Su Mo Yan, a ruota libera

Leggo Mo Yan e «sento» Tolstoj. Non che ci sia un filo rosso che dal secondo porta al primo: si tratta di due scrittori profondamente diversi. Il secondo, per esempio, non si abbandonerebbe mai all’elemento fantastico e surreale che invece accompagna i libri del primo; allo stesso tempo, anche quando è crudo, il realismo di Tolstoj non ha mai l’asprezza di quello di Mo Yan. E così via: si potrebbe scrivere per pagine su ciò che non li accomuna. Eppure leggo uno e sento l’altro. Sarà per via del fatto che, per me, la letteratura è essenzialmente una questione di voce: le domande che mi assillano quando leggo o quando scrivo sono «Da dove viene la voce che sta parlando? Verso dove si dirige? Chi la raccoglie?» – il perché questa voce parli e venga raccolta, invece, è un problema che arriva dopo, dal momento non sempre e non per forza ci deve essere un perché di tutte le cose. La voce in Tolstoj è quasi sempre la voce di Tolstoj. Non credo di aver mai trovato, nella mia vita, uno scrittore con la mano più ferma e la voce più certa. La grandezza di Tolstoj sta tutta nel polso con cui tiene la pagina, nella forza che si sprigiona da ogni singolo vocabolo: alla fine della Morte di Ivan Ilič, uno legge che «Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov’è? Ma che morte? Non c’era più paura perché non c’era più morte» e gli sembra che non ci sia altro da sapere sugli ultimi istanti di un uomo. Allo stesso modo, nel famosissimo attacco di Anna Karenina stanno racchiusi molti romanzi, così come nel mal di denti finale di Vronskij, che dice più di pagine e pagine di dialoghi fitti e di introspezione. Ecco, in Mo Yan io vedo questa forza, questo polso fermo. Non so come spiegare altrimenti.
Le atrocità del Supplizio del legno di sandalo sono raccontate con un iperrealismo e una minuzia ai limiti del tollerabile (tanto da costringere lo stesso Mo Yan a una nota finale di chiarimento), ma nel romanzo non si fa mai pornografia della tortura e del dolore: Mo Yan mostra le sevizie e la sofferenza ma non ne gode, non le estetizza. La sua penna è contadina, dice quel che c’è da dire senza girarvi troppo attorno: il sangue «cola» e non «sgorga», per così dire, la merda è merda. Non c’è pornografia.
Leggendo lo splendido Le sei reincarnazioni di Ximen Nao ho provato dopo molto tempo la voglia di trovarmi davanti a un libro che non finisse mai, in cui potermi immergere per sempre. Ho sperato che le reincarnazioni fossero ben più di sei (oltretutto, se ne raccontano per esteso soltanto quattro), e dire che si tratta di un libro di oltre 700 pagine. Mo Yan rilegge la storia della Cina della seconda metà del Novecento attraverso l’occhio estraniato – ma non troppo – di un asino, di un toro, di un maiale, di un cane e, in parte, di una scimmia. Gli animali, reincarnazione del vecchio proprietario terriero Ximen Nao, ritornano nei suoi luoghi e vivono la loro vita di bestie mentre fuori ci sono la Rivoluzione Culturale, il Grande balzo in avanti, la morte di Mao, il capitalismo di Stato e così via. Ognuno di loro conserva il ricordo delle sue vite passate, tra cui spicca, naturalmente, quella di uomo. Così, l’asino Ximen è il fedele servitore di Lan Lian, un tempo dipendente di Ximen Nao. Il maiale Zhu Sedicesimo vive nel porcile di Ximen Jinlong – figlio, votato alla Causa, di Ximen Nao. E così via: ogni animale è ora di proprietà di un figlio, un nipote, un’ex concubina, un servitore di Ximen Nao, e a voler fare il gioco degli intrecci di parentele e amicizie tra uomini e bestie ci si passerebbe la giornata. Naturalmente, il solo a