A Lisbona, una sera, un uomo di cinquant’anni sta seduto addosso alla serranda abbassata di un supermercato, nella Praça do Rossio, il catino buono di questa città che brulica di mare, di marmo, di ceramica, di gente, di commessi viaggiatori, di vita. Gira il collo con fatica a destra e a manca, deve soffrire molto: il suo volto non c’è. Il volto di quest’uomo senza volto è sommerso di carne, è una minestra immonda di escrescenze, di esplosioni, di piccole proboscidi di fibre che gli cancellano il naso, il contorno degli occhi, le orecchie, la possibilità di una barba. Gli viene concessa soltanto un’idea di bocca, una piccola fica spostata lateralmente nella quale, con una noncuranza che non dovrebbe essere dei deformi, l’uomo di Lisbona infila un pezzo di sigaro. La carne cola lungo lo sterno dell’uomo, si appoggia all’apertura della camicia: quando l’uomo si volta, la massa informe della sua faccia si sposta, si appoggia alla spalla, si riposa sugli omeri. Scopro che il volto dell’uomo è deturpato da un enorme tumore, che può arrivare a pesare venti chili, e che una complicata operazione chirurgica lo può ridurre, lo può dimezzare, ma chissà com’è fatto il sistema sanitario del Portogallo?

Il mio desiderio è quello di fotografare quest’uomo, di portare con me un’immagine, una piccola icona di questa deformità così violenta e spaccona per osservarla quando sono nella mia casa. Penso che questo sia il momento della mia vita in cui in assoluto sono stato più vicino a una concreta manifestazione di ciò che è vivo. Noi ci trucchiamo e ci vestiamo e ci rifacciamo per allontanare la morte. Noi ci tiriamo, ci asciughiamo e ci coloriamo per rifiutare di dover morire. L’uomo invece getta la propria faccia e le proprie tumescenze sul marciapiede, e c’è una verità in questo che non so spiegare e che mi commuove.

Il mio istinto è quello di ringraziarlo, di ammirarlo per la sua mostruosità, perché è nella mostruosità che all’improvviso vedo e riconosco una prossimità con la vera vita, con la realtà delle cose; per un attimo penso che quest’uomo sia fortunato, ma che probabilmente non è in grado di riconoscere la propria ricchezza, e odia l’esplosione di vita e di verità che gli devasta la faccia – e che racconta ai passanti che questa è la nudità delle cose.