Ho recuperato un pezzo vecchio di un paio d’anni. Parla di un libro che analizza, con una prospettiva “di sinistra”, il calcio: ci sono tutte e cinque le cose che mi interessano.

Di tutte le cose che, sportivamente parlando, mi sono incomprensibili, la più misteriosa è il baseball. È uno sport che ho anche provato a vedere e a sforzarmi di comprendere: nella stanzetta che avevo a New York, alla fine di una giornata, ho intercettato alla televisione una partita e mi sono messo a seguirla, cercando anche di captare, nel magma incomprensibile del gergo tecnico, qualche parola del commento che potesse darmi un indizio per comprendere quello che stava succedendo sul «diamante». Niente: a me il baseball continua a sembrare uno sport praticato da pancioni che, con il vestito della domenica, stanno fermi sul campo per un numero interminabile di minuti mentre il pubblico sugli spalti esulta per qualcosa che rimane per me insondabile; è inoltre uno sport che, mi pare, non può essere seguito se non se ne conoscono almeno le regole fondamentali, il che è dal mio punto di vista un controsenso: in generale, uno può guardare qualunque manifestazione sportiva e, anche se non la conosce a fondo, riuscire bene o male a seguirla o a capirne gli scopi generali. C’è poi un altro aspetto che mi ha sempre lasciato molto perplesso: pare che la cosa più emozionante del baseball, quella che tutti aspettano e che, quando succede, finisce sui giornali e nella memoria collettiva, sia il cosiddetto «fuoricampo», ossia quando il battitore, respingendo il lancio del lanciatore, scaraventa la pallina oltre i limiti del terreno di gioco, laddove nessuno può andarla a prendere. A me questo pare un controsenso e, implicitamente, la sanzione del fatto che, in sé e per sé, il baseball sia uno sport di una noia mortale: tutti desiderano che succeda una cosa che è fuori dall’ordinario, che spacca il normale svolgimento della gara e che di fatto rende impossibile la prosecuzione del gioco. È come se uno andasse a guardare un incontro di boxe fremendo nell’attesa di vedere un colpo sotto la cintura, o uno spettatore pagasse il biglietto di un gran premio per vedere gli incidenti e così via. Possibile che la cosa più eccitante di uno sport sia l’eccezione alla routine del gioco?

In ogni caso, quando Don DeLillo ha spedito quella sua pallina da baseball in giro per quattro decenni di storia americana, in Underworld, io ho sentito di essere al cospetto dell’edificazione di una mitologia. Quel fuoricampo al Polo Grounds, e gli incredibili passaggi di mano in mano della pallina-feticcio, erano e sono la messa su pagina della possibilità di raccontare la contemporaneità in una forma mitica. Più volte mi sono trovato a pensare o a discutere come fosse possibile che una palla potesse trasformarsi nel propulsore per un capolavoro, e più volte mi sono chiesto se fosse giusto che uno sport tanto insulso come il baseball avesse la dignità di informare Underworld. Mi sono chiesto e mi chiedo perché lo sport che io amo, e che mobilita molte più persone e continenti di quanto faccia il baseball, il calcio, non sia stato in grado di partorire qualcosa di altrettanto potente del capolavoro di DeLillo. Anzi: ogni volta che leggo libri o cicli poetici dedicati o ispirati al calcio ho sempre la sensazione di trovarmi di fronte a opere misere, prive di statura. Le poesie, i racconti e i romanzi di ambientazione calcistica sono, nella maggior parte dei casi (per fortuna non in tutti), di una banalità deprimente. Mancano del tutto di afflato mitico, di spessore. Perché? Forse proprio perché nel calcio si celebrano il talento, la tattica, la classe, la velocità, l’organizzazione ma non il «fuori», non l’eccezione; forse perché descrivere un’azione meravigliosa equivale a spiegarla e a sminuirla: il tempo per raccontare un gol di Messi o di Milito è il tempo minimo che serve per ucciderne la bellezza – che è sempre e irrimediabilmente visiva –, mentre, al contrario, per raccontare un fuoricampo basta la parola – che è già di per sé evocativa di una mitologia; forse, ancora, perché una partita di calcio non vive di momenti, ma è un impianto tecnico-tattico che, messo su pagina, perde la propria energia.

