Ripropongo un vecchio pezzo che è anche, per me, una specie di esperimento: una recensione in fieri di Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Consiglio di rimandare la lettura a chi non ha ancora letto il libro e ha intenzione di farlo, perché questo scritto contiene più di un’anticipazione sulla vicenda.

Leggo Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Ho impiegato molto a decidere di farlo, perché leggerlo non è stata una scelta mia – ma di un gruppo di persone a cui tengo uno dei gruppi di lettura con cui mi pago le spese del condominio. Inoltre, avevo cominciato e lasciato lì – qualche anno fa – Ogni cosa è illuminata: l’avevo preso in mano in un momento in cui avevo l’influenza, e mi aveva annoiato a morte dopo un paio di capitoli. Mi era poi piaciuto molto il film, e su questo credo che tornerò. Insomma non posso dire che Safran Foer sia un autore che mi interessi – questo non per una qualche forma di pregiudizio, ma per il semplice motivo che, benché mi ritenga relativamente onnivoro e aspiri a leggere tutto – ci sono alcune cose che non mi prendono, non mi incuriosiscono, e Foer è una di queste.

Dico poi che a me infastidiscono quei libri in cui conta l’impaginazione, la grafica del testo: le pagine colorate, le scritte a mano, le soluzioni bizzarre – anche se ne capisco e afferro la portata: mi sembrano però delle forzature, delle cose in più, dei guizzi da tipografo e degli inutili ammiccamenti al lettore: «Hai visto quanta fantasia e immaginazione ho, eh? Lo vedi? È evidente! L’ho messa in rosso alle pagine 70, 103, 246 e 321!»

Detto questo, lo sto letteralmente divorando: leggo una media di 90 pagine al giorno (la sera, prima di dormire). L’ho cominciato giovedì e ho già superato pagina 250 – con tutto che per motivi di lavoro sto anche leggendo altro e sto studiando. Al di là di un primo capitolo per me irritante, e di un attacco brutto quasi quanto il titolo, ho finalmente capito perché tutti parlano di Foer come di un grande scrittore, una specie di prodigio eccetera. I motivi per cui il libro mi piace sono però anche i motivi per cui difficilmente leggerò qualcos’altro di suo, e spero di riuscire a spiegare il perché.

Dunque: il libro è bello, si fa leggere, è interessante, fa ridere, fa piangere (spesso all’interno della stessa pagina), commuove. È sul piano umano un libro bellissimo, pieno di verve e di invenzioni comiche e drammatiche e di guizzi. Ha una serie di ritornelli insieme divertenti e commuoventi (le scarpe che pesano, l’Insomma che scandisce il dettato di Oskar, le lettere automatiche di Hawking). È un libro intelligente e formidabile per tutto il lavoro che si intravede dietro – e con lavoro non intendo la documentazione, ma l’impianto immaginativo e culturale che Foer ha mobilitato per metterlo giù. Foer ha un grande talento narrativo, e ha una voce che è inconfondibilmente sua.

Non riesco però a levarmi dalla testa, mentre leggo, la parola «maniera». Tutto è manierista, nel libro: i personaggi, le situazioni, i ricordi (a partire dal bombardamento di Dresda per arrivare all’irritante sistema di comunicazione inventato dal nonno, con quei quadernetti che sfoglia di continuo e che sono un inno all’artificio letterario), l’impianto, la successione dei capitoli, la lingua, gli inserti, le immagini (dal volo degli uccelli alle didascalie «visive» che spiegano e implementano il testo); c’è qualcosa di costruito: Oskar, il bambino protagonista, è un personaggio cerebrale nel senso più radicale del termine: Foer l’ha «pensato», non «sentito», questa è la mia opinione, così come ha «pensato» e non «sentito» i personaggi minori, le situazioni, i volteggi della storia. È, insomma, un libro artificiale, costruito pezzo a pezzo per essere witty, ora comico ora tragico, ma sempre giocato sul filo di una capacità inventiva che è tutta a tavolino, mirata su un determinato tipo di pubblico e di critica democratica.