essere consapevole di tutto questo è Ximen Nao reincarnato. Il libro è raccontato da due diversi narratori, che si dividono le reincarnazioni e che solo a tratti intervengono l’uno nel racconto dell’altro: Lan Qiansui, ultima incarnazione di Ximen Nao, nato il primo giorno del nuovo millennio, che all’età di cinque anni decide di rievocare le sue vite passate; Lan Jiefang, figlio di Lan Lian, come il padre segnato da una metà della faccia di colore blu. Questi narratori, con una voce molto simile, restituiscono la storia della Cina attraverso l’occhio straniato degli animali e di chi, per via di una deformazione fisica, è sempre stato un soggetto “particolare” nel villaggio dello Shandong dove è ambientata la storia.
Nel Supplizio di legno di sandalo, la storia era anticipata, almeno parzialmente, dai versi dell’Opera dei gatti: una cantata popolare tramandata di cantore in cantore, in cui eccelleva Sun Bing, il protagonista (suo malgrado) del libro. Quello che gli uomini non riescono a dire, nel Supplizio, lo dice l’Opera dei gatti, che è sì fatta dagli uomini, ma questi si fingono gatti e possono dire ciò che vogliono. Le pagine dedicate all’Opera, nel libro, sono di una bellezza irraggiungibile. Molti scrittori che conosco, anche bravissimi, si bloccano davanti a una bellezza irraggiungibile: conosco per esempio un grande scrittore che ama Faulkner alla follia, ma che non lo può leggere mentre compone i suoi libri. Il complesso di inferiorità che la lettura di Luce d’agosto o Mentre morivo gli provoca lo blocca e gli fa sembrare inutile ogni sforzo. A me succede l’esatto contrario: benché sappia che è irraggiungibile, solo una bellezza assoluta mi spinge e mi sprona. Quando leggo libri mediocri provo una rabbia tale che mi si blocca la mano. Ogni volta che leggo un libro grandioso, invece, mi innamoro di nuovo della letteratura e degli uomini che la fanno, e provo il desiderio inestinguibile di far parte della loro schiera. Perciò, leggere Mo Yan e dare istintivamente un’accelerata al lavoro preparatorio per il libro nuovo sono stati una sola cosa.
In un mondo dove ci fosse giustizia nel mondo delle lettere, e dove i lettori fossero in grado di vedere al di là del proprio naso, nessuno parlerebbe della metà degli americani che normalmente vengono adorati, e ci si scambierebbe sottobanco nelle scuole le Sei reincarnazioni.
Le Sei reincarnazioni riesce a essere nello stesso momento un romanzo storico e surreale, tragico e profondamente comico: il Re Yama che beffa continuamente Ximen Nao, facendogli credere ogni volta di restituirgli sembianze umane salvo poi gettarlo in un porcile o una cuccia, è un Mefistofele spietato e burlone, molto vicino agli dei greci che continuamente gabbano gli eroi, ma con un’anima popolaresca, quasi da osteria. La storia della Cina scorre in filigrana tra le imprese degli animali e degli uomini che se ne prendono cura, e Mo Yan rende perfettamente verosimili personaggi i cui capelli, se tagliati, perdono sangue che ha proprietà lenitive, o animali che si comportano come uomini e provano pietà per le vicende umane, o eunuchi castratori, o demoni che, stufi delle lamentele dei morti, ne hanno quasi timore.
Nel suo delirio, Vaslav Nižinskij scrisse a un certo punto che voleva che il manoscritto del suo diario fosse fotografato perché sentiva che fosse vivo: «vivo» è il primo aggettivo che mi viene in mente quando penso alla mano con cui il fabbro Tolstoj forgiò le sue storie e le monumentali figure dei suoi personaggi; «viva» è ogni frase che compone i capolavori del più grande scrittore vivente, il cinese Mo Yan.

