Su Osip Mandel’štam

Leggendo il meraviglioso e durissimo L’epoca e i lupi, che Nadežda Mandel’štam ha scritto raccontando la vita di Mandel’štam e del secolo russo, si capisce che una delle ragioni principali della persecuzione del regime nei confronti del marito furono dei versi che Osip recitò in casa di amici sul finire del 1933: come la maggior parte dei componimenti di Mandel’štam, essa non ha titolo, ed è dedicata a Stalin:

 

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,

i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,

ma dove c’è soltanto una mezza conversazione

ci si ricorda del montanaro del Cremlino.

Le sue grosse dita sono grasse come vermi,

e le sue parole sicure come fili a piombo.

Ridono i suoi baffi da scarafaggio,

e brillano i suoi gambali.

Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile

e lui si diletta dei servigi dei semi-uomini.

Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola,

se soltanto lui ciarla o punta il dito.

Come ferri di cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,

a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte, a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.

Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna,

largo petto da Osseta.

 

Esiste una variante di questo componimento: i versi 3-4, in una versione precedente, recitano: «Si sente soltanto il montanaro del Cremlino/l’assassino, lo sbaragliamugicchi». Mandel’štam, dicevo, recitò questi versi in casa di amici. Poco dopo, ci fu il primo arresto. Durante l’istruttoria gli venne letta la poesia contro Stalin e lui, sbalordito, la stette ad ascoltare. Pare addirittura che scrisse su un foglietto i versi dell’altra variante quando gli venne chiesto se ne esistevano altre versioni. Molte poesie di Mandel’štam – da un certo punto in poi quasi tutte – non venivano scritte. Nadežda racconta nel suo libro come lei e Osip, nell’esilio di Voronež, usassero ripetersi fino allo sfinimento i versi di Osip, in modo da mandarli a memoria: in questo modo, potevano conservare le poesie (molte delle quali, morto Osip, vennero pubblicate grazie al «dettato» di Nadežda) senza lasciarne traccia.

Il 3 dicembre 1972, iniziando un articolo nella sua rubrica letteraria sul Tempo, Pier Paolo Pasolini ebbe a chiedersi, a proposito di Osip Mandel’štam, se la sua fosse stata una “vita”[i]. Questa osservazione, del tutto priva di vis polemica ma volta semplicemente ad aprire il campo ad un’analisi comparata dell’opera del poeta e delle sue scelte di vita, mi ha fatto tornare in mente l’apertura di un brevissimo pamphlet del 1928, intitolato Čitatel’ i pisatel’ [Lettore e scrittore – tradotto in italiano come Il poeta parla di sé][ii] in cui un Mandel’štam al quale sono già pervenute più ingiunzioni a non pubblicare scrive: «La rivoluzione d’Ottobre non ha potuto fare a meno di esercitare un’influenza sul mio lavoro, poiché mi ha tolto la “biografia”, la sensazione di un significato personale.» Pasolini descrive la vita di Mandel’štam come «dolorosamente incompiuta, negata, irrealizzabile» e sostiene che il poeta, al cospetto dello stalinismo, «si è difeso facendo il morto», con una passività e un’immobilità irreali. Le due affermazioni, quella autografa e quella degli anni Settanta, sono apparentemente sorelle, ma nascondono una sottile differenza che mi pare utile sottolineare: infatti, a cosa si riferisce veramente Mandel’štam quando sostiene che la rivoluzione lo ha privato di un significato personale? Al suo destino o a quello del popolo sovietico?

Io credo che la vita “negata” e priva di biografia di Mandel’štam nasconda in realtà almeno due vite a specchio, e che un’analisi attenta dei suoi testi e delle sue peregrinazioni possa mettere in evidenza lo scontro di statica e dinamica che ne ha contraddistinto la vita e le opere. Mandel’štam ha vissuto e scritto in un regime di constante traslocazione fisica e poetica, come sottolinea Remo Faccani nella sua prefazione a un’edizione italiana del Razgovor’ o Dante[iii]: ad esempio l’affinità e l’amore per Dante provati dal poeta sono, secondo Faccani, figli di una simpatia che coinvolgerebbe anche il “senso dell’esilio” che Mandel’štam porta con sé per gli anni Venti e Trenta, mentre viene mandato al confino a Voronež, mentre sverna in Crimea o semplicemente trasloca di appartamento in appartamento a Mosca. Come Dante, Mandel’štam è esule in patria, come lui si sente apolide. Se il Novecento ha avuto un “poeta dalle suole di vento”, quello è stato – spesso suo malgrado – proprio Mandel’štam, che pare esserne consapevole se si guarda ai versi d’apertura di un componimento privo di titolo datato 7-11 febbraio 1937: «Ancora un logorarsi di scarpe essa ricorda/la frusta nobiltà delle mie suole»[iv], che richiama un appunto dell’autore stesso a proposito del viaggio dantesco all’interno della Conversazione: «A me, sul serio, vien fatto di domandarmi quante suole di pelle bovina, quanti sandali abbia consumato, l’Alighieri, nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capre dell’Italia.» Viene da pensare al fatto che il verso russo sia costituito da “piedi” e che i contemporanei di Mandel’štam (basti pensare ai Dodici di Blok e alla poesia di Majakovskij), misurassero spesso il ritmo della propria versificazione su quello dei passi e delle marce militari. Il verso russo è un verso cadenzato e musicale, che vive di un’accentazione potente e a volte marziale, costruita per imporre al lettore un ritmo che è in tutto e per tutto quello di una falcata.