Questo è fastidioso, benché sia qualcosa che arriva in sottofondo, per così dire, e in superficie rimanga una storia gradevole, a tratti appassionante e spesso stupefacente. Il lettore vi trova tutto, nascosto sotto una patina di facilità e di leggibilità, e ne esce rassicurato nel caso avesse dubbi sullo stato di salute della narrativa. In realtà, quello che gli viene propinato è un buon prodotto, intelligente e raffinato, che lo rassicura sul fatto che, oggi come oggi,  «ci si può divertire mentre si pensa».

Ci sarebbero gli elementi, qui, per avviare una riflessione sul romanzo americano contemporaneo – di cui Molto forte ecc incarna perfettamente tutti gli stilemi (metropoli postmoderna, memoria, saga familiare, protagonista bizzarro e accattivante, terrorismo, cinematograficità dello sguardo, apparente leggerezza soprattutto nei dialoghi). Ma adesso non ne ho voglia, e mi fermo qui. Dico solo che questo manierismo e in fondo questo dare al lettore quello che si aspetta (sia pure una grande invenzione e una freschezza) è almeno in parte il canone del nostro tempo.

Tutto sommato, una volta fatta la conta dei pro e dei contro, delude le aspettative: tutta l’immane architettura, le continue prolessi, le parti diaristiche, quel suo tirare in ballo Dresda e il passato bizzarro della sua famiglia, tutto questo conduce in realtà a un nulla di fatto; allo stesso modo, tutto l’impianto narrativo, in gran parte costruito sulle ricerche da parte di Oskar del fantomatico Mr (o Mrs) Black, finisce per rivelarsi una immane bolla di sapone: la ricerca di Oskar non porta a niente – cosa che ci può stare – ma è sulla qualità di questo niente che mi pongo delle domande: era necessario tutto quell’armamentario di invenzioni, note, digressioni, passioni ecc per arrivare alla solita cassetta di sicurezza che, per inciso, non viene mai aperta? Nel momento del climax, mi pare, la narrazione crolla, in qualche modo si spegne, torna su se stessa senza lasciare traccia. Tra l’altro ci viene anche detto che tutta la ricerca di Oskar era in qualche modo pilotata dalla madre, e poteva chiudersi al primo giro se la signorina della seconda casa non avesse quel giorno litigato col marito.

È debole, o mi sembra debole. Perché, chiedo, mi devi portare in giro per trecento pagine se sai che non mi porterai a niente? Non potevi organizzare il discorso in un altro modo? Non ti suona un po’ fittizia tutta quella mole di notizie se sapevi da subito che si trattava di una bolla di sapone?

Per molte pagine ci viene nominato l’inquilino della nonna, che all’inizio siamo portati a credere sia una specie di amante. Dopo qualche capitolo (direi dopo il secondo Perché non sono dove siete voi) si annusa in maniera abbastanza chiara che quell’inquilino è in realtà il nonno che è tornato in America. Però Foer fa finta di niente per un altro paio di centinaia di pagine, contando sul fatto che il lettore non lo sgami e creda a tutto quello che gli viene detto. Così, quando arriva la specie di rivelazione, in realtà al lettore viene semplicemente confermata una cosa che sospettava da tempo – e tutte le parti successive, dove il nonno racconta il perché e il per come del suo ritorno, diventano sostanzialmente un di più, per quanto siano piacevoli da leggere.

Scena del disseppellimento della bara, al cimitero. Era necessaria? A cosa porta? Al fatto che il nonno riesca a chiudere un ciclo e “consegnare” finalmente le sue lettere mai spedite al figlio? Ma perché ci deve portare lì? Cosa c’entra col romanzo? Se le lettere rimanessero nei cassetti della casa dove il figlio è stato concepito, non sarebbe addirittura più forte? Tutta questa parte del romanzo mi sembra ancora più artificiale delle evoluzioni di Oskar: è come se Foer avesse bisogno di fare continui parallelismi tra varie famiglie (del passato e del presente) e vari dolori, e volesse portare per forza la narrazione sul binario di un’identificazione costante tra tutti i padri del romanzo e tutti i figli del romanzo. Questo vale sia per le coppie Oskar/papà che papà di Oskar/nonno di Oskar, che per le altre coppie padre/figlio contenute nel libro: Black della chiave/padre scomparso del Black della chiave (altro scrittore logorroico di lettere stavolta spedite), papà di Harlem/figlio neonato di Harlem (qui Foer aveva bisogno di una personificazione dell’amore paterno e della tenerezza, che nelle altre coppie – eccetto Oskar/papà di Oskar – non trova), Ron/figlia morta di Ron (esatto contrario della coppia Oskar/papà di Oskar – perché qui è il genitore a essere sopravvissuto e a soffrire: infatti Oskar non sopporta Ron, che lo mette di fronte a un tipo di dolore complementare al suo e per lui insopportabile: il dolore che sua papà avrebbe provato se lui fosse morto l’11 settembre).

