Prima che questo sito diventi il laboratorio postumo che non vuole essere, pubblico l’ultima delle scene inedite del Demone a Beslan:

(Visione o sogno)

Guardia, oggi trascrivo un sogno che ho fatto. Non sono del tutto sicuro che fosse un sogno, a dire il vero: posso averlo fatto da sveglio in uno degli innumerevoli momenti della giornata che passo sdraiato nel mio letto di ferro a non fare nulla – perché nulla posso fare. Non importa, non fa differenza che io l’abbia fatto di notte o di giorno, dormendo o da sveglio. Di sicuro avevo mangiato, e c’era stata la solita, orrenda pantomima che tre volte al giorno dobbiamo sopportare per mangiare la vostra sbobba. Te la scrivo, guardia, perché magari leggendola (se queste righe le leggi tu) ti renderai conto di quanto è ridicolo il vostro protocollo: venite in due a portarci il cibo; noi vi sentiamo arrivare perché c’è il rumore delle rotelle del carrello portavivande che cigolano e strisciano pesantemente sulla superficie dei corridoi. Si sente anche l’odore del cibo. Sentiamo l’odore del cibo, anche se è raro che i pasti siano caldi: più che altro mangiamo carne in scatola, pane nero raffermo e qualche cavolo crudo, che ci date senza condimento, senza smetana o aglio o erba cipollina. Sentiamo l’odore di quella roba che ci date da bere, e che dev’essere un surrogato della frutta: una specie di brodaglia pallida, come se qualcuno avesse spremuto della frutta in un bicchiere colmo d’acqua e ci avesse messo un cucchiaio di zucchero. Quindi quando arrivate noi sappiamo perfettamente che sta per arrivare il cibo, che in qualche modo costituisce l’unica distrazione certa della nostra giornata. Funziona così: voi siete in due, uno porta il vassoio e l’altro la chiavetta, il passepartout che serve ad aprire lo sportellino del passavivande che interrompe la serie regolare di forellini della porta della cella, a circa un metro e mezzo da terra. Noi ci prepariamo a ricevervi. Per un motivo che non ho mai capito, quello di voi che tiene la chiave picchia continuamente il manganello sulle ringhiere del baccello e fa un gran fracasso. Non ho mai capito se lo fa per svegliarci, per avvisarci che ci dobbiamo preparare o se è semplicemente un idiota, e quello è il suo modo per dimostrare potere. Noi ci sediamo, con la nostra tutina blu, sul nostro letto in fondo alla cella, le mani bene in vista appoggiate sulle ginocchia, le gambe in parallelo, la testa dritta. Vediamo l’occhio di uno di voi che entra in uno dei forellini della porta e controlla che tutto sia in ordine. Poi si sente il suono del passepartout che entra nella serratura del passavivande, e il cigolio dello sportello che si apre. Quello di voi che trascina il carrello prende il cibo e ve lo appoggia. Quello non è ancora il momento in cui possiamo alzarci e venire a prenderci il cibo: dobbiamo prima aspettare che le due guardie abbiano fatto un passo indietro e che una di loro ci urli di alzarci. Allora ci alziamo, ci avviciniamo alla porta senza fare movimenti bruschi, infiliamo le mani nel buco e portiamo dentro il vassoio. Quando siamo seduti al nostro tavolino di metallo – le mani lungo i fianchi – la guardia del passepartout fa un passo avanti e sigilla il passavivande. In tutta questa operazione, noi non vediamo mai bene i vostri volti, perché in cella c’è sempre più luce che fuori, e l’ombra dei vostri berretti vi nasconde la forma degli occhi. Dopo circa un’ora voi tornate, e la pantomima si ripete al contrario: noi seduti sul letto (le mani eccetera), voi che aprite lo sportello, noi che prendiamo il vassoio e lo portiamo al passavivande, voi che ordinate di allontanarci, noi che ci sediamo sul letto, voi che prendete gli avanzi e ci murate dentro. Nessuna cella di questo braccio ha una finestra.
Insomma avevo mangiato, e mi sono sdraiato. Devo aver chiuso gli occhi, perché non vedere la cella che mi racchiude mi aiuta a non pensare.

