I ceci e il teschio di Goya

Ho trovato per caso, alla Libreria del riacquisto di via Terraggio a Milano, un libretto piccolissimo e straordinario: scritto dallo storico dell’arte spagnolo Juan Antonio Gaya Nuño, La orripilante storia del teschio di Goya (Skira) è una veloce, documentata e divertita ricognizione, scritta in punta di penna, su un caso clamoroso di cui non sapevo nulla: la scomparsa del teschio dal cadavere di Francisco Goya. Raccontata «affinché tutti sappiano quale fu l’atroce destino del teschio di Goya: in realtà il più coerente con la scatola cranica dentro la quale si erano orditi e immaginati i Capricci e le Follie», la storia, che tutti gli spagnoli conoscono, prende avvio nel cimitero della Chartreuse, a Bordeaux, dove il pittore morì il 16 aprile 1828. Fu sepolto senza molte cerimonie in una tomba qualunque che, un mese dopo la morte, non aveva ancora una lapide e che fu presto dimenticata dai francesi come dagli spagnoli. Solo nel 1880, grazie allo zelo del console spagnolo Pereyra e in seguito alla “riscoperta” del suo genio, venne avanzata l’ipotesi di traslare la salma in Spagna e di tumularla con tutti gli onori nel Sacramental di San Isidro, a Madrid. Il 16 novembre 1888, si aprì la tomba alla Chartreuse, e

«Aperta la tomba ci trovammo in presenza di due casse (…). In quella foderata di zinco si trovarono le ossa di un corpo umano, ad eccezione della testa che mancava completamente, (…). E veramente tutto induce a credere che i resti chiusi in questa cassa fossero quelli di Goya, sia perché gli ossi delle tibie erano molto più grandi di quelli contenuti nell’altra cassa, sia perché vi si trovarono avanzi di un tessuto di seta color marrone che dovevano appartenere al berretto con cui si presume sia stato interrato Goya (…)»

La sbalorditiva scoperta, e alcune lungaggini burocratiche, fanno rinviare la traslazione per un numero stupefacente di anni: Goya arriva nel suo sepolcro di Madrid solo l’11 maggio 1900. Ma non c’è pace per la salma del pittore: nel novembre 1919 viene di nuovo trasferita, questa volta pochi chilometri, nella chiesa di San Antonio de la Florida, dove riposa tuttora. Nella bara, come tradizione, viene lasciata una pergamena con la notifica ufficiale dell’inumazione e una “spiegazione”:

«Manca allo scheletro il teschio, perché alla morte del grande pittore la sua testa, come è risaputo, fu affidata a un medico per uno studio scientifico, dopodiché non fu più restituita al sepolcro (…)»

Naturalmente, questa notizia è falsa: nessuna indagine lombrosiana è stata condotta sulle spoglie di Goya. Viene in mente la storia del cervello di Gor’kij, che alla morte dello scrittore fu asportato e donato alla scienza perché studiasse le caratteristiche del genio: ma qui, a differenza che in Urss, semplicemente si persero le tracce della testa. Ma non è finita: durante le celebrazioni del centenario della morte, il 17 aprile 1928 Don Hilario Gimeno raccontò pubblicamente, a Saragozza, di aver trovato presso un antiquario un olio che raffigurava il teschio di Goya. Si tratta di un ritratto del 1849, intitolato Cràneo de Goya, pintado por Fierros. È opera, per l’appunto, di Dionisio Fierros, pittore di secondo o terzo piano scomparso nel 1894 e affascinato dalla frenologia, la disciplina sghemba e cialtronesca che associa a zone del cervello delle particolari funzioni psichiche. Così, per esempio, dividendo il cranio in varie aree, si può rilevare come la 12 sia il luogo dove risiede la sensibilità per i colori, la 22 l’intraprendenza, la 18 la meravigliosità e così via. Insomma, Fierros, aiutato da un amico medico, andò a Bordeaux, aprì la tomba, tagliò la testa al pittore e la portò con sé, conservandola nella sua casa. È vero tutto questo? Non lo so, non è importante.