Ultima scena inedita del Demone a Beslan

Prima che questo sito diventi il laboratorio postumo che non vuole essere, pubblico l’ultima delle scene inedite del Demone a Beslan:

(Visione o sogno)

Guardia, oggi trascrivo un sogno che ho fatto. Non sono del tutto sicuro che fosse un sogno, a dire il vero: posso averlo fatto da sveglio in uno degli innumerevoli momenti della giornata che passo sdraiato nel mio letto di ferro a non fare nulla – perché nulla posso fare. Non importa, non fa differenza che io l’abbia fatto di notte o di giorno, dormendo o da sveglio. Di sicuro avevo mangiato, e c’era stata la solita, orrenda pantomima che tre volte al giorno dobbiamo sopportare per mangiare la vostra sbobba. Te la scrivo, guardia, perché magari leggendola (se queste righe le leggi tu) ti renderai conto di quanto è ridicolo il vostro protocollo: venite in due a portarci il cibo; noi vi sentiamo arrivare perché c’è il rumore delle rotelle del carrello portavivande che cigolano e strisciano pesantemente sulla superficie dei corridoi. Si sente anche l’odore del cibo. Sentiamo l’odore del cibo, anche se è raro che i pasti siano caldi: più che altro mangiamo carne in scatola, pane nero raffermo e qualche cavolo crudo, che ci date senza condimento, senza smetana o aglio o erba cipollina. Sentiamo l’odore di quella roba che ci date da bere, e che dev’essere un surrogato della frutta: una specie di brodaglia pallida, come se qualcuno avesse spremuto della frutta in un bicchiere colmo d’acqua e ci avesse messo un cucchiaio di zucchero. Quindi quando arrivate noi sappiamo perfettamente che sta per arrivare il cibo, che in qualche modo costituisce l’unica distrazione certa della nostra giornata. Funziona così: voi siete in due, uno porta il vassoio e l’altro la chiavetta, il passepartout che serve ad aprire lo sportellino del passavivande che interrompe la serie regolare di forellini della porta della cella, a circa un metro e mezzo da terra. Noi ci prepariamo a ricevervi. Per un motivo che non ho mai capito, quello di voi che tiene la chiave picchia continuamente il manganello sulle ringhiere del baccello e fa un gran fracasso. Non ho mai capito se lo fa per svegliarci, per avvisarci che ci dobbiamo preparare o se è semplicemente un idiota, e quello è il suo modo per dimostrare potere. Noi ci sediamo, con la nostra tutina blu, sul nostro letto in fondo alla cella, le mani bene in vista appoggiate sulle ginocchia, le gambe in parallelo, la testa dritta. Vediamo l’occhio di uno di voi che entra in uno dei forellini della porta e controlla che tutto sia in ordine. Poi si sente il suono del passepartout che entra nella serratura del passavivande, e il cigolio dello sportello che si apre. Quello di voi che trascina il carrello prende il cibo e ve lo appoggia. Quello non è ancora il momento in cui possiamo alzarci e venire a prenderci il cibo: dobbiamo prima aspettare che le due guardie abbiano fatto un passo indietro e che una di loro ci urli di alzarci. Allora ci alziamo, ci avviciniamo alla porta senza fare movimenti bruschi, infiliamo le mani nel buco e portiamo dentro il vassoio. Quando siamo seduti al nostro tavolino di metallo – le mani lungo i fianchi – la guardia del passepartout fa un passo avanti e sigilla il passavivande. In tutta questa operazione, noi non vediamo mai bene i vostri volti, perché in cella c’è sempre più luce che fuori, e l’ombra dei vostri berretti vi nasconde la forma degli occhi. Dopo circa un’ora voi tornate, e la pantomima si ripete al contrario: noi seduti sul letto (le mani eccetera), voi che aprite lo sportello, noi che prendiamo il vassoio e lo portiamo al passavivande, voi che ordinate di allontanarci, noi che ci sediamo sul letto, voi che prendete gli avanzi e ci murate dentro. Nessuna cella di questo braccio ha una finestra.
Insomma avevo mangiato, e mi sono sdraiato. Devo aver chiuso gli occhi, perché non vedere la cella che mi racchiude mi aiuta a non pensare.