Luigi Cavallaro è un magistrato del lavoro palermitano che si definisce «interista» e «leninista»: nella sbornia della «tripletta» realizzata quest’anno dalla mia squadra, l’Inter, mi sono concesso la lettura dell’ultimo libro che ha scritto, Interismo-leninismo. La concezione materialistica della zona: breve corso (Manifestolibri, 2010), perché mi incuriosivano la copertina – dove il profilo di Lenin è tratteggiato di neroazzurro – e la bandella, il cui esordio fuori dal comune è: «Si può spiegare oggi cosa sia il comunismo al di là della burocrazia e dei gulag?». Dico subito che la mia risposta, a lettura finita, è: «No». Ma non è questo il punto. Non cercavo nel libro di Cavallaro una risposta ai miei dubbi sulla possibilità di una mitologia attraverso il calcio: cercavo forse e semplicemente un altro modo per parlarne, al di là della solita retorica da quotidiano e del socioletto dei commentatori. Interismo-leninismo mette in quarta di copertina una citazione di Gramsci che dice così: «Osservate una partita di foot-ball: essa è un modello di società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma esse sono regolate da una legge non scritta, che chiama “lealtà”, e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro». Tutto il volume è, tra una ripresa di Huizinga e una di Pasolini, tra una citazione di Adorno e una di Gianni Brera, un tentativo di confutare l’opinione gramsciana ormai invecchiata: sì perché ormai, e questa è la tesi fondamentale di Cavallaro, il calcio è l’unica reale forma di collettivizzazione che abbiamo a disposizione (!).

Il punto di partenza del libro è il fatto che, perché uno sport possa diventare «di massa», ha bisogno di un background di tipo capitalistico: solo nel capitalismo, infatti, con la creazione del «tempo libero», possono svilupparsi forme di gioco e intrattenimento collettive e condivise. Sostiene Cavallaro che il calcio, e in particolare la sua variante italiana degli anni Sessanta (il celebre «catenaccio»), sia lo specchio della società del boom, e lo sia in questo senso: «(…) era un calcio che non aveva nulla di “spontaneo” o “naturale” [checché ne dicano quelli che parlano del calcio di una volta come di un calcio verace]: anch’esso era un prodotto storico ed era governato da relazioni che sembravano “naturali” solo perché le avevamo apprese “giocando” (…)» (p. 39). Il calcio degli anni Sessanta (ma anche quello degli anni Ottanta) era lo specchio di una società rigidamente gerarchizzata, dove i mediani correvano e sudavano per fare in modo che le stelle (il centravanti e le mezze ali, ossia i numeri 9, 10 e 11) potessero segnare e prendersi il bacio della folla: «Era insomma un calcio che – esattamente come il mercato capitalistico – dissimulava dietro il “talento naturale” di pochi singoli il fatto che tutta la squadra era gerarchizzata in modo tale che a giocare e a segnare fossero soltanto loro» (p. 39). L’esempio lampante è che, nella Juve degli anni Ottanta, a Platini era permesso di fumare e a Bonini no, e questo perché Bonini doveva correre anche per Platini. Tutto questo con buona pace di chi, vedendo l’esasperato tatticismo del calcio di oggi, si lamenta per la perdita di spontaneità e naturalezza rispetto al calcio di qualche decennio fa.

La prima svolta in senso collettivistico del calcio moderno è stata data, naturalmente, dalla virata che negli anni Settanta l’Olanda di Cruijff ha imposto all’atteggiamento dei giocatori in campo: nell’idea di «calcio totale» nessun calciatore aveva infatti un ruolo definito, ma tutti dovevano essere in grado di fare tutto. Così, i difensori dovevano saper fare gli attaccanti e gli attaccanti, quando i difensori avanzavano, dovevano saper difendere; soprattutto, ogni giocatore di quell’Olanda non si muoveva più solo per se stesso, non era più solo e semplicemente un individuo, ma i suoi movimenti sul campo dovevano essere in relazione con quelli di tutto il resto della squadra: «(…) tutti si muovono in relazione alla posizione dei compagni invece che della palla: la copertura degli spazi è infatti necessaria affinché la squadra mantenga la stessa disposizione tattica» (p. 47). Non c’è più, in quell’Olanda che nonostante tutto è piena di straordinari talenti, la «primadonna», ma tutti sono funzioni di un’idea di calcio e di movimento, e tutti hanno un compito tattico preciso.

Questa visione del gioco del calcio, in Italia, a metà degli anni Ottanta dà vita a un prodigioso paradosso: il Milan di Sacchi, il cui presidente è Berlusconi, diventa l’esempio più fulgido del calcio collettivizzato, dove tutti lavorano per tutti e l’individualismo lascia il posto a un movimento fluido di undici persone che si coprono a vicenda, dove Gullit e Van Basten hanno dei compiti come li hanno Ancelotti e Colombo, e dove la fatica è condivisa in parti uguali. Non solo: oggi come oggi il gioco a zona «postula la costante capacità della squadra di effettuare – per dirla con Lenin – un'”analisi concreta della situazione concreta”, adattando ad essa gli schemi e le situazioni di gioco provate durante l’allenamento» (p. 83): è in sostanza venuta a mancare, rispetto al calcio che fu, una certa rigidità di atteggiamento nei confronti della partita: se la situazione lo richiede, oggi una squadra di calcio deve essere in grado, nel corso dei novanta minuti, di modificare il proprio assetto adattandosi all’avversario. Passando dal 4-3-3 al 4-2-3-1, ad esempio, i giocatori devono essere capaci, in pochi minuti, non solo di cambiare la propria posizione sul campo, ma anche, di conseguenza, i compiti tattici che devono assolvere.