Nel 1911 Nicolàs Fierros, uno dei figli del pittore, studente di anatomia a Salamanca, pare utilizzasse il teschio per i suoi studi. Nuño racconta di come, a lezione, un giorno il professore avesse spiegato come le ossa che compongono il cranio possano disintegrarsi grazie all’azione naturale di una forza germinatrice. Nicolàs – senza sapere quale cranio fosse in suo possesso – fece allora un esperimento: riempì, con alcuni compagni di corso, la testa di Goya di ceci inumiditi: ventiquattr’ore più tardi, la forza espansiva dei ceci fece esplodere il cranio. Gli studenti si spartirono i cocci, e a Nicolàs rimasero l’osso parietale destro e un frammento del mascellare inferiore: tuttora non so a quali zone corrispondano queste ossa in frenologia e quale sia la loro numerazione.

I libri più significativi del 2011 su Wuz

Wuz ha chiesto a me e ad altri scrittori di indicare, aggiungendo una breve motivazione, i tre  libri migliori tra quelli usciti nel 2011. La mia risposta – che, al di là delle apparenze, è stata più difficile da dare di quanto pensassi – è questa:

Forse il miglior libro edito nel 2011 che ho letto è Chernobyl di Francesco M. Cataluccio. Pubblicato da Sellerio, è un’opera a cavallo tra i generi: dal reportage alla memoria autobiografica, dal saggio antropologico a quello di storia della cultura. Lo scoppio del reattore numero 4, nell’aprile 1986, non è che il punto di arrivo di una narrazione che parte da lontano, dall’anno mille, per raccontare la storia di un luogo e dei popoli (polacchi, cosacchi, ucraini ed ebrei) che lo abitano. Attraverso il racconto di alcuni viaggi e di molte letture, l’archeologia di Cataluccio restituisce il genius loci di un’area dell’Europa che ha racchiuso in sé la storia di tutto il nostro continente. HHhH di Laurent Binet (Einaudi) è un “non-romanzo” che ricostruisce, documenti alla mano, un fatto storico: l’attentato a Praga, nel 1942, in cui perse la vita Reynard Heydrich, uno dei principali ideatori della Soluzione Finale. Più che la vicenda in sé, è molto interessante l’approccio di Binet, ossessionato dall’idea di non scrivere un romanzo per non tradire la realtà dei fatti. Ultimo, un altro saggio, recuperato dalle edizioni Medusa: Uomo lupo di Robert Eisler, pensatore quasi sconosciuto in Italia. Vi si ricostruisce il percorso psicologico-storico della licantropia e delle sue declinazioni (dai Lupercalia alle tecniche di caccia, da alcuni omicidi seriali alle pratiche di punizione e omicidio delle SS).

Qui ci sono tutte le risposte.

Il Demone e Tirature 2012

Esce tra una decina di giorni il nuovo Tirature, a cura di Vittorio Spinazzola. Quest’anno, il tema centrale è il graphic novel, ma a sorpresa, in un articolo intitolato Tra Storia e totalità, Gianni Turchetta dedica alcune – bellissime – pagine al Demone. Nello stesso pezzo, che, come dice il titolo, è incentrato su quelle narrazioni che tornano a fare i conti con la Storia, si parla anche di Troppo umana speranza di Alessandro Mari e di Non tutti i bastardi sono di Vienna di Andrea Molesini.

Sul nuovo libro di Giorgio Fontana e sull’Indice

Inizia con una recensione di Per legge superiore (Sellerio) di Giorgio Fontana la mia collaborazione con L’indice dei libri. Ogni tanto scriverò una recensione sui libri degli autori italiani. Quella del libro di Giorgio è questa qui:

Più che lo Sciascia sapientemente evocato nel risvolto di copertina, potrebbe essere Dürrenmatt il vero punto di riferimento per il terzo romanzo di Giorgio Fontana. Per legge superiore è infatti costruito intorno a un nucleo tematico tanto semplice quanto caro allo scrittore di La promessa e Il giudice e il suo boia: lo iato incolmabile tra la legge e la giustizia. In questo buco nero, che prima che alla giurisprudenza pertiene al senso morale di tutti noi, Fontana fa cadere il suo protagonista, un magistrato milanese 65enne discretamente conservatore, molto borghese e legato ai privilegi – economici e di casta – guadagnati con anni di onesto servizio – anni trascorsi senza porsi troppe domande sul senso del proprio lavoro e del proprio ruolo nel mondo. Roberto Doni, così si chiama il magistrato, ha una moglie normale, una figlia che studia fisica in Indiana, un fratello con cui non ha mai veramente legato e un solo punto davvero oscuro: l’uccisione, da parte di un nucleo vicino alle BR, dell’amico e collega Colnaghi. Nell’economia del racconto, Colnaghi rappresenta il magistrato idealista ma non ingenuo, quello che fa il mestiere per vocazione: morto lui, rimane Doni, l’impiegato della giustizia, cui la vita e il lavoro scorrono davanti senza particolari scosse. Fontana dà molti particolari sulla vita e sulla concezione delle cose del suo protagonista, e tutto concorre a restituire il ritratto di un uomo in grigio, senza particolari inclinazioni se non quella di passeggiare: Doni per esempio capisce la musica classica – che ascolta in continuazione – ma non la ama, compra stampe e libri d’arte su De La Tour, che non capisce, ma di cui ama l’ostinata rappresentazione della luce nella forma fragile della fiamma di una candela (la giustizia è come una fiamma «che dobbiamo proteggere con le mani dal vento», ama ripetere).

