Sembra una civetteria, ma da tempo penso di avere un debito con Vaclav Havel, che pure non ho mai seguito granché né come scrittore né come uomo politico. È per via di una vecchia intervista, pubblicata in Italia in un volume dell’Arcana nel 1993 e fatta, credo, un paio di anni prima: l’intervistatore è Lou Reed. Lou Reed prende un aereo, va a Praga, la visita, gira con una macchina governativa e poi, finalmente, ha accesso alle stanze di Havel – un drammaturgo dissidente che si è fatto anni di carcere e che ora, dopo la cosiddetta Rivoluzione di Velluto, è diventato presidente della Repubblica Ceca. I due, nel Castello, parlano di musica, di libri, di vita sotto la cortina di ferro, di battaglie politiche e di futuro. Havel e i suoi amici ex musicisti ed ex dissidenti hanno organizzato un concerto semiclandestino in un locale per ascoltare dal vivo Lou Reed: i Velvet Underground, dice Havel, sono stati uno dei gruppi censurati dal regime, ma fondamentali per la musica ceca degli anni Settanta. Così oggi, vent’anni più tardi e con il muro appena caduto, qualche decina di dissidenti con i capelli bianchi, amici del Presidente e firmatari della Charta 77, smania per ascoltare Lou Reed dal vivo. Alcune di queste persone, dice Reed, sono state in galera per aver suonato i Velvet, e adesso lui, in qualche modo, gli rende giustizia suonando con loro e per loro.

«È ora che vada. Devo incontrare un ministro straniero o qualcosa del genere. Oh, deve prendere questo» e chinandosi in avanti mi porse un libriccino nero del formato di un diario. «Questi sono i suoi testi stampati a mano e tradotti in cecoslovacco. Ne esistono soltanto duecento copie. Era molto pericoloso possederlo. Della gente è finita in carcere, e adesso lei ne ha uno. Incroci le dita per noi».

Io credo che questa intervista e il racconto dei due giorni praghesi che le fanno da cornice siano stati per me, al di là dei contenuti, una lezione di stile e di voce. Ogni tanto la rileggo e mi ritrovo nel suo passo, nel suo tono, nella sua voce. Non so. Vaclav Havel adesso è morto. Da qualche parte, arrivatami chissà come, ho le bozze di una delle sue pièce teatrali: Memorandum. Suoi bordi, qualcuno a matita ha scritto in italiano delle note di regia. Non so chi sia, ma non importa. Ciò che conta è che io possieda quella bozza, che ha il tono semiclandestino e un po’ carbonaro che aveva il manoscritto originale, scritto nel buio, contro tutto e contro tutti.

«Perché ha resistito, perché non ha ceduto? Come ha potuto sopportare una simile sopraffazione?» E lui ha detto, «Ho resistito perché vivo qui. Stavo solo cercando di fare la cosa giusta. Non avevo previsto che tutto questo sarebbe successo ma non ho mai dubitato che avremmo vinto. Tutto ciò che ho sempre voluto fare era la cosa giusta».