La nostra preistoria sta finendo. Storia e destino di Aldo Schiavone

Il punto di partenza può essere straniante: “Ci siamo ritrovati in un mondo dove l’idea della rete e della connettività immediata e sincronica ha sostituito (…) quella dello sviluppo dialettico e storico”. In pratica, la storia non è più percepita come progresso, come durata. Ci siamo mangiati il passato e, in virtù di questo, ci stiamo mangiando anche il futuro.Storia e destino di Aldo Schiavone è un piccolo saggio uscito qualche mese fa per Le Vele di Einaudi. È un libro difficile da catalogare: scritto con piglio divulgativo, va a toccare temi cruciali per la storia dell’uomo, dall’evoluzione alla rivoluzione industriale, dallo scoppio della bolla informatica alla Guerra Fredda, al salto di specie che in fondo è qui, dietro l’angolo. In alcuni passaggi è un saggio di antropologia culturale, in altri di storia, in altri ancora di divulgazione scientifica. Quello che conta, però, è che va a toccare alcuni nervi scoperti del pensiero contemporaneo e li rilegge secondo una prospettiva per certi versi “post-umana” – su cui si può essere o non essere d’accordo, ma di cui si deve senz’altro tenere conto. Provo a elencare gli spunti di riflessione offerti da questo piccolo libro, che parla dell’uomo e che, per una volta, parlando del nostro presente non ci relega in un tempo “postumo” ed esaurito, ma in un’epoca chiave in cui c’è molto da fare e da cambiare:

L’accelerazione: la Terra ha quattro miliardi e mezzo di anni; le prime forme di vita sono comparse per la prima volta – con una certa approssimazione – circa tre miliardi di anni fa: per circa due miliardi e mezzo di anni, però, la vita avrebbe risieduto in forme elementari e monocellulari, sostanzialmente ripetendo, a livello biologico, delle strutture basilari. Negli ultimi cinquecentosettanta milioni di anni, invece, è “accaduto di tutto”, e l’evoluzione ha cominciato improvvisamente ad accelerare producendo in un tempo relativamente breve strutture complesse, all’apice delle quali ci siamo noi, gli uomini. Dice Schiavone:

“Pur restando nella cornice di una lentezza geologica, assistiamo a una progressiva riduzione degli intervalli (…) fra il verificarsi di cambiamenti significativi, fino a incontrare, assai tardi, il piano di scorrimento lungo il quale sulla storia della Terra e della vita si innesta quella dell’intelligenza umana e della sua capacità tecnica.”

Finalisticamente, Schiavone ritiene la nascita dell’uomo il primo e il più importante di una serie di punti di arrivo evoluzionistici: ciò è dovuto al fatto che, secondo l’autore, l’uomo è l’unica forma di vita in grado di sviluppare coscientemente il proprio pensiero. Tutto questo comporta una scissione epocale tra due categorie fondamentale, quella dell’evoluzione e quella dell’intelligenza: in una parola, nella dicotomia tra natura e cultura, la seconda viaggia a ritmi più veloci della prima, in qualche modo non le corrisponde e impone il proprio ritmo al progresso di specie. L’intelligenza umana procede in maniera più rapida rispetto all’evoluzione biologica. Il primo autentico punto di rottura risale a più o meno diecimila anni fa, quando avvenne la prima vera rivoluzione tecnologica della storia grazie all’introduzione dell’agricoltura e della metallurgia. È la tecnologia che accelera l’evoluzione di specie. Il secondo punto di rottura risale alla rivoluzione industriale. Tra queste due rotture, sostiene Schiavone, l’umanità si è trovata in una sorta di limbo evolutivo, privo di un autentico progresso scientifico e tecnologico: “dal punto di vista delle condizioni materiali, la vita di un gentiluomo del Settecento non differiva poi molto da quella di un legionario di Cesare.” La rivoluzione industriale, però, imprime un’ulteriore accelerazione. L’Ottocento che era iniziato con le candele e i velieri si chiude con le automobili, le ferrovie, il telefono, la fotografia: in cento anni, l’uomo progredisce più che in tutte le epoche precedenti, e comincia a contare il tempo in decenni anziché in secoli.

