È in edicola il numero 6 della rivista Studio: contiene un mio vecchio racconto, Le bisce, che per l’occasione è stato rivisto ed epurato dalle lungaggini. Le illustrazioni, splendide, sono di Lisa Rampilli.

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Per giorni, settimane intere, Maometto non si faceva vedere. Non chiamava, non lo si vedeva in paese, non faceva la spesa. Spariva. Cominciarono a circolare delle voci sul suo conto. Ogni tanto telefonavo alla Villa, di giorno, di sera, a orari sempre diversi. Non rispondeva mai nessuno. Mi arrivava a casa una volta al mese una busta con i soldi dell’affitto, a volte senza nemmeno un biglietto.
Passavo con la bicicletta davanti al cancello di Villa Canova, mi fermavo a guardare verso l’interno del giardino. A volte vedevo la macchina parcheggiata sulla stradina, altre volte no. La mole di rifiuti accumulati addosso al muro di cinta cresceva esponenzialmente. L’acqua nella vasca di roccia, mi pareva, si era fatta stagnante.  L’erba attorno non veniva più curata, cresceva dal terreno.
La mamma, a casa, cominciò a essere nervosa. Mi chiedeva continuamente di Maometto, di sua madre, delle condizioni di abbandono in cui versava Villa Canova, della storia delle bisce, che l’aveva molto impressionata. Ci chiedevamo continuamente come fosse possibile che quegli animali periodicamente scegliessero la vasca di roccia di Villa Canova come dimora. Ci chiedevamo da dove venissero, come facessero a sopravvivere al cloro.

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