La mia vecchia casa era circondata dai parchi. Un giorno, sull’anta dell’armadio di plastica che tenevo in fondo al balcone, e che usavo per metterci i detersivi e le scope, ho visto una coccinella. Poco sotto, sul pavimento piastrellato, c’era il cadavere di un’altra coccinella. Mi sono abbassato a guardarla: era a pancia in giù, la schiena rossa che si confondeva con il rosso delle piastrelle. Ho immaginato che fosse la vittima di una piccola lotta sanguinaria che era avvenuta poco prima tra lo stendibiancheria e l’armadio, e che la coccinella che se ne stava tranquillamente appoggiata sull’anta si stesse riposando dopo la battaglia, guardando dall’alto il cadavere della nemica – immobile come un trofeo. Poco dopo sono tornato fuori, e la carcassa era sparita: non c’era più! Mi sono convinto che questi animaletti colorati siano anche cannibali, e che la vincitrice, una volta recuperate le forze, non avesse resistito e fosse piombata sul corpo immobile e l’avesse divorato, più per beffa che per fame o necessità. La mattina successiva, i cadaveri delle coccinelle sul balcone erano diventati otto, li ho contati: otto corpicini rovesciati, le zampette contratte sulle pance nere. Non c’erano coccinelle vive. Dev’esserci una guerra in atto per qualche motivo che non saprò mai, e il mio balcone è il campo di battaglia, ho pensato.