A quest’uomo sulla strada della vecchiaia, mediocre, stanco e un po’ gretto succede un giorno di trovarsi di fronte Elena, giornalista free-lance intorno ai trent’anni (ed evidente alter ego della figlia Elisa, che dall’America sembra ricordarsi solo dell’esistenza della madre), che, in modo appassionato e un po’ sconclusionato, fa presente al magistrato che la pista seguita sul caso di un ferimento in via Padova è sbagliata, e l’uomo che sta in carcere non è il vero colpevole. I fatti sono questi: durante una rissa tra tre nordafricani e un ragazzo e una ragazza italiani, parte un colpo di pistola che colpisce alla colonna vertebrale la ragazza, che rimane paralizzata. L’opinione pubblica reagisce indignata, la vittima e il compagno accusano del crimine Khaled, un giovane tunisino incensurato e in regola che, a detta di Elena, non solo non è colpevole, ma non era nemmeno presente al fatto. La giornalista chiede al magistrato di aiutarla a salvare il ragazzo. In un certo senso, nel contesto di una finzione narrativa o cinematografica, tutto questo non avrebbe niente di strano, se non fosse che – lo si sarà notato – Doni, nel processo Khaled, non è la difesa, ma l’accusa. Il magistrato ha già chiesto l’appello e l’unico modo che avrebbe per salvare il ragazzo e fare giustizia sarebbe chiederne l’annullamento, violando così una delle regole non scritte della magistratura e correndo il rischio di subire qualche provvedimento disciplinare.

È proprio nei colloqui tra Doni e la giornalista che Fontana imposta il dilemma etico cui il magistrato non riuscirà, nonostante una buona dose di resistenza, a sottrarsi: che cos’è la giustizia? Che cos’è la verità? E, tra queste, che ruolo ha la legge? La posizione di Doni è evidente da subito: «La giustizia è una macchina complessa […] Funziona secondo meccanismi precisi, e questi meccanismi non si possono oltrepassare. La verità è naturalmente la cosa più importante, ma soltanto se può seguire tutti i passaggi previsti dalla legge» (corsivo mio). Insomma bisogna fare le cose per bene, seguire la linea tracciata ed essere consapevoli che, tutto sommato, non è così importante dove stia la verità in quanto tale: ciò che conta davvero è che la verità corrisponda alle regole, che possa essere in qualche modo raggiunta attraverso i canali tracciati dalla giurisprudenza.

E tuttavia il dubbio è dietro l’angolo: «Quando non si ha l’assoluta certezza che un uomo sia colpevole, come si fa a punirlo lo stesso?» chiede Elena a Doni, e, per convincerlo dell’innocenza di Khaled, lo invita a uscire dai binari tracciati dalla giurisprudenza. Questa uscita corrisponde a una sorta di «andata al popolo», che significa per Doni allontanarsi dalla cerchia dei bastioni e dall’asse Porta Romana (dove vive)–Duomo–Tribunale e tuffarsi in una Milano nuova, brulicante e, per molti versi, aliena: via Padova. Fontana, che a lungo ha vissuto lì vicino, in via Padova ci era già passato per un altro libro: il reportage narrativo Babele 56, uscito qualche anno fa per Terre di mezzo. In Babele 56, raccontava otto storie di immigrazione di successo, tenendole insieme grazie alla cornice di un viaggio a tappe fatto in autobus (il 56, appunto) lungo la via. Nella parte “padovana” di Per legge superiore, Fontana ripropone, nello spirito, qualcosa di simile, immergendo il borghese del centro in un mondo di odori (spesso sgradevoli), facce sofferenti, appartamenti dimessi e lavoro nero. Doni all’inizio rifiuta tutto questo, ma poi, a poco a poco, in questi volti e in questa sofferenza così lontana e così poco milanese «riuscì a vedere un frammento di bellezza e verità – e non importava che fosse dolorosa o incattivita: (…) solo lì poteva pensare che la verità esisteva ancora». La parabola del magistrato è una sorta di discesa agli inferi – dove però gli inferi sono vivi e veri: il suo ritorno al mondo “normale” sarà il ritorno di un personaggio gravido di senso etico e civile, e di una nuova visione della giustizia e della responsabilità. È in questo senso che Per legge superiore è un libro dürrenmattiano: perché fa i conti, prima che con un’idea civile della giustizia, con la sua portata etica, e scava in quell’eterno conflitto che si pone tra il concetto di legge e di regole e la loro madre nobile, di cui esse sono e dovrebbero essere niente di più che una declinazione “terrena” e fallibile.

