Metto qui una (splendida) recensione del Demone che Teo Lorini ha scritto per il numero di “Confronti” di questo mese. “Confronti” è un mensile legato in qualche modo al partito socialista della Svizzera italiana.

La violenza e la disorganizzazione del raid russo nonché le censure che si abbatterono sulla stampa nei giorni successivi rendono impossibile un bilancio più preciso. Durante gli scontri, durati ore, muoiono tutti i membri della cellula terrorista tranne un uomo, che verrà condannato all’ergastolo nel 2006. Chi è costui? Che cosa l’ha portato davanti alla scuola n.1? Che cosa o chi l’ha reso ciò che è diventato? Chi è davvero il Demone che si è manifestato a Beslan quel giorno di settembre?

A queste domande ha risposto un 33.enne, Andrea Tarabbia, scrittore e studioso di letteratura russa. Non l’ha fatto però con un saggio o un reportage, ma con un romanzo che non ha niente in comune con la narrativa italiana controllata, traslucida, autoreferenziale ed esausta di questi anni. Il demone a Beslan, uscito ad agosto per Mondadori, ha per protagonista proprio quell’unico sopravvissuto. Chiuso nel cubicolo di un carcere russo dove le luci non si spengono mai e la solitudine è infinita, ammalato, forse delirante, Marat Bazarev scrive la sua storia su fogli di carta che qualcuno (una guardia? un prete? un fantasma?) gli passa ogni giorno sotto la porta.

È una storia di oppressione e violenza, del Male che si incarna nella vita di Marat sotto forma di una začiska, un rastrellamento fatto di «violenze, stupri, saccheggi del nostro niente». Rientrato a casa dall’anfiteatro di pietra che ha conosciuto i suoi giochi di bambino e i suoi goffi corteggiamenti di adolescente, Marat scopre, nelle poche tracce rimaste del massacro della sua famiglia e di tutto il suo villaggio, quanto vale la vita di un ceceno nell’impero di Putin-la-faina. Così il ragazzo che era stato de-

riso per non aver voluto imparare a usare il kalashnikov («Un ceceno che non sa sparare», gli ridevano addosso i più grandi, «è un uomo morto; un ceceno che sa sparare è un uomo morto che prima di morire ha difeso la sua terra») afferra la testa di una forca e con quella inizia la sua marcia, un lungo e tenace pellegrinaggio destinato a terminare nell’inferno di fuoco di Beslan, durante il quale Marat dipana un computo allucinato del male ricevuto e di quello inferto, di ciò che «i nostri popoli si sono fatti l’un l’altro, di chi ha ragione e di chi ha torto, di chi ha più ragione e chi ha più torto».

Non sono però solo la difficoltà di rendere un’ambientazione così inusuale o i sei anni di lavoro per leggere migliaia di pagine di saggi e testimonianze a rendere unico Il demone a Beslan. E neppure l’ammirevole controllo di uno stile alieno dai compiacimenti linguistici e capace di raccontare lo strazio con asciutto pudore e d’infiammarsi in pagine concitate e splendide come il serratissimo finale. Quello che colpisce davvero nel romanzo di Tarabbia è l’ardimento con cui questo giovane scrittore si è posto dinnanzi al tema del Male e ha accettato di confrontarsi con una tradizione che rimonta sino a Dostoevskij e Céline e che concepisce il sogno che noi uomini chiamiamo letteratura come il modo per indagare il mistero della nostra condizione, la nostra infinita debolezza, la nostra smisurata pietà. In un’epoca tramortita e cinica come questa c’è bisogno di scrittori che, come Andrea Tarabbia, ci ricordino quali potenzialità, quanto di terribile e di meraviglioso si porta dentro questo demone chiamato Uomo.