Ci sono io che cammino in un posto – non saprei dire dove. Sono solo. C’è qualcosa che mi ricorda il villaggio: il gasometro, la pompa di benzina, i monti che ci nascondono Groznyj sullo sfondo. Ma non è il mio villaggio, è un posto che gli assomiglia. Sto camminando per un sentiero che non mi sembra di conoscere, ma sono tranquillo, non ho paura di niente. Sto tenendo le mani in tasca e forse fischietto qualcosa; a un certo punto sento chiamare il mio nome. Il mio nome! «Marat!» sento, «Marat!». È la voce di mia sorella Milana. Nel sogno o visione non c’è motivo per cui sia morta, Milana è viva. Mi fermo ad aspettarla: Milana è bella, ha i capelli biondi ed è vestita di bianco: sta correndo verso di me con le braccia tese in avanti, e ride, ed è felice.
«Marat!» dice quando ormai mi ha raggiunto, e ha il fiato grosso «Marat! Tu hai sempre camminato molto veloce, Marat… è da più di un’ora che ti rincorro e che ti chiamo, non te ne sei accorto?»
Io vedo che attorno agli occhi le sono spuntate delle rughe, dei piccoli crateri a raggiera che non appartengono ai suoi sedici anni; anche le mani, le sue mani piccole da bambina, sono più cispose, e una serie di increspature le vena sui dorsi. Milana ha sedici anni ma ne dimostra molti di più. Si accorge che le guardo le mani, e indovina il mio pensiero. Si guarda, si schermisce con un cenno del capo: «È perché ho fatto molta fatica!» dice, e quasi ride.
Vedo soltanto ora che è a piedi nudi, ma non che se li è tagliati correndo sul sentiero. Ha lo smalto sulle dita: io odio lo smalto, soprattutto sulle dita dei piedi. Le chiedo dove lo ha trovato, e chi le ha permesso di metterlo. Si schermisce di nuovo, e muove le dita smaltate.
«Ti proibisco di mettere lo smalto!» urlo.
Mi guarda con tenerezza. «Ma io sono grande ormai, Marat! Sono indipendente! Sono una donna, una madre! Sono io che decido per me e per i miei figli!»
I miei figli? Mi accarezza sul mento mentre lo dice, come a volte faceva la madre. Si illumina all’improvviso: «Ma è vero!» dice, «Come sono stupida: tu non hai ancora visto i bambini! E dire che loro mi chiedono sempre del loro zio! Marat! Hai tempo adesso? Vuoi venire a vedere i miei figli?»
Mi prende per mano e mi dice di seguirla. Faccio fatica a starle dietro, perché non sono più abituato a correre. Guardo i suoi piedi che calpestano la ghiaia e la terra dura del sentiero, e il suo vestito bianco. «Vedrai come sono belli, i miei bambini! Vedrai quanti sono! Ti aspettano, Marat! Aspettano il loro zietto che non hanno mai visto!»
Stiamo correndo. Mi sembra di cominciare a riconoscere i luoghi, a questo punto siamo in zone che sono mie, il sentiero, il boschetto di betulle. Milana mi sta portando all’anfiteatro. Quando vediamo, da lontano, le prime rovine, senza smettere di correre Milana dice: «Siamo quasi arrivati, Marat! Sei contento?». Sento un odore strano, pungente, come di disinfettante.
Ci arrampichiamo sugli spalti del nostro disco di pietra. «Chiudi gli occhi» dice Milana, «I miei bambini sono tutti qui, e aspettano che il loro zietto li venga a trovare». Mi tiene le mani sul viso, le sue mani di vecchia. «Aspetta, non li aprire! Promettimi che non li aprirai prima che te lo dica io!»
C’è silenzio, attorno, e non vedo niente. Prometto. Milana urla: «Bambini! Tesori! Sono la mamma! C’è lo zio che è venuto a trovarvi! Siete contenti?»
Nessuno risponde. «Sono contenti!» mi dice Milana, «Ti stanno facendo la festa! Adesso li puoi vedere, puoi aprire gli occhi, Marat: sono tutti qui sotto che ti aspettano».

Mi toglie le mani dal viso. La prima cosa che vedo, di nuovo, sono i suoi piedi smaltati. Adesso mi sembra che siano pieni di sangue, che sgorga da squarci aperti sui talloni, sulle caviglie, in mezzo alle dita. Guardo nell’anfiteatro, e quello che vedo… quello che vedo è i corpi di decine di bambini sdraiati nell’arena, tutti disposti in maniera razionale, spalla contro spalla a pancia in su e con i piedi rivolti nella nostra direzione. Vedo decine di bambini bianchi: bianchi i volti, le mani, i piedi, bianchi i vestiti, i capelli, le orbite. Sono decine di cadaveri ordinatamente disposti nel centro dell’arena e coperti di calce viva, completamente immobili. Hanno tutti gli occhi aperti, credo – nel sogno è così – e mi guardano, guardano me da quei loro spazi cavi privi di orbita e di vita. Io nel sogno ho un mancamento. Mi appoggio al braccio di Milana, che guarda i suoi figli piena d’amore. Mi sembra che il suo viso sia ancora invecchiato, e che i capelli non siano più biondi, ma comincino a tendere al bianco. Si sono fatti crespi, e la pelle del collo le si è rammollita.
«Milana…» dico in un sussurro.
«Sei contento?» mi dice senza guardarmi, e ha la voce più dolce, «Vuoi bene ai miei bambini?»
«Milana…» dico di nuovo, e qualcosa mi si blocca nella gola.
«Sono tutti miei, sai, Marat? Tutti: quella è Alla, quello è Al’bert, quello è Achsar; poi c’è Georgyj, e Irina, Timur, Darima, Aslan, Farisat, Tajmuraz…» me li nomina tutti uno a uno, indicandoli: «Quella è Zinaida, e poi c’è Inessa – che è molto vivace, mi fa sempre disperare -, poi Edita, Boris, Aspar, Chazbi… Sono tutti miei, sai? Li ho concepiti tutti quel giorno…»
«Quale giorno?»
«Quel giorno, Marat. E quando sennò?» Mi sembra che qualcosa le coli lungo le guance secche, forse è una lacrima o forse è trucco, perché adesso mi pare che sia truccata anche in viso «Io voglio bene a ognuno di loro allo stesso modo, sai? Anche se sono così tanti. Voglio bene a tutti perché sono la loro mamma e loro mi amano e si fidano di me».
Poi è l’ora per i bambini di fare il riposino, dice Milana. Mi dice che è meglio che andiamo, tanto ormai li ho visti e so dove li posso andare a trovare. Mi lacrimano gli occhi, e non so se è perché piango o perché gli effluvi della calce viva hanno cominciato a stimolarmi le ghiandole lacrimali.
«Devi venire spesso a trovarci, Marat, adesso che non c’è più niente da fare e hai molto tempo libero. Verrai, Marat, eh, verrai?»