Tutto questo viene raccontato in 35 capitoli veloci che sono altrettanti quadri, restituiti con una lingua spedita e piana che va dritto al nocciolo delle questioni che pone e che esplode davvero solo nelle parti in cui Fontana si sente libero di vedere una Milano primaverile e vestita a festa, sorprendentemente piena di colori, facce, odori, luoghi remoti e belli da andare a scoprire: una Milano che va girata a piedi come la Parigi dei flâneurs e respirata come la Marsiglia di Izzo. Nel mezzo di una città per una volta priva di nebbie e di antri bui, il Palazzo (con la maiuscola) è, prima che il luogo dove si amministra la giustizia, un leviatano pieno di corridoi, uffici e passaggi spesso sconosciuti anche da chi, come Doni, ci lavora da anni; è, al tempo stesso, un mastodonte che traballa: nella prima pagina e nell’ultima, Fontana parla dei chiodi a espansione che tengono letteralmente insieme la copertura di marmo che è la caratteristica del palazzo di giustizia di Milano. L’immagine e la sua portata metaforica sono fin troppo evidenti e in linea con il percorso esistenziale del protagonista, ma, fuori dal libro, nel mondo per così dire reale, ogni tanto succede che un pezzo di marmo crolli sul pavimento (finora per fortuna senza danni alle persone), e quei chiodi ci sono davvero.

Le bisce su Studio

È in edicola il numero 6 della rivista Studio: contiene un mio vecchio racconto, Le bisce, che per l’occasione è stato rivisto ed epurato dalle lungaggini. Le illustrazioni, splendide, sono di Lisa Rampilli.

[…]

Per giorni, settimane intere, Maometto non si faceva vedere. Non chiamava, non lo si vedeva in paese, non faceva la spesa. Spariva. Cominciarono a circolare delle voci sul suo conto. Ogni tanto telefonavo alla Villa, di giorno, di sera, a orari sempre diversi. Non rispondeva mai nessuno. Mi arrivava a casa una volta al mese una busta con i soldi dell’affitto, a volte senza nemmeno un biglietto.
Passavo con la bicicletta davanti al cancello di Villa Canova, mi fermavo a guardare verso l’interno del giardino. A volte vedevo la macchina parcheggiata sulla stradina, altre volte no. La mole di rifiuti accumulati addosso al muro di cinta cresceva esponenzialmente. L’acqua nella vasca di roccia, mi pareva, si era fatta stagnante.  L’erba attorno non veniva più curata, cresceva dal terreno.
La mamma, a casa, cominciò a essere nervosa. Mi chiedeva continuamente di Maometto, di sua madre, delle condizioni di abbandono in cui versava Villa Canova, della storia delle bisce, che l’aveva molto impressionata. Ci chiedevamo continuamente come fosse possibile che quegli animali periodicamente scegliessero la vasca di roccia di Villa Canova come dimora. Ci chiedevamo da dove venissero, come facessero a sopravvivere al cloro.