Maestro di questa concezione collettivistica del calcio, ça va sans dire, sarebbe José Mourinho, vero e proprio teorico “socialista” della zona, le cui varianti tattiche messe in pratica con l’Inter sarebbero il vero e proprio manifesto di questa nuova concezione dello sport. Gli allenamenti del portoghese sono formati da continui esercizi in cui i calciatori mimano delle parti di match, studiando – sulla base delle caratteristiche degli avversari – ogni possibile variante tattica e applicandovi, naturalmente, la contromossa: «Si tratta infatti di far sì che i calciatori acquistino la capacità di prevedere la concreta dinamica futura del modello di gioco, secondo una visione che sia, al contempo, fedele ai suoi obiettivi ma anche sufficientemente elastica da permettere, in funzione delle circostanze, significative “deviazioni creative”» (p. 102).

Ma in che modo «una società costitutivamente refrattaria ad attribuire alcun primato al “collettivo” può riuscire a comprendersi attraverso un gioco che di quel primato fa invece apertamente mostra?» (p. 108). Posto che il gioco è una «lotta per qualche cosa» dice Cavallaro, basta spostare l’attenzione collettiva dalla gara tra chi rappresenta al meglio qualche cosa alla rappresentazione di una gara per qualche cosa: in una parola, basta cominciare a raccontare il calcio come una scalata per raggiungere un obiettivo (la vittoria di una gara o di un torneo), e il calcio di oggi parla di obiettivi molto più spesso del calcio di ieri. In questo senso – e qui sta la contraddizione del testo di Cavallaro e anche il senso di quel «No» di cui dicevo all’inizio – attraverso la continua riproposizione di obiettivi da raggiungere, «La mistificazione individualista può così di nuovo celebrare i suoi trionfi, perché questa rappresentazione del calcio è perfettamente adeguata all’immaginario dominante del capitalismo e si presta magnificamente a raffigurarne le relazioni costitutive: le squadre che si contendono il torneo sono come le imprese che operano sul mercato, i giocatori ne sono i lavoratori, l’allenatore e il presidente i dirigenti, la loro relazione reciproca è la concorrenza e il primo, naturalmente, è denaro» (p. 109). Qui Cavallaro è debole, a mio modo di vedere, perché in definitiva attribuisce allo spettacolo e alla competitività quella (ri)caduta verso il capitalismo che la struttura del gioco invece parrebbe rifuggire. È però vera e insieme curiosa una considerazione del magistrato, che chiama di nuovo in causa il Milan di Sacchi: più il sistema di gioco si faceva “socialista”, più Berlusconi tendeva (si era negli anni Ottanta, ma la cosa vale anche per il Milan di oggi) ad assumere giocatori belli: da Van Basten a Boban, da Maldini a Costacurta, da Nesta a Kakà, da Shevchenko a Beckham, il Milan è storicamente, nell’ultimo trentennio, la squadra più fotogenica del mondo.

Alla luce di tutto questo, è possibile creare una mitologia del calcio avvicinabile a quella del baseball? Continuo a credere di no, perché se è vero che, per quanto arbitraria e gratuita, l’ipotesi di Cavallaro è affascinante, è anche vero che, nel momento in cui prova a spiegare la fascinazione che questo sport esercita sulla collettività, essa si riattorciglia attorno al già sentito, e laddove non riesce a fare il salto di qualità chiama in causa il denaro e la fotogenia. Il calcio ha i suoi feticci come li ha il baseball (ricordatevi Cambiasso, alla fine della finale di Madrid, con indosso la maglietta numero 3 di Facchetti), e tuttavia questi non hanno, pare, la stessa forza di una pallina scagliata sugli spalti, perché la maglietta è acquistabile, è riproducibile; lo è anche una pallina da baseball, intendiamoci, ma non quella pallina. La «concezione materialistica della zona» – che di per sé, sia chiaro, è contestabilissima – ha un difetto sostanziale: essa dispiega il proprio punto di vista alternativo lavorando solo sulle strutture tattiche e sui meccanismi per così dire interni del gioco; non è in grado di motivare la sua aura e il senso di follia collettiva che, soprattutto in Italia, lo accompagna. Quando si riuscirà a far questo, e a consegnargli le chiavi della storia del nostro paese, avremo la nostra possibilità di un Underworld.