Questo racconto è stato scritto e presentato circa un anno fa, in occasione della quinta edizione di Esor-dire al Festival Scrittori in città di Cuneo. Non so perché la vita di Mandel’štam mi ossessioni e mi affascini quasi più della sua scrittura.

[Voronež, Unione Sovietica, seconda metà degli anni Trenta]

Quando venne ad aprirci la porta era bianca in viso e aveva le mani sporche di terra. Sul tavolo, che con un paio di sedie sfondate, una branda, la stufa, un fornelletto e qualche bricco costituiva la totalità dell’arredamento della stanza, un uovo bianco era posato su un piattino. Quello che chiamavano il poeta era seduto alla finestra con indosso un pigiama sporco. Mi sembrò che il nostro arrivo inatteso avesse interrotto di colpo una litania incomprensibile e bassa, prodotta da una sottile voce maschile: non appena aveva capito che stavamo arrivando, Mandel’štam si era zittito di colpo, e tuttavia continuava a non interessarsi a noi, e a muovere la bocca come se masticasse.

(Fëdor Stepanovič, l’agronomo che li frequentava, ce l’aveva detto: «Non troverete fogli, nella casa, non troverete penne e non cercatele: se volete incastrarlo, avvicinatevi alla casa in silenzio, e prima di bussare alla porta ascoltate. Troverete le prove che vi servono». E ci aveva detto anche: «Non interrogate lui, sarebbe inutile. Da tempo non è più lucido, e passa le giornate a ripetere i suoi versi alla moglie. Parlate con lei»).

Guardai l’uovo sul tavolo e mi rivolsi alla donna:

«Nadežda Jakovlevna» dissi «Abbiamo per caso interrotto la vostra cena?»

Lei si pulì le mani nel grembiule, impastandolo di terra. Solo allora notai che il suo corpo era sformato all’altezza dell’addome, e i suoi occhi erano segnati da due profondi solchi neri.

«No, caporale» disse «L’uovo è ancora sul tavolo. Stavo preparando l’acqua per il tè».

«E non avete pane, Nadežda Jakovlevna?».

«Non abbiamo pane, caporale. L’abbiamo avuto fino a ieri».

Dmitrij Apollonovič fece dentro la stanza alcuni passi che sembrarono disassare il pavimento. Il poeta aprì gli occhi e ci guardò.

«Chi vi dà le uova?» chiese Mitja.

«Fëdor Stepanovič» rispose la donna «Altre volte le scambiamo al mercato con quello che coltiviamo».

«Già, a voi hanno dato un orto» disse Mitja, avvicinandosi alla finestra sul retro.

La donna ebbe un leggero fremito sul viso, che represse fingendo di grattarsi. Una striscia di terra le rimase aggrappata a una guancia.

«Si direbbe che ha da poco finito di lavorare la terra, Nadežda Jakovlevna» dissi «È lei che se ne occupa?»

«Mio marito è molto debole, caporale: non riesce a stare in piedi per molto».

Per la prima volta nella mia vita mi avvicinai a Mandel’štam di qualche passo. Il poeta adesso non masticava più, ma se ne stava immobile a guardarci. Mi chinai verso di lui, appoggiando le mani sulle ginocchia. Nel silenzio di quel momento, mi parve di udire il colpo di frusta che sibilò sul cuore della moglie. Lo fissai negli occhi e li trovai come disattivati.

«È molto malato, Osip Emil’evič?» chiesi «Non ci va mai, lei, nell’orto?»

«Non ci vado mai» pronunciò, quasi senza voce. Ci guardammo per un istante, il mio naso largo che quasi avvolgeva il suo becco. Il nostro Piccolo Padre, nella sua sterminata magnanimità e conoscenza, nel 1934 osò definire questa inutile camola un maestro, anche se fece seguire alla parola un punto di domanda. Mentre lo osservavo, provai un’improvvisa sensazione di freddo. («Non siate crudeli con lui» ci aveva detto l’agronomo «Non usategli violenza. Quest’uomo che insulta il nostro Padre conosce a memoria la Commedia dantesca nell’originale italiano»).

Da dov’era, Mitja si girò all’improvviso sui tacchi e disse: «Ci sono». Mi riscossi e mi sollevai, voltando le spalle al poeta. «È sicuro, Dmitrij Apollonovič?» chiesi.

«Senza alcun dubbio» rispose, indicando un punto indefinito nello spazio recintato dell’orto. Una goccia di sudore gli colava lungo le tempie nonostante l’autunno fosse inoltrato.

Mi avvicinai alla finestra, il bianco dell’uovo mi entrò negli occhi mentre sulla faccia sporca di Nadežda Mandel’štam compariva un fiato di morte. Il freddo che avevo sentito guardando il poeta mi scese negli stivali per poi risalire come un colpo di fucile lungo le gambe e la spina dorsale, mentre guardavo nella direzione indicata da Mitja. Quattro lievi rigonfiamenti butteravano il terreno sotto le rape.

Dovetti sedermi al tavolo, nell’unica sedia libera. Tirai un respiro profondo, e pensai che ancora una volta il Piccolo Padre e Fëdor Stepanovič avevano avuto ragione. Presi l’uovo dal piattino, lo rigirai nella mano e infine lo puntai verso la moglie del poeta. Poi dissi senza prendere fiato:

«Nadežda Jakovlevna, nel cortile della vostra abitazione di Čerdyn’ sono stati ritrovati i resti di otto corpi di neonati decomposti. Abbiamo ragione di credere che non tutti siano il frutto del vostro matrimonio, ma sappiamo da fonte certa che la pratica dell’infanticidio è proseguita anche qui a Voronež. L’omicidio in Unione Sovietica è soggetto al supremo grado di punizione, e lo è anche la volontà di non dare un futuro socialista al nostro Paese. Devo chiederle di accompagnarci nell’orto».

