L’inizio, tra Wagner e Ophelia, è il tentativo di costruire una foresta di simboli; è anche, allo stesso tempo, con quei suoi fondali finti, i movimenti rallentati e le immagini esageratamente cariche e posticce, un modo per dire allo spettatore: «Ehi, stai attento, qui siamo sul piano simbolico, per favore coglilo».

Nel corso del film ci sono altri momenti che hanno questo tono: per esempio, nella seconda parte, Kirsten Dunst “prende il sole” alla luce azzurra di Melancholia, in una scena dove è fin troppo evidente il piano simbolico; per sottolineare la cosa, Trier torna a proporre, in questi pochi fotogrammi, un fondale finto.

I dialoghi. È un film parlato in modo strano, o così mi è parso. Per esempio, la madre delle due sorelle (Charlotte Rampling, invecchiata alla scandinava) parla solamente per slogan cinici; i dialoghi tra le due sorelle, che potrebbero essere il nerbo del film, si sfilacciano nelle frasi fatte: nella prima parte Justine (la Dunst) dice alla sorella, invece che la parola “depressione”, che ha dei fili di lana grigia che le avvolgono le gambe; bella immagine, ma ci sono due problemi: il primo è che cade lì, viene per così dire abbandonata (tempo venti secondi si parla d’altro); il secondo è che la stessa immagine ci era già stata mostrata nel prologo, ossia nel piano simbolico. Quante volte ce lo devi dire? Non lo sai che se li spieghi, i simboli, smettono di essere simboli? Anche l’altro dialogo tra le sorelle – quello su cui dovrebbe fondarsi il film – crolla rovinosamente: a un certo punto, la Dunst dice che «sa le cose». Alla richiesta di Claire (Charlotte Gainsbourg) di spiegarsi meglio, risponde sostanzialmente «perché sì». Che uno poi faccia più di due ore di film per far dire alla sua protagonista che non c’è vita se non sulla terra (ma ancora per poco) e che la terra è cattiva, mi sembra un po’ poco.

Insomma, tu metti delle persone (una depressa, una normale, un innamorato di astronomia e così via) al cospetto di una catastrofe cosmica che sta per spazzar via la terra. Li vuoi far parlare o no? La vita, la morte, la scomparsa della specie: possibile che nessuno tiri fuori niente di tutto questo? Avevi l’occasione, non dico di essere Bergman o Dostoevskij, però…

Tutta la parte sul pubblicitario e sullo slogan è assolutamente grottesca, ma anche un po’ gratuita.

Non c’è praticamente mai panico. La Gainsbourg piange costantemente negli ultimi sette o otto minuti.

Le tette delle Dunst sono al centro della scena per tutta la prima parte; quando non sono costrette nel corpetto del vestito del matrimonio è perché il neo-sposo ci sta affondando la faccia; nella seconda parte, mentre “prende il sole”, sono in primo piano. A domanda, credo, von Trier tirerebbe fuori il piano simbolico.

È un film profondamente europeo: per esempio, solitamente i film americani, quando mettono in scena una catastrofe epocale, raccontano in parallelo la storia di un amore infelice che diventa felice al cospetto dell’apocalisse; oppure si tratta di un rapporto padre-figlio che si ricuce e via su questo tono. Qui niente si ricuce, niente si riconcilia, anzi, semmai è il contrario. Ovviamente, poi, non c’è il lieto fine.

Questione del matrimonio: in quasi tutti i film che ho visto (tolto Scene da un matrimonio, ma quello è un altro pianeta), la coppia di sposi funziona così – e Melancholia non fa eccezione: uno dei due è il protagonista, l’altro è una specie di pupazzo che ha il preciso ruolo di veder frustrata ogni sua iniziativa e, soprattutto, di ostacolare – con la sua inutile richiesta di attenzioni – le azioni del protagonista. Viene anche solitamente mollato nel giro di un’ora/un’ora e mezza e, cosa curiosa, né lui né il partner soffrono granché. Soprattutto, e questo mi è sempre sembrato privo di senso, gli sposi danno sempre la sensazione di conoscersi nel giorno del loro matrimonio: scoprono manie dell’altro, tradimenti, aspetti segreti della vita. Quando il film è una commedia, queste cose non solo vengono accettate, ma servono addirittura ad “aumentare l’amore”.

Insomma Trier è depresso, fa un film che si chiama Melancholia dove Melancholia è un enorme pianeta azzurro che sta per impattare con la terra per distruggerla; la sua protagonista è una depressa che, in una delle scene simboliche, fa il bagno nella luce del pianeta azzurro. C’è qualcosa del film a tesi.

Bella la scena iniziale della macchina troppo grande per passare dal sentiero. Anche se l’insistenza con cui Trier si sofferma nell’abitacolo mi ha fatto pensare di nuovo ai simboli. (Io non ho niente contro i simboli, sia chiaro: io ce l’ho contro chi ti tira per la manica e ti dice «Ehi! Questo è un simbolo!»).

Ci mette un sacco a finire, questo film: la Gainsbourg poteva prendere una macchina di meno, poteva piovere una volta sola eccetera. Dopo la notte in cui il pianeta lambisce la terra la prima volta c’era solo da far fare qualcosa di umano alla Dunst (la grotta per il nipote): non c’era bisogno di tirarla in lunga per ancora mezz’ora.

Claire è il doppio di Justine. Justine e Claire sono le due facce della stessa persona. Una è mora e l’altra è bionda. Funziona così da centinaia di anni.

Bello ma conservatore il discorso sul fil di ferro. Un lembo, mi pare, di vero cinema. Non ci sono telescopi che tengano davanti a un cannocchiale costruito con un bastoncino e, appunto, del fil di ferro.

È stata volutamente eliminata la parte per così dire “sociale” della catastrofe: non ci sono gli “altri”, tutto è chiuso tra una villa e un giardino. Però, insomma, mi sembra un po’ assurdo che la Gainsbourg si informi la sera prima dell’impatto su quanto sta per succedere nel mondo.

«Organizzo una situazione impossibile e ho bisogno che il lettore accetti la mia proposta. Se lo fa, vi posso assicurare che tutto diventa implacabilmente logico».

José Saramago

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