Ma questa architettura di rimandi e parallelismi, benché ben congegnata, è falsa. Molte delle coppie (su tutte Black della chiave/padre scomparso del Black della chiave, ma anche entro un certo margine nonna/nonno, soprattutto dopo il ritorno del nonno) e le loro storie sono artificiali e gratuite.

Per “far tornare tutto” spesso Foer forza le cose, spiega troppo, e per spiegare ovviamente gonfia il testo e apre traiettorie che poi non gli interessa chiudere. Ma a lui basta spiegare, basta che sia tutto chiaro.

Personaggi e scene inutili: ad esempio tutta la pippa di Ruth Black sull’Empire, e la storia della sua vita. Di nuovo, tutto l’armamentario comunicativo del nonno (YES/NO, i quaderni, le lettere) è totalmente gratuito, anche se può essere visto come una bella metafora. Dopo un po’ ha il problema di diventare stucchevole, esagerato, e, soprattutto, non ha un’evoluzione. Il nonno arriva muto, “risolve” almeno in parte i suoi problemi, e se ne torna muto da dove era venuto. Il tutto senza avere un vero e proprio impatto decisivo sul romanzo e su Oskar.

È un saggio di bravura, di capacità tecnica, ma non va molto al di là del gioco. Torno a dire che non è un libro «sentito», e la cosa mi sembra perlomeno strana: come fa uno scrittore che vive a New York a misurarsi con l’undici settembre senza «sentirlo»? Ci sono una freddezza, un calcolo, e, anche, un autocompiacimento nella scrittura di Foer che davvero non capisco.

La tecnica, la tecnica. È il libro ideale per una scuola di scrittura. La letteratura c’entra con le scuole di scrittura? (Risolvi).

La letteratura è entertainment? È solo visione, visivo, o può anche essere qualcos’altro, qualcosa di più doloroso e profondo? Può essere qualcosa che non fa mai i conti con la noia, ad esempio? E con gli abissi? E con la lentezza? Cazzo, nella vita c’è anche questo!

È cinematografico: ogni personaggio è pensato – con la sua mole di tic, il suo passato pesante, i suoi modi di dire e di fare – per essere memorabile una volta visto. Come cazzo fai a dimenticarti un vecchio di 103 anni che mette un chiodo al giorno dentro le sponde di legno del letto? E di un altro che non parla più e che si è tatuato SI e NO sulle mani? E di una specie bambino prodigio che è una sorta di enciclopedia per i piccoli? E di due coniugi che hanno fatto l’uno il museo dell’altro? E di una donna che per anni scrive la propria vita usando una macchina da scrivere senza inchiostro? E di un appartamento diviso in Zone di Niente e Zone di Qualcosa?

A dispetto di tutta questa ricerca dell’originalità, del guizzo, il finale è scialbo. Il libro si chiude con una specie di rewind. Muore un po’ lì.

Che tipo di lettore cerca Foer? Che lettore vuole? L’ho detto: un lettore democratico, colto, intelligente e voglioso di farsi prendere nel vortice di una leggerezza intelligente. Il modello è wikipedia – lo dico senza ironia e soprattutto senza cattiveria: molte delle informazioni che si trovano nel libro non vanno al di là della curiosità, della cosa buffa e witty sentita durante un aperitivo tra gente colta.

La simpatia. Foer deve essere un tipo simpatico.

La leggerezza a ogni costo. È un valore? In un certo senso sì. Ma è l’unico valore? È così che ci dobbiamo descrivere? È solo così che vogliamo leggere la contemporaneità, soprattutto davanti alle tragedie del nostro tempo?

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