Ci sono io che cammino in un posto – non saprei dire dove. Sono solo. C’è qualcosa che mi ricorda il villaggio: il gasometro, la pompa di benzina, i monti che ci nascondono Groznyj sullo sfondo. Ma non è il mio villaggio, è un posto che gli assomiglia. Sto camminando per un sentiero che non mi sembra di conoscere, ma sono tranquillo, non ho paura di niente. Sto tenendo le mani in tasca e forse fischietto qualcosa; a un certo punto sento chiamare il mio nome. Il mio nome! «Marat!» sento, «Marat!». È la voce di mia sorella Milana. Nel sogno o visione non c’è motivo per cui sia morta, Milana è viva. Mi fermo ad aspettarla: Milana è bella, ha i capelli biondi ed è vestita di bianco: sta correndo verso di me con le braccia tese in avanti, e ride, ed è felice.
«Marat!» dice quando ormai mi ha raggiunto, e ha il fiato grosso «Marat! Tu hai sempre camminato molto veloce, Marat… è da più di un’ora che ti rincorro e che ti chiamo, non te ne sei accorto?»
Io vedo che attorno agli occhi le sono spuntate delle rughe, dei piccoli crateri a raggiera che non appartengono ai suoi sedici anni; anche le mani, le sue mani piccole da bambina, sono più cispose, e una serie di increspature le vena sui dorsi. Milana ha sedici anni ma ne dimostra molti di più. Si accorge che le guardo le mani, e indovina il mio pensiero. Si guarda, si schermisce con un cenno del capo: «È perché ho fatto molta fatica!» dice, e quasi ride.
Vedo soltanto ora che è a piedi nudi, ma non che se li è tagliati correndo sul sentiero. Ha lo smalto sulle dita: io odio lo smalto, soprattutto sulle dita dei piedi. Le chiedo dove lo ha trovato, e chi le ha permesso di metterlo. Si schermisce di nuovo, e muove le dita smaltate.
«Ti proibisco di mettere lo smalto!» urlo.
Mi guarda con tenerezza. «Ma io sono grande ormai, Marat! Sono indipendente! Sono una donna, una madre! Sono io che decido per me e per i miei figli!»
I miei figli? Mi accarezza sul mento mentre lo dice, come a volte faceva la madre. Si illumina all’improvviso: «Ma è vero!» dice, «Come sono stupida: tu non hai ancora visto i bambini! E dire che loro mi chiedono sempre del loro zio! Marat! Hai tempo adesso? Vuoi venire a vedere i miei figli?»
Mi prende per mano e mi dice di seguirla. Faccio fatica a starle dietro, perché non sono più abituato a correre. Guardo i suoi piedi che calpestano la ghiaia e la terra dura del sentiero, e il suo vestito bianco. «Vedrai come sono belli, i miei bambini! Vedrai quanti sono! Ti aspettano, Marat! Aspettano il loro zietto che non hanno mai visto!»
Stiamo correndo. Mi sembra di cominciare a riconoscere i luoghi, a questo punto siamo in zone che sono mie, il sentiero, il boschetto di betulle. Milana mi sta portando all’anfiteatro. Quando vediamo, da lontano, le prime rovine, senza smettere di correre Milana dice: «Siamo quasi arrivati, Marat! Sei contento?». Sento un odore strano, pungente, come di disinfettante.
Ci arrampichiamo sugli spalti del nostro disco di pietra. «Chiudi gli occhi» dice Milana, «I miei bambini sono tutti qui, e aspettano che il loro zietto li venga a trovare». Mi tiene le mani sul viso, le sue mani di vecchia. «Aspetta, non li aprire! Promettimi che non li aprirai prima che te lo dica io!»
C’è silenzio, attorno, e non vedo niente. Prometto. Milana urla: «Bambini! Tesori! Sono la mamma! C’è lo zio che è venuto a trovarvi! Siete contenti?»
Nessuno risponde. «Sono contenti!» mi dice Milana, «Ti stanno facendo la festa! Adesso li puoi vedere, puoi aprire gli occhi, Marat: sono tutti qui sotto che ti aspettano».