Siamo abituati a considerare “vivo” chi incarna su di sé il cronotopo del viaggio e dello spostamento. La vita e l’opera di Mandel’štam sono costruite, si direbbe, proprio su un continuo rimando tra la statica e la dinamica che lo rendono incredibilmente moderno e novecentesco e vivo. Ha ad esempio ragione Pasolini quando sostiene che nella sua poesia non ci sia una vera e propria evoluzione, ma che essa si presenti come una specie di “blocco unico”. In questo senso, il titolo della sua prima raccolta poetica del 1913, Kamen’ [Pietra] è rivelatore: la poesia di Mandel’štam è una poesia statica, immobile, ferma attorno alla parola perfetta. La sua lingua intrisa di classicismo è una lingua che mira a farsi universale e a rispecchiare la sua visione pancronica della cultura e dell’arte poetica (come Blok e Belyj, anch’egli vide nell’Ottobre la possibilità di una resurrezione dei padri e di un ripristino dell’antichità classica: «Voglio Ovidio di nuovo, e Puškin, e Catullo.»). La sua poesia è quindi ferma, e si fa curiosamente più immobile con l’aumentare delle occasioni forzate di viaggio, perché più passa il tempo più il sogno acmeista di trovare una lingua universale e unica gli sembra vicino e raggiungibile: man mano che passano gli anni, Mandel’štam avvicina sempre più i vocaboli agli oggetti, e riesce a far percepire fisicamente una presenza concreta attraverso il suono della parola che sceglie per rappresentarla. Allo stesso tempo, Mandel’štam viaggia, si sposta, viene arrestato e confinato, fino a venir arrestato definitivamente e lasciato morire a Vtoraja Rečka, campo di transito sulla strada per il GULag di Vladivostok. L’uomo che ha trovato la lingua immobile e perfetta non ha una casa e non si ferma più di qualche mese in nessun posto.

Qui si apre il grande paradosso della vita di Mandel’štam: la sua visione statica si scontra con l’idea tutta dinamica di progresso e di avvenire propagandata dal regime staliniano che è in sé e per sé, dal punto di vista letterario, il più immobile e conservatore possibile.[v] Mandel’štam oppone alla staticità “politica” delle lettere sovietiche una staticità classica che le è superiore. Al flusso della storia e al terrore egli oppone una visione poetica colta e concreta, che trova le proprie radici in un innato senso della purezza che non poteva in nessun modo collimare con le esigenze dello stalinismo. Ne viene lo scontro tra due colossi dell’immobilità da cui il poeta esce inevitabilmente sconfitto sul piano della biografia personale. Perché Mandel’štam non si oppose? Perché preferì «fare il morto»? La vita di Mandel’štam è una vita che fu condotta sempre “di lato”, ma non è esatto sostenere che egli non si oppose: è vero piuttosto che non lo fece in modo ortodosso. Si legga La quarta prosa, in cui risponde a un’accusa di plagio per una traduzione: «Divido tutte le opere della letteratura mondiale in autorizzate e non autorizzate. Le prime sono una schifezza, le seconde aria rubata. Vorrei sputare in faccia agli scrittori che scrivono cose preventivamente autorizzate, vorrei percuoterli sulla testa con un bastone e metterli tutti a tavola nella Casa dei Letterati (…). Vieterei a questi scrittori di contrarre matrimonio e di procreare (…).»[vi]

Mi sembra tempo di riconoscere che l’assoluta uniformità della sua parola poetica ci rivela un artista che non scese mai a nessun tipo di compromesso né con il potere né con le tendenze letterarie “autorizzate”. Dalle memorie della moglie Nadežda, così come dai racconti a lui dedicati per esempio da Varlam Šalamov, emerge una figura poetica enorme celata da un atteggiamento apparentemente remissivo: ma non è raro imbattersi in scritti che rievocano la vita nel GULag in cui si racconta di un uomo magro che, la sera nelle baracche, si alzava e cominciava a recitare a memoria per i compagni versi della Commedia, della “borghese” Commedia in originale.

Non capisco dunque Pasolini quando lo descrive come remissivo e votato all’umiliazione pur di non andare contro lo stato vigente delle cose. Forse la vera discriminante sta nella profonda distanza che c’è tra i due: sempre in prima linea e sempre urlato l’italiano, sempre posato e silenzioso il suo predecessore russo. Eppure in un brano come quello citato poco fa dalla Quarta prosa Pasolini dovrebbe ritrovarsi appieno e riconoscere al collega la capacità di prendere posizione e di uscire dal grigio. Quelle di Mandel’štam furono due vite, una biografica piena di dolore, di privazioni e di movimento, e una poetica che racchiude la prima, di cui è molto più grande e scultorea, e la rende un’esperienza di assoluta purezza. Egli fu una persona mite, di quella mitezza che a volte si rischia di confondere con la viltà. È l’ultimo grande poeta del Novecento che, per essere letto, ha bisogno di uno scrittoio, di una luce fioca e del silenzio. Se fece il morto – ma non lo fece – fu in nome della parola.


[i] P. P. Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Milano, Garzanti, 2006, p. 27

[ii] O. Mandel’štam, Sulla poesia, Milano, Bompiani, 2003, p. 27

[iii] O. Mandel’štam, Discorso su Dante, Genova, Il melangolo, 1994

[iv] O. Mandel’štam, Cinquanta poesie, Torino, Einaudi, 1998, p. 97

[v] Ne sono testimonianza molte liriche majakovskijane, ma anche le direttive del Congresso degli Scrittori del 1934 in cui si stabilirono le caratteristiche del Realismo Socialista. Ironia della sorte, venivano bandite quelle forme d’arte in cui i concetti non venivano espressi il più chiaramente possibile.

[vi] In Sulla poesia, cit., p. 35