La terza rivoluzione: la rivoluzione industriale si è esaurita, e stiamo entrando in un terzo tempo, che è quello della rivoluzione tecnologica. Questa terza rivoluzione, dice Schiavone, ha il compito di traghettarci in un regime dove la separazione tra vita e intelligenza – tra natura e cultura – verrà definitivamente superata:

“Le basi naturali della nostra esistenza smetteranno presto di essere un presupposto immodificabile dell’agire umano, e diventeranno un risultato storicamente determinato della nostra cultura.”

Il nuovo ordine: la differente velocità di natura e cultura ci ha fatto nei secoli considerare la prima come un principio immobile. Naturalmente non è così: si è sempre trattato di una differenza di scala “tra le vicende dell’ultima storia dell’uomo e quelle dell’universo e della vita”. L’uomo ha però usato la natura come una sorta di ripostiglio, di deposito dove custodire regole che di epoca in epoca venivano ritenute basilari (e sempiterne). L’ordine naturale delle cose non è mai stato immobile, ma è talmente lento da poter essere ritenuto stabile, immutabile e sacro. A questo proposito sono molto interessanti alcuni passaggi sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’idea di natura:

“negli ultimi tre secoli la Chiesa cattolica si è ritrovata a contendere palmo a palmo all’indagine scientifica la descrizione e la spiegazione dell’universo e della vita, combattendo e perdendo grandi scontri, da Galilei a Darwin, ma sapendo tutte le volte, dopo ogni sconfitta, ricostruire più indietro una linea di difesa accettabile, e sempre meno legata alla letteralità dei testi biblici. In questo progressivo ritrovarsi, oggi la teologia pare aver completamente abbandonato la fisica e la cosmologia (…) Il confine da difendere a tutti i costi sembra attraversare adesso la biologia. (…) L’idea della generica sacralità della natura si è concentrata, così, in quella specifica della vita.”

Il nuovo ordine che va via via definendosi è un ordine tecnologico, governato dall’informatica (con l’intelligenza artificiale e i computer quantistici) e, appunto, dalla biologia, con il controllo e la replica dei meccanismi evolutivi dei viventi. La strada intrapresa dalla biologia è quella del salto di specie, della compenetrazione tra l’umano e il non umano. Quando questo avverrà – e per Schiavone il momento è più vicino di quanto si può credere – la dimensione “naturale” sarà andata perduta a favore di quella “culturale”. Viene citato Edward Wilson: “Noi ci stiamo congedando dalla selezione naturale. Stiamo per guardare in noi stessi, e decidere cosa vogliamo diventare”. Con la tecnica faremo concorrenza alla selezione naturale e abbatteremo definitivamente il confine tra naturale e artificiale. Addirittura, Schiavone arriva a dire che

“Credo che la generazione a cui appartengo e quella dei suoi figli saranno fra le ultime a fare i conti con l’esperienza della morte, almeno nei termini in cui la nostra specie l’ha incontrata finora (…)Fin dove spingere la propria vita (…) diventerà probabilmente una scelta soggettiva, in rapporto ai costi sociali della sua durata (…)”

Queste trasformazioni non sono futuribili, sono qui, e sono iniziate ad esempio con la fioritura delle tecnologie mediche, o con l’invenzione degli antibiotici – che agiscono sull’organismo a livello biologico.

Una nuova politica, una nuova etica: da questa prospettiva non si torna indietro, e l’unica soluzione è l’adeguamento. Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, di “un’etica della trasformazione e non della conservazione”: dobbiamo renderci conto che stiamo per superare la specie, liberandoci dalla “prigionia” della naturalità evolutiva. Ecco come si chiude, concettualmente, il libro:

“E qui mi pare che ogni questione ruoti intorno al principio dell’unità dell’umano (…): se esso andrà considerato o meno un valore assoluto nell’età della sua possibile disintegrazione”.