Mi toglie le mani dal viso. La prima cosa che vedo, di nuovo, sono i suoi piedi smaltati. Adesso mi sembra che siano pieni di sangue, che sgorga da squarci aperti sui talloni, sulle caviglie, in mezzo alle dita. Guardo nell’anfiteatro, e quello che vedo… quello che vedo è i corpi di decine di bambini sdraiati nell’arena, tutti disposti in maniera razionale, spalla contro spalla a pancia in su e con i piedi rivolti nella nostra direzione. Vedo decine di bambini bianchi: bianchi i volti, le mani, i piedi, bianchi i vestiti, i capelli, le orbite. Sono decine di cadaveri ordinatamente disposti nel centro dell’arena e coperti di calce viva, completamente immobili. Hanno tutti gli occhi aperti, credo – nel sogno è così – e mi guardano, guardano me da quei loro spazi cavi privi di orbita e di vita. Io nel sogno ho un mancamento. Mi appoggio al braccio di Milana, che guarda i suoi figli piena d’amore. Mi sembra che il suo viso sia ancora invecchiato, e che i capelli non siano più biondi, ma comincino a tendere al bianco. Si sono fatti crespi, e la pelle del collo le si è rammollita.
«Milana…» dico in un sussurro.
«Sei contento?» mi dice senza guardarmi, e ha la voce più dolce, «Vuoi bene ai miei bambini?»
«Milana…» dico di nuovo, e qualcosa mi si blocca nella gola.
«Sono tutti miei, sai, Marat? Tutti: quella è Alla, quello è Al’bert, quello è Achsar; poi c’è Georgyj, e Irina, Timur, Darima, Aslan, Farisat, Tajmuraz…» me li nomina tutti uno a uno, indicandoli: «Quella è Zinaida, e poi c’è Inessa – che è molto vivace, mi fa sempre disperare -, poi Edita, Boris, Aspar, Chazbi… Sono tutti miei, sai? Li ho concepiti tutti quel giorno…»
«Quale giorno?»
«Quel giorno, Marat. E quando sennò?» Mi sembra che qualcosa le coli lungo le guance secche, forse è una lacrima o forse è trucco, perché adesso mi pare che sia truccata anche in viso «Io voglio bene a ognuno di loro allo stesso modo, sai? Anche se sono così tanti. Voglio bene a tutti perché sono la loro mamma e loro mi amano e si fidano di me».
Poi è l’ora per i bambini di fare il riposino, dice Milana. Mi dice che è meglio che andiamo, tanto ormai li ho visti e so dove li posso andare a trovare. Mi lacrimano gli occhi, e non so se è perché piango o perché gli effluvi della calce viva hanno cominciato a stimolarmi le ghiandole lacrimali.
«Devi venire spesso a trovarci, Marat, adesso che non c’è più niente da fare e hai molto tempo libero. Verrai, Marat, eh, verrai?»

Vaclav Havel e la voce

Sembra una civetteria, ma da tempo penso di avere un debito con Vaclav Havel, che pure non ho mai seguito granché né come scrittore né come uomo politico. È per via di una vecchia intervista, pubblicata in Italia in un volume dell’Arcana nel 1993 e fatta, credo, un paio di anni prima: l’intervistatore è Lou Reed. Lou Reed prende un aereo, va a Praga, la visita, gira con una macchina governativa e poi, finalmente, ha accesso alle stanze di Havel – un drammaturgo dissidente che si è fatto anni di carcere e che ora, dopo la cosiddetta Rivoluzione di Velluto, è diventato presidente della Repubblica Ceca. I due, nel Castello, parlano di musica, di libri, di vita sotto la cortina di ferro, di battaglie politiche e di futuro. Havel e i suoi amici ex musicisti ed ex dissidenti hanno organizzato un concerto semiclandestino in un locale per ascoltare dal vivo Lou Reed: i Velvet Underground, dice Havel, sono stati uno dei gruppi censurati dal regime, ma fondamentali per la musica ceca degli anni Settanta. Così oggi, vent’anni più tardi e con il muro appena caduto, qualche decina di dissidenti con i capelli bianchi, amici del Presidente e firmatari della Charta 77, smania per ascoltare Lou Reed dal vivo. Alcune di queste persone, dice Reed, sono state in galera per aver suonato i Velvet, e adesso lui, in qualche modo, gli rende giustizia suonando con loro e per loro.

«È ora che vada. Devo incontrare un ministro straniero o qualcosa del genere. Oh, deve prendere questo» e chinandosi in avanti mi porse un libriccino nero del formato di un diario. «Questi sono i suoi testi stampati a mano e tradotti in cecoslovacco. Ne esistono soltanto duecento copie. Era molto pericoloso possederlo. Della gente è finita in carcere, e adesso lei ne ha uno. Incroci le dita per noi».

Io credo che questa intervista e il racconto dei due giorni praghesi che le fanno da cornice siano stati per me, al di là dei contenuti, una lezione di stile e di voce. Ogni tanto la rileggo e mi ritrovo nel suo passo, nel suo tono, nella sua voce. Non so. Vaclav Havel adesso è morto. Da qualche parte, arrivatami chissà come, ho le bozze di una delle sue pièce teatrali: Memorandum. Suoi bordi, qualcuno a matita ha scritto in italiano delle note di regia. Non so chi sia, ma non importa. Ciò che conta è che io possieda quella bozza, che ha il tono semiclandestino e un po’ carbonaro che aveva il manoscritto originale, scritto nel buio, contro tutto e contro tutti.

«Perché ha resistito, perché non ha ceduto? Come ha potuto sopportare una simile sopraffazione?» E lui ha detto, «Ho resistito perché vivo qui. Stavo solo cercando di fare la cosa giusta. Non avevo previsto che tutto questo sarebbe successo ma non ho mai dubitato che avremmo vinto. Tutto ciò che ho sempre voluto fare era la cosa giusta».

