Quando la mamma era incinta di mia sorella Marta, per alcuni mesi – così mi ricordo –, sembrò che la nube di Černobyl’ stesse per transitare sopra la Lombardia. O forse si trovava effettivamente sopra di noi, e io ero semplicemente troppo piccolo per rendermi conto del pericolo. Mi ricordo però che la mamma, mentre la pancia lievitava, aveva paura di uscire a fare la spesa, e litigava con il papà perché voleva tenere le finestre chiuse. Anni dopo, leggendo qua e là, mi sono chiesto perché, quando nel 1976 si sprigionò la nube di Seveso – che sta a soli dieci chilometri da Saronno –, le persone abbiano continuato a vivere e fare figli e a tenere le finestre aperte e perché ancora oggi nessuno ne parli mai: trovo tra l’altro la spiegazione ufficiale, ossia che la nube si propagò solo nei comuni di Desio, Seveso, Meda e Cesano Maderno, assurda e omicida, e davvero non capisco il sostanziale silenzio intorno alla diossina, o come sia possibile che questa tragedia minore non sia penetrata nell’immaginario locale fino a modificarlo.
La nube di Černobyl’ è uno dei primi eventi mondiali di cui ho memoria. Mi ricordo vagamente anche il Mondiale dell’82, per esempio, ma avevo quattro anni, e più che l’evento in sé mi sono rimaste alcune sensazioni, come se avessi vissuto tutto da dentro una bolla mentre le partite si giocavano fuori. Poi ho un vuoto fino all’86, fino alle immagini del reattore di Černobyl’ al telegiornale e alla scena della mamma e del papà che discutono alla finestra in un pomeriggio di primavera. Nel corso della vita, mi è capitato spesso di incrociare le mie letture con i fatti di quell’aprile, o di vedere film che in un mondo o nell’altro avessero a che fare con Černobyl’, Pripjat’ e le zone della Bielorussia fino a Gomel’, tutte falciate dal nucleare. Ho conosciuto, e fatto maldestramente da interprete per loro, i bambini di quelle zone quando venivano in Italia per passare alcune settimane lontani dalle zone contaminate e rigenerarsi.

La tragedia di Černobyl’ fu senza dubbio la pietra tombale dell’Urss, ma io allora non lo potevo sapere, perché avevo solo una vaga idea dell’esistenza dell’Unione Sovietica (un’idea, per di più, mutuata dai telefilm americani): sapevo chi era Gorbačëv, che riconoscevo per la macchia sulla testa, ma non avevo idea – e non l’avrei avuta per molti anni – di ciò che succedeva in quel pezzo di Europa. Lo stesso Francesco M. Cataluccio, in quello che forse è il libro italiano più bello che ho letto tra quelli usciti lo scorso anno, Chernobyl (Sellerio), non si trattiene e paragona il «sarcofago» in cemento armato che fu costruito attorno al reattore – e che oggi ha almeno 250 metri quadrati di crepe – alla metaforica lastra di marmo tombale che fu posta proprio in quei giorni sull’Urss.
Chernobyl è un libro breve, che si legge in una sera, e comincia nei locali polverosi di un antiquario parigino nel 1983: mentre acquista una mappa antica dell’Ucraina, Cataluccio viene avvicinato da uno strano individuo con l’aspetto di un alchimista che vive nell’epoca sbagliata. L’alchimista racconta di come l’etimologia del nome della città ucraina sia tuttora oscuro: frutto di una combinazione delle parole čërnyj (nero) e byllja (stelo d’erba), fa probabilmente riferimento all’artemisia, la pianta da cui si ricava l’assenzio. Anni dopo, mentre la nube vaga per l’Europa, Cataluccio è a Varsavia, dove gli effetti dell’esplosione sono evidenti e dove ha la sensazione di essere «diventato radioattivo». Mentre le autorità sovietiche e polacche minimizzano il problema, gli occhi bruciano, si fatica a dormire, e la gente capisce di dover uscire di casa il meno possibile. Tutti hanno la precisa coscienza di essere – benché in forma lieve – contaminati. Anni dopo ancora, su un furgone con il simbolo del nucleare dipinto sulla fiancata, Cataluccio va a visitare ciò che rimane di Černobyl’ e Prypjat’, ma il viaggio non gli dà occasione di trarre dalla sua esperienza una cronaca tipo La prova di Belpoliti, bensì di immergersi nella straordinaria – e naturalmente tragica – storia di quella parte di mondo. Come già in Vado a vedere se di là è meglio, la penna di Cataluccio scova la presenza degli ebrei nei luoghi che visita e ne ricostruisce il percorso storico, religioso e culturale. Ucraini e cosacchi, fin dall’anno 1000, perseguitarono la popolazione ebraica in virtù dell’appoggio di quest’ultima alla Polonia: la storia di Černobyl’ è la storia di una città che, per secoli, fu il centro europeo del chassidismo, che lì nacque e prosperò passando attraverso persecuzioni, messe al bando e deportazioni. Tracce della grandezza e dei problemi dell’ebraismo in quelle zone sono racchiuse in molta della grande letteratura russa e sovietica: il Taras Bul’ba di Gogol’ racconta dei cosacchi e delle loro violentissime guerre contro polacchi (ed ebrei), mentre nelle Veglie alla fattoria di Dikan’ka il grande scrittore (ucraino, ça va sans dire) restituisce lo spirito popolaresco e contadino delle zone dove centocinquant’anni più tardi il reattore numero 4 sarebbe esploso; le Veglie sono piene di demoni, spriritelli, diavoli malvagi o dispettosi: gli stessi demoni che la popolazione ucraina, ascoltata da Cataluccio, chiama tuttora in causa quando deve motivare il disastro della Centrale.
Nell’Armata a cavallo, Isaak Babel’ consegna alla Rivoluzione la speranza di un radicamento per le popolazioni ebraiche di quelle terre: ma durante la Guerra civile successiva all’Ottobre, Černobyl’ e le zone circostanti furono contese da bolscevichi, soldati bianchi e ucraini; il 1919 fu un anno di stragi senza precedenti, con milioni di morti, e gli ucraini approfittarono del caos per regolare i vecchi conti con la popolazione ebraica. Nel 1921, Černobyl’ e l’Ucraina vengono incorporate nella Repubblica socialista ucraina. Una dozzina di anni più tardi, cominciò nelle campagne ucraine la famosa carestia che causò circa 7 milioni di morti, e che ancora oggi viene ricordata, oltre che come uno degli episodi più neri dell’umanità, per gli atti di cannibalismo a cui la popolazione si abbandonò per disperazione. La carestia, che gli ucraini chiamano holodomor, ossia «infliggere la morte per fame», è stata considerata dall’ONU nel 2003 frutto di una serie di politiche e azioni crudeli condotte da Stalin allo scopo di fiaccare la popolazione, che si opponeva con ogni mezzo alla collettivizzazione forzata. In pratica, fu un genocidio.

