Inizia con una recensione di Per legge superiore (Sellerio) di Giorgio Fontana la mia collaborazione con L’indice dei libri. Ogni tanto scriverò una recensione sui libri degli autori italiani. Quella del libro di Giorgio è questa qui:

Più che lo Sciascia sapientemente evocato nel risvolto di copertina, potrebbe essere Dürrenmatt il vero punto di riferimento per il terzo romanzo di Giorgio Fontana. Per legge superiore è infatti costruito intorno a un nucleo tematico tanto semplice quanto caro allo scrittore di La promessa e Il giudice e il suo boia: lo iato incolmabile tra la legge e la giustizia. In questo buco nero, che prima che alla giurisprudenza pertiene al senso morale di tutti noi, Fontana fa cadere il suo protagonista, un magistrato milanese 65enne discretamente conservatore, molto borghese e legato ai privilegi – economici e di casta – guadagnati con anni di onesto servizio – anni trascorsi senza porsi troppe domande sul senso del proprio lavoro e del proprio ruolo nel mondo. Roberto Doni, così si chiama il magistrato, ha una moglie normale, una figlia che studia fisica in Indiana, un fratello con cui non ha mai veramente legato e un solo punto davvero oscuro: l’uccisione, da parte di un nucleo vicino alle BR, dell’amico e collega Colnaghi. Nell’economia del racconto, Colnaghi rappresenta il magistrato idealista ma non ingenuo, quello che fa il mestiere per vocazione: morto lui, rimane Doni, l’impiegato della giustizia, cui la vita e il lavoro scorrono davanti senza particolari scosse. Fontana dà molti particolari sulla vita e sulla concezione delle cose del suo protagonista, e tutto concorre a restituire il ritratto di un uomo in grigio, senza particolari inclinazioni se non quella di passeggiare: Doni per esempio capisce la musica classica – che ascolta in continuazione – ma non la ama, compra stampe e libri d’arte su De La Tour, che non capisce, ma di cui ama l’ostinata rappresentazione della luce nella forma fragile della fiamma di una candela (la giustizia è come una fiamma «che dobbiamo proteggere con le mani dal vento», ama ripetere).

A quest’uomo sulla strada della vecchiaia, mediocre, stanco e un po’ gretto succede un giorno di trovarsi di fronte Elena, giornalista free-lance intorno ai trent’anni (ed evidente alter ego della figlia Elisa, che dall’America sembra ricordarsi solo dell’esistenza della madre), che, in modo appassionato e un po’ sconclusionato, fa presente al magistrato che la pista seguita sul caso di un ferimento in via Padova è sbagliata, e l’uomo che sta in carcere non è il vero colpevole. I fatti sono questi: durante una rissa tra tre nordafricani e un ragazzo e una ragazza italiani, parte un colpo di pistola che colpisce alla colonna vertebrale la ragazza, che rimane paralizzata. L’opinione pubblica reagisce indignata, la vittima e il compagno accusano del crimine Khaled, un giovane tunisino incensurato e in regola che, a detta di Elena, non solo non è colpevole, ma non era nemmeno presente al fatto. La giornalista chiede al magistrato di aiutarla a salvare il ragazzo. In un certo senso, nel contesto di una finzione narrativa o cinematografica, tutto questo non avrebbe niente di strano, se non fosse che – lo si sarà notato – Doni, nel processo Khaled, non è la difesa, ma l’accusa. Il magistrato ha già chiesto l’appello e l’unico modo che avrebbe per salvare il ragazzo e fare giustizia sarebbe chiederne l’annullamento, violando così una delle regole non scritte della magistratura e correndo il rischio di subire qualche provvedimento disciplinare.