[…]

Černobyl’ e la storia d’Europa

Quando la mamma era incinta di mia sorella Marta, per alcuni mesi – così mi ricordo –, sembrò che la nube di Černobyl’ stesse per transitare sopra la Lombardia. O forse si trovava effettivamente sopra di noi, e io ero semplicemente troppo piccolo per rendermi conto del pericolo. Mi ricordo però che la mamma, mentre la pancia lievitava, aveva paura di uscire a fare la spesa, e litigava con il papà perché voleva tenere le finestre chiuse. Anni dopo, leggendo qua e là, mi sono chiesto perché, quando nel 1976 si sprigionò la nube di Seveso – che sta a soli dieci chilometri da Saronno –, le persone abbiano continuato a vivere e fare figli e a tenere le finestre aperte e perché ancora oggi nessuno ne parli mai: trovo tra l’altro la spiegazione ufficiale, ossia che la nube si propagò solo nei comuni di Desio, Seveso, Meda e Cesano Maderno, assurda e omicida, e davvero non capisco il sostanziale silenzio intorno alla diossina, o come sia possibile che questa tragedia minore non sia penetrata nell’immaginario locale fino a modificarlo.
La nube di Černobyl’ è uno dei primi eventi mondiali di cui ho memoria. Mi ricordo vagamente anche il Mondiale dell’82, per esempio, ma avevo quattro anni, e più che l’evento in sé mi sono rimaste alcune sensazioni, come se avessi vissuto tutto da dentro una bolla mentre le partite si giocavano fuori. Poi ho un vuoto fino all’86, fino alle immagini del reattore di Černobyl’ al telegiornale e alla scena della mamma e del papà che discutono alla finestra in un pomeriggio di primavera. Nel corso della vita, mi è capitato spesso di incrociare le mie letture con i fatti di quell’aprile, o di vedere film che in un mondo o nell’altro avessero a che fare con Černobyl’, Pripjat’ e le zone della Bielorussia fino a Gomel’, tutte falciate dal nucleare. Ho conosciuto, e fatto maldestramente da interprete per loro, i bambini di quelle zone quando venivano in Italia per passare alcune settimane lontani dalle zone contaminate e rigenerarsi.

La tragedia di Černobyl’ fu senza dubbio la pietra tombale dell’Urss, ma io allora non lo potevo sapere, perché avevo solo una vaga idea dell’esistenza dell’Unione Sovietica (un’idea, per di più, mutuata dai telefilm americani): sapevo chi era Gorbačëv, che riconoscevo per la macchia sulla testa, ma non avevo idea – e non l’avrei avuta per molti anni – di ciò che succedeva in quel pezzo di Europa. Lo stesso Francesco M. Cataluccio, in quello che forse è il libro italiano più bello che ho letto tra quelli usciti lo scorso anno, Chernobyl (Sellerio), non si trattiene e paragona il «sarcofago» in cemento armato che fu costruito attorno al reattore – e che oggi ha almeno 250 metri quadrati di crepe – alla metaforica lastra di marmo tombale che fu posta proprio in quei giorni sull’Urss.
Chernobyl è un libro breve, che si legge in una sera, e comincia nei locali polverosi di un antiquario parigino nel 1983: mentre acquista una mappa antica dell’Ucraina, Cataluccio viene avvicinato da uno strano individuo con l’aspetto di un alchimista che vive nell’epoca sbagliata. L’alchimista racconta di come l’etimologia del nome della città ucraina sia tuttora oscuro: frutto di una combinazione delle parole čërnyj (nero) e byllja (stelo d’erba), fa probabilmente riferimento all’artemisia, la pianta da cui si ricava l’assenzio. Anni dopo, mentre la nube vaga per l’Europa, Cataluccio è a Varsavia, dove gli effetti dell’esplosione sono evidenti e dove ha la sensazione di essere «diventato radioattivo». Mentre le autorità sovietiche e polacche minimizzano il problema, gli occhi bruciano, si fatica a dormire, e la gente capisce di dover uscire di casa il meno possibile. Tutti hanno la precisa coscienza di essere – benché in forma lieve – contaminati. Anni dopo ancora, su un furgone con il simbolo del nucleare dipinto sulla fiancata, Cataluccio va a visitare ciò che rimane di Černobyl’ e Prypjat’, ma il viaggio non gli dà occasione di trarre dalla sua esperienza una cronaca tipo La prova di Belpoliti, bensì di immergersi nella straordinaria – e naturalmente tragica – storia di quella parte di mondo. Come già in Vado a vedere se di là è meglio, la penna di Cataluccio scova la presenza degli ebrei nei luoghi che visita e ne ricostruisce il percorso storico, religioso e culturale. Ucraini e cosacchi, fin dall’anno 1000, perseguitarono la popolazione ebraica in virtù dell’appoggio di quest’ultima alla Polonia: la storia di Černobyl’ è la storia di una città che, per secoli, fu il centro europeo del chassidismo, che lì nacque e prosperò passando attraverso persecuzioni, messe al bando e deportazioni. Tracce della grandezza e dei problemi dell’ebraismo in quelle zone sono racchiuse in molta della grande letteratura russa e sovietica: il Taras Bul’ba di Gogol’ racconta dei cosacchi e delle loro violentissime guerre contro polacchi (ed ebrei), mentre nelle Veglie alla fattoria di Dikan’ka il grande scrittore (ucraino, ça va sans dire) restituisce lo spirito popolaresco e contadino delle zone dove centocinquant’anni più tardi il reattore numero 4 sarebbe esploso; le Veglie sono piene di demoni, spriritelli, diavoli malvagi o dispettosi: gli stessi demoni che la popolazione ucraina, ascoltata da Cataluccio, chiama tuttora in causa quando deve motivare il disastro della Centrale.
Nell’Armata a cavallo, Isaak Babel’ consegna alla Rivoluzione la speranza di un radicamento per le popolazioni ebraiche di quelle terre: ma durante la Guerra civile successiva all’Ottobre, Černobyl’ e le zone circostanti furono contese da bolscevichi, soldati bianchi e ucraini; il 1919 fu un anno di stragi senza precedenti, con milioni di morti, e gli ucraini approfittarono del caos per regolare i vecchi conti con la popolazione ebraica. Nel 1921, Černobyl’ e l’Ucraina vengono incorporate nella Repubblica socialista ucraina. Una dozzina di anni più tardi, cominciò nelle campagne ucraine la famosa carestia che causò circa 7 milioni di morti, e che ancora oggi viene ricordata, oltre che come uno degli episodi più neri dell’umanità, per gli atti di cannibalismo a cui la popolazione si abbandonò per disperazione. La carestia, che gli ucraini chiamano holodomor, ossia «infliggere la morte per fame», è stata considerata dall’ONU nel 2003 frutto di una serie di politiche e azioni crudeli condotte da Stalin allo scopo di fiaccare la popolazione, che si opponeva con ogni mezzo alla collettivizzazione forzata. In pratica, fu un genocidio.