 

L’accelerazione

La nostra preistoria sta finendo. Storia e destino di Aldo Schiavone

Il punto di partenza può essere straniante: “Ci siamo ritrovati in un mondo dove l’idea della rete e della connettività immediata e sincronica ha sostituito (…) quella dello sviluppo dialettico e storico”. In pratica, la storia non è più percepita come progresso, come durata. Ci siamo mangiati il passato e, in virtù di questo, ci stiamo mangiando anche il futuro.Storia e destino di Aldo Schiavone è un piccolo saggio uscito qualche mese fa per Le Vele di Einaudi. È un libro difficile da catalogare: scritto con piglio divulgativo, va a toccare temi cruciali per la storia dell’uomo, dall’evoluzione alla rivoluzione industriale, dallo scoppio della bolla informatica alla Guerra Fredda, al salto di specie che in fondo è qui, dietro l’angolo. In alcuni passaggi è un saggio di antropologia culturale, in altri di storia, in altri ancora di divulgazione scientifica. Quello che conta, però, è che va a toccare alcuni nervi scoperti del pensiero contemporaneo e li rilegge secondo una prospettiva per certi versi “post-umana” – su cui si può essere o non essere d’accordo, ma di cui si deve senz’altro tenere conto. Provo a elencare gli spunti di riflessione offerti da questo piccolo libro, che parla dell’uomo e che, per una volta, parlando del nostro presente non ci relega in un tempo “postumo” ed esaurito, ma in un’epoca chiave in cui c’è molto da fare e da cambiare:

L’accelerazione: la Terra ha quattro miliardi e mezzo di anni; le prime forme di vita sono comparse per la prima volta – con una certa approssimazione – circa tre miliardi di anni fa: per circa due miliardi e mezzo di anni, però, la vita avrebbe risieduto in forme elementari e monocellulari, sostanzialmente ripetendo, a livello biologico, delle strutture basilari. Negli ultimi cinquecentosettanta milioni di anni, invece, è “accaduto di tutto”, e l’evoluzione ha cominciato improvvisamente ad accelerare producendo in un tempo relativamente breve strutture complesse, all’apice delle quali ci siamo noi, gli uomini. Dice Schiavone:

“Pur restando nella cornice di una lentezza geologica, assistiamo a una progressiva riduzione degli intervalli (…) fra il verificarsi di cambiamenti significativi, fino a incontrare, assai tardi, il piano di scorrimento lungo il quale sulla storia della Terra e della vita si innesta quella dell’intelligenza umana e della sua capacità tecnica.”

Finalisticamente, Schiavone ritiene la nascita dell’uomo il primo e il più importante di una serie di punti di arrivo evoluzionistici: ciò è dovuto al fatto che, secondo l’autore, l’uomo è l’unica forma di vita in grado di sviluppare coscientemente il proprio pensiero. Tutto questo comporta una scissione epocale tra due categorie fondamentale, quella dell’evoluzione e quella dell’intelligenza: in una parola, nella dicotomia tra natura e cultura, la seconda viaggia a ritmi più veloci della prima, in qualche modo non le corrisponde e impone il proprio ritmo al progresso di specie. L’intelligenza umana procede in maniera più rapida rispetto all’evoluzione biologica. Il primo autentico punto di rottura risale a più o meno diecimila anni fa, quando avvenne la prima vera rivoluzione tecnologica della storia grazie all’introduzione dell’agricoltura e della metallurgia. È la tecnologia che accelera l’evoluzione di specie. Il secondo punto di rottura risale alla rivoluzione industriale. Tra queste due rotture, sostiene Schiavone, l’umanità si è trovata in una sorta di limbo evolutivo, privo di un autentico progresso scientifico e tecnologico: “dal punto di vista delle condizioni materiali, la vita di un gentiluomo del Settecento non differiva poi molto da quella di un legionario di Cesare.” La rivoluzione industriale, però, imprime un’ulteriore accelerazione. L’Ottocento che era iniziato con le candele e i velieri si chiude con le automobili, le ferrovie, il telefono, la fotografia: in cento anni, l’uomo progredisce più che in tutte le epoche precedenti, e comincia a contare il tempo in decenni anziché in secoli.