La donna lanciò un urlo nascondendosi le mani nel grembiule, mentre alle mie spalle la voce del poeta riprese per un minuto la litania dei versi mandati a memoria, quindi si interruppe. Ci fu un interminabile momento di niente, al quale pose fine Mitja andando a larghe falcate verso la porta che dava sull’orto e spalancandola. «Le conviene non fare resistenza» urlò.

Nadežda Mandel’štam gli corse appresso, e fece per toccarlo su una spalla.

«Non ci provi!» urlò Mitja, la mano sul calcio della pistola.

«Non abbiamo mai avuto figli!» urlava intanto la donna, lacerando il grembiule con le mani sporche «Non ne abbiamo mai voluti! Osip! Osja! Diglielo anche tu, che noi non abbiamo mai…» si interruppe come se un pensiero terribile le avesse trafitto gli emisferi cerebrali. E fu quel pensiero che io colsi:

«Cosa, Nadežda Jakovlevna? Cosa voleva dire?» dissi, calmo «Forse che per voi fare figli nella terra dei soviet è sempre equivalso a commettere un mostruoso delitto? Forse che per voi dare dei figli al Piccolo Padre perché sotto la sua guida ci portino nel futuro è una cosa tanto inconcepibile da preferirle l’omicidio? È questo che voleva dire?» indicai la figura sfibrata del poeta sulla sedia «O forse pensate che le carte imbrattate da quell’individuo brucoidale valgano più di qualunque braccio messo a disposizione della patria?»

«Non ci sono carte!» urlò la donna «Potete cercarle per tutta la casa! Non scrive più, è da quando glielo avete imposto, nel 1933, che non scrive più!»

«Sappiamo che non scrive ma compone, Nadežda Jakovlevna, sappiamo che continuate a farvi beffe dello Stato passando le vostre giornate di parassiti rimbalzandovi a memoria i versi che la sua mente deviata non smette di creare. Lo sappiamo, Nadežda Jakovlevna, abbiamo dei testimoni!»

«Fëdor Stepanovič!» urlò la donna, rimettendosi le mani sul volto, ma intanto Mitja era saltato nell’orto, aveva recuperato una vanga e aveva già infilato la lama nel primo rigonfiamento.

«Non c’è nulla, là sotto!» urlò la moglie del poeta. La strattonai per un braccio scaraventandola a terra. Dietro le finestre dall’altra parte della strada le ombre degli uomini e delle donne di Voronež balenarono come grandi uova nere e subito si ritrassero all’interno.

La prima buca non era molto profonda: è difficile scavare a fondo in questo terreno duro. Dopo pochi minuti, la fronte sudata, Mitja disse che gli era sembrato di aver toccato qualcosa di morbido. Nadežda Jakovlevna non si era ancora rialzata da terra: rimaneva inginocchiata nella fanghiglia secca dell’orto, le mani abbandonate in grembo come una vergine. Mitja piantò la pala nel terreno ed estrasse dalla buca una sacca di tela grezza dalla quale non proveniva alcun odore. «È molto leggera» disse. La appoggiò per terra, sciolse il laccio che la teneva chiusa, vi guardò dentro e poi me la passò.

Dall’interno della casa, il rumore di un corpo che a fatica si solleva e si trascina ci fece voltare tutti verso la porta. La sagoma prosciugata del poeta comparve sulla soglia, appoggiata alla sedia che si era trascinata nel vuoto del locale. Si fermò a guardarci, come succhiata dall’interno, e parve voler parlare:

«Non nascono più figli, caporale» disse «Non nascono più i vivi». Un attacco di tosse lo squassò e lo costrinse a sedersi, dando a tutta la scena un aspetto grottesco. «Io sono morto da tempo, e in una certa misura lo è anche mia moglie. Voi non potete uccidere dei morti. Allo stesso modo, i morti non possono generare figli. Non sappiamo ciò che è successo a Čerdyn’ dopo che ce ne siamo andati. So che non mi crederete, ma è così. Prendete pure ciò che è contenuto in quelle sacche, schedate tutto: sono cose passate che il gelo avrebbe distrutto presto». Con lentezza si portò un indice alla tempia, e solo allora notai che dalla tasca del pigiama spuntava l’orrendo uovo bianco con cui poco prima avevo emesso la mia sentenza. Si accasciò sullo schienale della sedia abbracciandosi la testa, mentre dal grumo di carne e terra della moglie usciva un pianto sottile.

«Cosa facciamo, caporale?» chiese Mitja. Provavo di nuovo freddo.

«La ributti dentro» dissi senza pensare «La seppellisca».

«Come?»

«Non è quello che stavamo cercando».

«Ma qui dentro…»

«Lì dentro, Dmitrij Apollonovič, ci sono cose per le quali torneremo presto».

«Se ne sbarazzeranno».

Guardai le due figure, che sembravano addormentate: «No. I morti non si sbarazzano delle cose passate. Ricopra la buca e per il momento dimentichi».

Mitja abbandonò la pala sulla buca ricoperta, mentre nessuno dei Mandel’štam si era mosso. Dall’altra parte della strada, l’ombra esile di un ragazzino scomparve dietro l’angolo di una casa.

«Lasciateci stare» disse la donna mentre le passavamo accanto «Non vi possiamo nuocere in nessun modo. Lasciategli vivere quello che gli resta».

«Questo non succederà, Nadežda Jakovlevna, e lo sapete bene. Il Piccolo Padre non ha dimenticato».

Mandel’štam non si mosse quando lo urtammo per varcare la soglia. Solo le sue labbra erano ancora vive, perché entrambi uscimmo sulla via accompagnati da un lamento indecifrabile.