Ma non c’è pace. Kiev dista da Černobyl’ circa 130 chilometri – un nulla se si pensa allo sterminato niente che è la campagna ucraina. A pochi chilometri a nord della capitale, lungo la strada che porta a Černobyl’, c’è il fossato di Babij Jar. Nel settembre del 1941, l’esercito tedesco vi condusse migliaia di ebrei con la promessa di lasciarli espatriare: a ondate, tutte le 33.771 persone che erano accorse (uomini, vecchi, bambini, donne) furono fucilate sul ciglio dell’enorme fossato e lasciate cadere. La scena delle Benevole di Jonathan Littell in cui si descrive questo massacro è lunga, e la si legge con la sensazione che mai nella vita si potrà di nuovo leggere qualcosa che racconta il Male così dall’interno. Littell non manca di segnalare – se ricordo bene – come le stesse SS furono profondamente turbate da quello che stavano facendo. Molti soldati, compreso, se non erro, il suo Aue, vomitano, stanno male, chiedono di essere sostituiti. Quello è uno dei momenti della storia dell’uomo in cui si capisce che anche il peggiore carnefice non può sopportare ogni cosa, e che la banalità del male ha un limite oltre il quale non riesce, o fatica, ad andare. Le autorità tedesche, di conseguenza, cominciano a pensare a una metodologia di massacro più tollerabile per i carnefici: si passa ai gas di scarico dei camion, che vengono però presto abbandonati perché troppo costosi e perché qualcuno, in Germania, ha scoperto lo Zyklon B.

Sembra all’improvviso che tutta la storia d’Europa sia passata in quella piana che separa Kiev da Černobyl’, e in parte è vero. Nonostante la glasnost’, le autorità sovietiche impiegarono alcuni giorni ad avvertire la popolazione del pericolo che stavano correndo dopo lo scoppio del reattore. Ma la gente aveva già cominciato a morire e la nube aveva già cominciato a vagare:

«La cosa che impressiona di più nella Zona contaminata di Chernobyl è il silenzio. Profondo e assoluto, più che nel deserto. Bisogna provare a immaginare una campagna dove non si sentono i rumori degli animali. La mancanza di voci degli umani pare quasi una conseguenza. Il silenzio è tornato a regnare nella campagna ucraina. Come dopo i massacri, la fame e le razzie delle guerre».