La terza rivoluzione: la rivoluzione industriale si è esaurita, e stiamo entrando in un terzo tempo, che è quello della rivoluzione tecnologica. Questa terza rivoluzione, dice Schiavone, ha il compito di traghettarci in un regime dove la separazione tra vita e intelligenza – tra natura e cultura – verrà definitivamente superata:

“Le basi naturali della nostra esistenza smetteranno presto di essere un presupposto immodificabile dell’agire umano, e diventeranno un risultato storicamente determinato della nostra cultura.”

Il nuovo ordine: la differente velocità di natura e cultura ci ha fatto nei secoli considerare la prima come un principio immobile. Naturalmente non è così: si è sempre trattato di una differenza di scala “tra le vicende dell’ultima storia dell’uomo e quelle dell’universo e della vita”. L’uomo ha però usato la natura come una sorta di ripostiglio, di deposito dove custodire regole che di epoca in epoca venivano ritenute basilari (e sempiterne). L’ordine naturale delle cose non è mai stato immobile, ma è talmente lento da poter essere ritenuto stabile, immutabile e sacro. A questo proposito sono molto interessanti alcuni passaggi sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’idea di natura:

“negli ultimi tre secoli la Chiesa cattolica si è ritrovata a contendere palmo a palmo all’indagine scientifica la descrizione e la spiegazione dell’universo e della vita, combattendo e perdendo grandi scontri, da Galilei a Darwin, ma sapendo tutte le volte, dopo ogni sconfitta, ricostruire più indietro una linea di difesa accettabile, e sempre meno legata alla letteralità dei testi biblici. In questo progressivo ritrovarsi, oggi la teologia pare aver completamente abbandonato la fisica e la cosmologia (…) Il confine da difendere a tutti i costi sembra attraversare adesso la biologia. (…) L’idea della generica sacralità della natura si è concentrata, così, in quella specifica della vita.”

Il nuovo ordine che va via via definendosi è un ordine tecnologico, governato dall’informatica (con l’intelligenza artificiale e i computer quantistici) e, appunto, dalla biologia, con il controllo e la replica dei meccanismi evolutivi dei viventi. La strada intrapresa dalla biologia è quella del salto di specie, della compenetrazione tra l’umano e il non umano. Quando questo avverrà – e per Schiavone il momento è più vicino di quanto si può credere – la dimensione “naturale” sarà andata perduta a favore di quella “culturale”. Viene citato Edward Wilson: “Noi ci stiamo congedando dalla selezione naturale. Stiamo per guardare in noi stessi, e decidere cosa vogliamo diventare”. Con la tecnica faremo concorrenza alla selezione naturale e abbatteremo definitivamente il confine tra naturale e artificiale. Addirittura, Schiavone arriva a dire che

“Credo che la generazione a cui appartengo e quella dei suoi figli saranno fra le ultime a fare i conti con l’esperienza della morte, almeno nei termini in cui la nostra specie l’ha incontrata finora (…)Fin dove spingere la propria vita (…) diventerà probabilmente una scelta soggettiva, in rapporto ai costi sociali della sua durata (…)”

Queste trasformazioni non sono futuribili, sono qui, e sono iniziate ad esempio con la fioritura delle tecnologie mediche, o con l’invenzione degli antibiotici – che agiscono sull’organismo a livello biologico.

Una nuova politica, una nuova etica: da questa prospettiva non si torna indietro, e l’unica soluzione è l’adeguamento. Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, di “un’etica della trasformazione e non della conservazione”: dobbiamo renderci conto che stiamo per superare la specie, liberandoci dalla “prigionia” della naturalità evolutiva. Ecco come si chiude, concettualmente, il libro:

“E qui mi pare che ogni questione ruoti intorno al principio dell’unità dell’umano (…): se esso andrà considerato o meno un valore assoluto nell’età della sua possibile disintegrazione”.

Il libro dell’anno

Il demone a Beslan ha la possibilità di diventare il Libro dell’anno della trasmissione di Radio 3 Fahrenheit. Per votarlo, è sufficiente mandare, da oggi a venerdì, una mail a fahre@rai.it, con l’indicazione del titolo, dell’autore e dell’editore. La proclamazione sarà domenica prossima 11 dicembre, durante una puntata speciale della trasmissione in diretta da “Più libri più liberi”.

Qui c’è l’elenco dei libri con cui concorre il Demone.