Ma non c’è pace. Kiev dista da Černobyl’ circa 130 chilometri – un nulla se si pensa allo sterminato niente che è la campagna ucraina. A pochi chilometri a nord della capitale, lungo la strada che porta a Černobyl’, c’è il fossato di Babij Jar. Nel settembre del 1941, l’esercito tedesco vi condusse migliaia di ebrei con la promessa di lasciarli espatriare: a ondate, tutte le 33.771 persone che erano accorse (uomini, vecchi, bambini, donne) furono fucilate sul ciglio dell’enorme fossato e lasciate cadere. La scena delle Benevole di Jonathan Littell in cui si descrive questo massacro è lunga, e la si legge con la sensazione che mai nella vita si potrà di nuovo leggere qualcosa che racconta il Male così dall’interno. Littell non manca di segnalare – se ricordo bene – come le stesse SS furono profondamente turbate da quello che stavano facendo. Molti soldati, compreso, se non erro, il suo Aue, vomitano, stanno male, chiedono di essere sostituiti. Quello è uno dei momenti della storia dell’uomo in cui si capisce che anche il peggiore carnefice non può sopportare ogni cosa, e che la banalità del male ha un limite oltre il quale non riesce, o fatica, ad andare. Le autorità tedesche, di conseguenza, cominciano a pensare a una metodologia di massacro più tollerabile per i carnefici: si passa ai gas di scarico dei camion, che vengono però presto abbandonati perché troppo costosi e perché qualcuno, in Germania, ha scoperto lo Zyklon B.

Sembra all’improvviso che tutta la storia d’Europa sia passata in quella piana che separa Kiev da Černobyl’, e in parte è vero. Nonostante la glasnost’, le autorità sovietiche impiegarono alcuni giorni ad avvertire la popolazione del pericolo che stavano correndo dopo lo scoppio del reattore. Ma la gente aveva già cominciato a morire e la nube aveva già cominciato a vagare:

«La cosa che impressiona di più nella Zona contaminata di Chernobyl è il silenzio. Profondo e assoluto, più che nel deserto. Bisogna provare a immaginare una campagna dove non si sentono i rumori degli animali. La mancanza di voci degli umani pare quasi una conseguenza. Il silenzio è tornato a regnare nella campagna ucraina. Come dopo i massacri, la fame e le razzie delle guerre».