È proprio nei colloqui tra Doni e la giornalista che Fontana imposta il dilemma etico cui il magistrato non riuscirà, nonostante una buona dose di resistenza, a sottrarsi: che cos’è la giustizia? Che cos’è la verità? E, tra queste, che ruolo ha la legge? La posizione di Doni è evidente da subito: «La giustizia è una macchina complessa […] Funziona secondo meccanismi precisi, e questi meccanismi non si possono oltrepassare. La verità è naturalmente la cosa più importante, ma soltanto se può seguire tutti i passaggi previsti dalla legge» (corsivo mio). Insomma bisogna fare le cose per bene, seguire la linea tracciata ed essere consapevoli che, tutto sommato, non è così importante dove stia la verità in quanto tale: ciò che conta davvero è che la verità corrisponda alle regole, che possa essere in qualche modo raggiunta attraverso i canali tracciati dalla giurisprudenza.

E tuttavia il dubbio è dietro l’angolo: «Quando non si ha l’assoluta certezza che un uomo sia colpevole, come si fa a punirlo lo stesso?» chiede Elena a Doni, e, per convincerlo dell’innocenza di Khaled, lo invita a uscire dai binari tracciati dalla giurisprudenza. Questa uscita corrisponde a una sorta di «andata al popolo», che significa per Doni allontanarsi dalla cerchia dei bastioni e dall’asse Porta Romana (dove vive)–Duomo–Tribunale e tuffarsi in una Milano nuova, brulicante e, per molti versi, aliena: via Padova. Fontana, che a lungo ha vissuto lì vicino, in via Padova ci era già passato per un altro libro: il reportage narrativo Babele 56, uscito qualche anno fa per Terre di mezzo. In Babele 56, raccontava otto storie di immigrazione di successo, tenendole insieme grazie alla cornice di un viaggio a tappe fatto in autobus (il 56, appunto) lungo la via. Nella parte “padovana” di Per legge superiore, Fontana ripropone, nello spirito, qualcosa di simile, immergendo il borghese del centro in un mondo di odori (spesso sgradevoli), facce sofferenti, appartamenti dimessi e lavoro nero. Doni all’inizio rifiuta tutto questo, ma poi, a poco a poco, in questi volti e in questa sofferenza così lontana e così poco milanese «riuscì a vedere un frammento di bellezza e verità – e non importava che fosse dolorosa o incattivita: (…) solo lì poteva pensare che la verità esisteva ancora». La parabola del magistrato è una sorta di discesa agli inferi – dove però gli inferi sono vivi e veri: il suo ritorno al mondo “normale” sarà il ritorno di un personaggio gravido di senso etico e civile, e di una nuova visione della giustizia e della responsabilità. È in questo senso che Per legge superiore è un libro dürrenmattiano: perché fa i conti, prima che con un’idea civile della giustizia, con la sua portata etica, e scava in quell’eterno conflitto che si pone tra il concetto di legge e di regole e la loro madre nobile, di cui esse sono e dovrebbero essere niente di più che una declinazione “terrena” e fallibile.

Tutto questo viene raccontato in 35 capitoli veloci che sono altrettanti quadri, restituiti con una lingua spedita e piana che va dritto al nocciolo delle questioni che pone e che esplode davvero solo nelle parti in cui Fontana si sente libero di vedere una Milano primaverile e vestita a festa, sorprendentemente piena di colori, facce, odori, luoghi remoti e belli da andare a scoprire: una Milano che va girata a piedi come la Parigi dei flâneurs e respirata come la Marsiglia di Izzo. Nel mezzo di una città per una volta priva di nebbie e di antri bui, il Palazzo (con la maiuscola) è, prima che il luogo dove si amministra la giustizia, un leviatano pieno di corridoi, uffici e passaggi spesso sconosciuti anche da chi, come Doni, ci lavora da anni; è, al tempo stesso, un mastodonte che traballa: nella prima pagina e nell’ultima, Fontana parla dei chiodi a espansione che tengono letteralmente insieme la copertura di marmo che è la caratteristica del palazzo di giustizia di Milano. L’immagine e la sua portata metaforica sono fin troppo evidenti e in linea con il percorso esistenziale del protagonista, ma, fuori dal libro, nel mondo per così dire reale, ogni tanto succede che un pezzo di marmo crolli sul pavimento (finora per fortuna senza danni alle persone), e quei chiodi ci sono davvero.