era «Gli italiani ci rubano il lavoro e le donne»: oggi siamo noi a dirlo di qualcun altro.

Di Stefano racconta le vite e le morti dei nostri emigrati con discrezione, anzi: riduce la propria voce a un’introduzione piuttosto sobria dove espone i fatti, e ad alcuni corsivi in cui dà conto, con poche note, delle circostanze, dei luoghi e delle condizioni in cui ha incontrato gli intervistati. Tutto il resto del libro è fatto di voci che si rincorrono, che inciampano tra i ricordi, che sfogano la propria rabbia o il senso dell’abbandono in quelli che sono dei veri e propri monologhi. È questo, credo, il pregio maggiore del libro: raccolte le testimonianze, Di Stefano avrebbe potuto costruire una narrazione unitaria, un reportage classico sul vecchio tema della tragedia dimenticata e dei suoi sopravvissuti. Invece qui l’autore si fa da parte, e prova a rendere giustizia a queste persone lasciando che sia il loro dettato a modellare il volume, creando una sorta di fluido di coscienza collettivo che è in grado di ricostruire non solo i fatti, ma anche le vite e le opinioni dei protagonisti. Se per molti anni gli italiani e le italiane di Marcinelle hanno taciuto, o hanno gridato senza essere ascoltati, adesso, finalmente, hanno la possibilità di far sentire la propria voce senza filtri, quasi senza mediatori.

Le voci dei narratori, si diceva, sono voci di persone che tuttora non si sono riconciliate con la tragedia; in questo senso, sono fondamentali le testimonianze di chi al Bois du Cazier ci lavorava: dalle loro voci traspare un antico senso dell’ineluttabile, del destino, per cui pare chiaro che tutti sapevano di correre dei seri rischi, nella miniera, e che tutti, minatori e famigliari, quotidianamente scommettevano sull’effettiva possibilità di ripresentarsi a fine a turno. Molte voci raccontano la paura, le preghiere prima di cominciare il turno o mentre gli ascensori scendevano di centinaia di metri nella terra. Ma la paura la si scaccia con il lavoro e con la consapevolezza che, in patria, non si potrebbe vivere. Quando scoppiò l’incendio, nessuno fu molto sorpreso: sapevano tutti che qualcosa poteva succedere e, addirittura che prima o poi sarebbe successo. Nessuno però pensava di essere abbandonato a se stesso, e nemmeno che il presunto colpevole, Antonio Iannetta, sarebbe stato di lì a poco spedito in Canada, con una casa e un lavoro procacciati dall’azienda: trovato il capo espiatorio, lo si mandò lontano perché evitasse di fornire troppi particolari sui fatti. L’8 agosto costituisce uno iato, una spaccatura incolmabile nelle vite di queste persone: lì non capirono che si poteva morire, ma che si muore davvero, e capirono soprattutto di essere stati lasciati soli. Dopo il ’56, molti di loro rimasero in Belgio e abbandonarono volontariamente la cittadinanza italiana: oggi qualcuno si sente belga, qualcun altro apolide, e qualcuno, infine, un italiano rifiutato.

A fare da controcanto a questi ritratti vivi e disperati, alla fine di ogni capitolo Di Stefano ha aggiunto degli estratti dai verbali dell’inchiesta che seguì all’incidente: poche domande e poche risposte in cui emergono le responsabilità oggettive mai effettivamente riconosciute dei gestori, e la voglia di voltare pagina il più in fretta possibile.

Nell’autunno del ’56, infine, lo Stato italiano sembrò accorgersi dei 136 morti di Marcinelle: lo testimonia la trascrizione di tre intereventi parlamentari in coda al volume. Se Saragat è «turbato», Leone spera che la tragedia sia il pungolo per «operare sempre di più e sempre meglio al servizio delle classi lavoratrici»; l’onorevole Bruno Corbi, invece, ricorda che Marcinelle non è né la prima né l’ultima tragedia mineraria in cui muoiono degli italiani e punta il dito contro «insufficienza delle misure di sicurezza e sistema salariale», oltre che contro la legge belga sulla sicurezza del lavoro. Come chiosa Di Stefano, nello spazio che separa le parole di Leone da quelle di Corbi, «c’è tutta l’Italia che conosciamo».

 

Questo articolo è comparso su “L’Indice” n. 3, marzo 2012